venerdì 22 marzo 2019

Cesare Pavese - estratto da "Il male peggiore" (Edizioni Il Foglio) di Iannozzi Giuseppe con una nota critica di Lidia Popolano

Cesare Pavese - estratto da
"Il male peggiore"


di Iannozzi Giuseppe


con una nota critica di Lidia Popolano

L’autore affronta con grande determinazione e notevole coraggio la tragica e mitica dipendenza dell’uomo dalla bellezza femminile per poter sperare di raggiungere l’assoluto. Per far questo, accanto al personaggio principale Giacobbe, così come si presenta al mondo e a se stesso, inserisce in un modo inedito le storie di celebri scrittori, quali infinite e sfaccettate rappresentazioni interiorizzate della tragedia, nel protagonista stesso. Un’opera complessa, sincera e spietata che non passa sul lettore senza conseguenze. - Lidia Popolano

[...] Cesare Pavese morto in un piccolo albergo, nei pressi di Porta Nuova: sconfitto dai sonniferi. Aveva deciso, con lucidità, di addormentare la sua cazzo di vita in una camera d’albergo, al Roma di Torino ingoiando una generosa dose di barbiturici, dodici bustine. 27 agosto 1950, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza, l’epitaffio scritto di sua mano: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. 
Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
Constance Dowling, l’ultimo amore, non corrisposto, troppo difficile fra le Langhe, l’aveva portato a una depressione fulminante, una depressione che, a onor del vero, da quarantadue anni buoni lo tallonava: il ragazzo timido, amante dei libri e della natura, sempre pronto ad allontanarsi dagli uomini, sempre pronto a nascondersi per poi inseguire farfalle e uccelli, per sondare il mistero dei boschi, quel ragazzo si era addormentato una volta per tutte insieme a Cesare Pavese, un uomo che, dopo i quaranta, aveva raggiunto una certa notorietà con in tasca delle lire non proprio da buttare. Durante il periodo universitario non era troppo difficile trovarlo impegnato in focose discussioni nelle trattorie, assieme a operai e venditori ambulanti, insieme alla gente comune. Erano bastati dei sonniferi per togliersi di mezzo, senza pestare i piedi a nessuno.
Tutte le amiche le dicevano che somigliava a una diva di Hollywood: «Sei bella, bella come Constance». Francesca alzava le spalle, abbozzava poi un sorriso di sfida: «No, nient’affatto». E sulla fronte un presentimento di dolore, una ruga non ancora matura. Emilia le correva accanto, quasi: Francesca teneva un passo svelto e la gamba lunga l’aiutava senza che dovesse affannarsi. Via Po illuminata a festa: il Natale stava per cadere. Luci e luci, perlopiù di dubbio gusto. [...] da IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio


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martedì 12 marzo 2019

Lily Amis per Destinazione libertà - recensione di Iannozzi Giuseppe

Destinazione libertà


Lily Amis scrive per tutti quelli
che una voce non ce l'hanno


Iannozzi Giuseppe


 Lily Amis - Destinazione libertà - Armando editor

La penna di Lily Amis rifugge inutili fronzoli specificatamente letterari e privilegia uno stile diretto, molto colloquiale, affinché tutti possano calarsi nei suoi panni e in quelli della sua famiglia. In questo caso, l’approccio diaristico è giusto e necessario perché diventa strumento di denuncia, evidenziando in maniera non artefatta gli orrori visti e vissuti da chi racconta. Dopo esser stato tradotto in inglese e tedesco, Destinazione libertà. Una voce per tutti quelli che non ce l’hanno di Lily Amis viene pubblicato in Italia da Armando Editore. Destinazione libertà narra le peripezie di Lily e dei suoi cari costretti a fuggire da un paese dove il giogo della religione è diventato tale da non essere sostenibile. Negli anni Ottanta, l’Iran conosce un periodo profondamente oscuro, e Saddam Hussein ne approfitta per muovergli guerra, convinto che la rivoluzione e le epurazioni dei vertici militari persiani avessero inciso negativamente sulla forza del paese. In Iran il clima che si respira è di altissima tensione; il regime instauratosi in Iran farà pagare un prezzo molto alto a donne, bambini e dissidenti. Con Ruḥollah Khomeynī l’Iran viene sconvolto da un islamismo fortemente moralista di stampo sciita duodecimana, negando di fatto le libertà più elementari a un po’ tutti gli iraniani. La Guida Suprema dell’Iran si spegne nel giugno del 1989 a seguito di un cancro all’intestino; la guida del paese passa subito all’Āyatollāh Alī Khamenei, che ancora oggi dice che cosa è giusto e cosa invece non lo è.

Destinazione libertà ha un impianto chiaramente biografico. Lily lascia l’Iran quando è ancora una bambina, ci farà ritorno dopo una operazione agli occhi e scoprirà che suo padre non è più suo padre. Mentre Lily e sua madre erano via, l’uomo ha venduto tutto quello che si poteva vendere e che era loro. Perché l’ha fatto? Per costruirsi una nuova vita insieme a una giovane donna. Ma il tradimento del genitore è solo la punta dell’iceberg; in Iran la vita è cambiata in maniera radicale, le donne devono portare il velo, la libertà di stampa non esiste più e non c’è giorno che passi senza dover temere di morire per mano del regime o a causa di un attacco iracheno. Bisogna fuggire, ricostruirsi una vita altrove, ma uscire dall’Iran è difficile, molto: chi può cerca di raggiungere la Germania o gli USA. Per Lily inizia una vera e propria odissea che la porterà a conoscere la cattiveria dell’uomo nei suoi molteplici aspetti: pregiudizi, cinismo, cattiveria di stampo xenofobo e fascista saranno solo alcuni degli ostacoli che la giovane Lily troverà davanti a sé. Ma il karma esiste e alla fine metterà a tacere le malelingue.

Comprendere la storia odierna è atto rivoluzionario; e se è vero che la Storia si ripete, le nuove generazioni hanno il dovere, etico e progressista, di non replicare gli errori di quelle passate. Destinazione libertà di Lily Amis è un romanzo necessario perché dà voce a quanti, confidando in Dio, oggi lasciano il proprio paese per sfuggire alla morte, a una politica di soppressione.

Lily Amis è autrice di libri per bambini, illustratrice e blogger. Nata a Tehran, vive in Svizzera da oltre trent'anni. Laureata in Web editing, Marketing e Pubbliche Relazioni e parla farsi, tedesco e inglese. Impegnata sul fronte dei diritti umani, crede fermamente che tutti meritino felicità, libertà e una vita degna, indipendentemente dalla nazionalità, dal colore della pelle, dall'età, dall'orientamento sessuale o dal credo religioso. A tal fine, si è esposta all'attenzione dei media  e all'interesse del pubblico durante la crisi per i rifugiati dell’estate del 2015. Conta due apparizioni nel giornale nazionale britannico “the Daily Mirror” e interviste nel popolare sito britannico “Female First” e “Frost Magazine”.

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Destinazione libertà - Lily Amis - Armando editore - collana: scaffale aperto - pagine: 160 - Prima edizione: novembre 2018 - ISBN: 9788866779391 - prezzo: € 16,00

martedì 5 marzo 2019

Irène Némirovsky – Lo sconosciuto – EDB – Recensione di Iannozzi Giuseppe

Irène Némirovsky - Lo sconosciuto


Anche oggi fratelli che uccidono altri fratelli


Iannozzi Giuseppe

Irène Némirovsky - Lo sconosciuto

Forse, Lo sconosciuto faceva parte di un progetto più vasto, di un romanzo, non possiamo saperlo, non con assoluta certezza. E però noi lettori siamo fortunati perché Lo sconosciuto, sotto forma di novella, è lettura che è arrivata sino a noi e che non manca di compiutezza. Irène Némirovsky, di origine ebraica, convertita al cristianesimo nel 1938, non riuscì a sfuggire alla follia nazista; arrestata dai nazisti, fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì di tifo dopo un mese di prigionia. Le opere Irène Némirovsky hanno cominciato a interessare la critica e il pubblico italiano grazie ad Adelphi editore, che nel 2005 ha iniziato a pubblicare le opere della scrittrice.

Come si è già detto, Lo sconosciuto (L’Inconnu, 1941) è un racconto sul destino, sulle tragedie che il destino riserva a chi vive in tempo di guerra. Due fratelli, entrambi soldati, François e Claude si ritrovano, si incontrano nel viavai di una stazione ferroviaria. François, molto più giovane di Claude, è felice di partire, di andare alla guerra: “Aveva venticinque anni ed era contento di andare a combattere. Tutto l'inverno era stato di stanza nel Nord e aveva incontrato solo due avversari: la noia e il freddo.” Claude invece ha moglie e figli, e ha già visto il sangue, ha già visto morire amici e compagni. François pensa che “non è giusto” che il fratello non venga lasciato in pace.
François e Claude chiacchierano, mentre in stazione la confusione è forte: Claude racconta al fratello quello che gli è accaduto, di come si sia trovato faccia a faccia con la morte; e alla fine gli mostra una foto. Gli spiega che l’uomo nella foto non può che essere loro padre: le cicatrici che ha sul volto non lasciano spazio a dubbi. E gli fa anche capire che il padre non era morto durante la Prima Guerra Mondiale, nel maggio del 1917, come credevano, si era invece rifatto una vita in Germania. E alla fine ammette – o confessa – che nel corso di uno scontro fra tedeschi e francesi, lui, Claude, per non essere ucciso, era stato costretto a uccidere un giovane soldato tedesco, un certo Franz, il loro fratellastro. Claude è purtroppo sicuro di quello che va confessando al fratello François: Franz aveva una fossetta sul mento, un segno caratteristico di famiglia e che anche lui, Claude, ha ereditato dal padre. La tragedia è definita, è compiuta, non è possibile cambiare una sola virgola. A François, Irène Némirovsky mette in bocca queste parole che riassumono appieno l’insensatezza e la drammaticità della guerra: “Non ci si pensa mai, ma con i quattro anni dell’altra guerra, l’invasione, poi le nostre truppe sul Reno, dei fratelli hanno dovuto già trovarsi gli uni contro gli altri in campi nemici.”

Nella traduzione di Giovanni Ibba, con una molto chiara nota di lettura di Jean-Louis Ska, Lo sconosciuto di Irène Némirovsky torna in libreria per EDB Edizioni. L’attualità de Lo sconosciuto, ieri come oggi, è allarmante: in questa novella dai toni apparentemente pacati, anche quando il dramma viene esplicitato, non c’è solo la Storia, c’è il nostro momento storico fatto di incertezze, di guerre, di fratelli che, con consapevolezza o no, uccidono altri fratelli.

Irène Némirovsky (1903-1942), nata in Ucraina, di religione ebraica, convertita al cristianesimo nel 1939, è morta ad Auschwitz nel 1942. Riscoperta solo dopo la morte, in seguito alla pubblicazione postuma di Suite francese, è stata tradotta in molti paesi del mondo, Italia compresa, da editori come Adelphi e Garzanti.

Lo sconosciuto – Irène Némirovsky – Nota di lettura di Jean-Louis Ska  Traduzione di Giovanni Ibba  1ma edizione: 2018 – Pagine: 64 – EDB Edizioni – Collana: P9 Lampi sezione: Lampi d'autore – Preparato per la pubblicazione da Valeria Riguzzi – EAN: 9788810567784 – € 7,00

Hermann incontra la grandezza di Dio – Da “IL MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio)

Hermann incontra la grandezza di Dio


Da “IL MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe


(Edizioni Il Foglio)

 
- disegno a matita su cartoncino - (c) Iannozzi Giuseppe -
Nel corso del suo lungo peregrinare, un giorno che il sole era alto e caldo più del solito, il Siddharta trovò riparo in quella che credeva essere un’oasi di pace. [...]
[…] Finito che ebbe di leggere, Hermann lasciò cadere la stilografica sui fogli appena vergati. Di certo non era il suo racconto migliore, però ogni parola gli pareva rilucesse d’una spiritualità che nel mondo si era persa da tempo. Si alzò dallo scrittoio, accusando subito una forte stanchezza. Intuiva che presto il suo spirito sarebbe volato alto. Non glielo avevano detto che era vicina la fine, però lui lo sapeva lo stesso. Trasfusioni di sangue e iniezioni gli avevano forse allungato un po’ l’esistenza, e, a conti fatti, non era stata brutta la sua vita. Sospirò. «Diventare un uomo è un’arte», ricordò a sé stesso con un filo di voce, facendo sua, ancora una volta, la lezione di Novalis. Da giovane aveva scritto al padre che se non poteva amarlo che almeno gli prestasse i soldi per acquistare una pistola. Aveva pensato di suicidarsi e l’aveva pensato sul serio, e forse si sarebbe dato la morte se… Eugenie, la ragazza di cui si era innamorato scrivendole poesie su poesie, l’aveva rifiutato, e lui, troppo sensibile, aveva subito pensato che per lui la vita non avesse più alcun valore. Senza giri di parole, la bella Eugenie gli aveva spiegato che il suo era un amore folle e impossibile. Una vertigine colse all’improvviso il vecchio lupo della steppa e quasi rischiò di farlo rovinare a terra. […]

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €


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LA COSA SOMOGYI. PRIMO LEVI - da IL MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio)

LA COSA SOMOGYI. PRIMO LEVI


da IL MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe


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Io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz.
PRIMO LEVI I sommersi e i salvati
C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.
FERDINANDO CAMON Conversazione con Primo Levi
Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il Foglio

Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza. Oppressi e oppressori stanno sempre in una zona grigia, i salvati sono invece un numero esiguo, salvati dal caso e non da un Dio. Mordechai Chaim Rumkowski, ebreo affezionato al potere, appoggiato dalle SS, lui era un oppressore e un privilegiato che, nel ghetto della cittadina di Łódź, dettava legge nelle vesti di decano. Chi sono i salvati? Sono un numero esiguo i salvati, salvati dal caso e non da un Dio. Così andava rimuginando fra sé e sé Primo. Il mattino era di silenzio, eccetto che per delle vaghe note che una vecchia radio, tenuta a basso volume, lasciava libere nell’aria: Glenn Gould al piano suonava Bach.
Aprile 1987: non era un anno poi diverso da molti altri che aveva visto. Ad Auschwitz i mesi, i giorni, le ore non esistevano. Dio non aveva mai buttato l’occhio giù ad Auschwitz. Non lo aveva fatto perché Dio era una finzione, macabra e dilettantesca quanto si vuole. Jean Améry era sopravvissuto alla Shoah, e si era tolto la vita. Quando gli avevano chiesto il perché di quel gesto, era stato lapidario: «Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato».

Il 13 dicembre del 1943 i nazifascisti lo avevano preso in Valle d’Aosta e subito lo avevano tradotto all’inferno, prima nel campo di concentramento di Fossoli, e nel febbraio del 1944 ad Auschwitz. All’inferno c’erano gli aguzzini e le vittime. C’erano degli uomini. Da quel dicembre del 1943, di anni ne erano passati un bel po’, ma, per lui, non era cambiato granché: adesso stava in casa, in Corso Re Umberto, numero civico 75. Nel corso degli anni passati a scrivere, non aveva mai sentito l’esigenza di cambiare abitazione. Le milizie lo avevano beccato nel villaggio di Amay, sul versante verso Saint-Vincent del Col de Joux, per l’esattezza fra Saint-Vincent e Brusson. Lo avevano interrogato. Alla fine si era dichiarato ebreo. Forse loro si aspettavano che si dichiarasse partigiano.
Il 22 febbraio del 1944, insieme ad altri seicentocinquanta ebrei, fu stipato su un treno merci. Ogni vagone teneva dentro cinquanta persone. Non c’era possibilità di salvezza: erano destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Una volta in Polonia lo registrarono con il numero 174.517 e subito lo tradussero al campo di Buna-Monowitz, noto come Auschwitz III. C’era rimasto fino alla liberazione. L’Armata Rossa l’aveva liberato il 27 gennaio del 1945. Oltre a lui, l’Armata Rossa liberò altri venti ebrei italiani. Gli altri, tutti gli altri, tutti morti. Perché lui era sopravvissuto? Perché sapeva un po’ di tedesco; perché Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, rischiando la sua vita, gli portava qualche cosa da mangiare; perché era un chimico e la Buna, di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben, aveva bisogno di chimici per la produzione di gomma sintetica. «Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza», sbottò a mezza voce. Poi pensò, come tante altre volte nel corso degli anni, che (gli uomini) lo avrebbero rifatto. Auschwitz sarebbe risorta, con un altro nome, in Germania o all’altro capo del mondo. Si considerava un sopravvissuto, ma solo perché il caso aveva giocato a suo favore in quel frangente terribile dove, più e più volte, si era interrogato su cosa significasse essere un uomo. Aveva visto uomini, proprio come lui, operare il male contro altri uomini. Aveva visto l’inferno, la morte, quella più terribile, quella vestita d’un volto non troppo dissimile al suo. Da Auschwitz era uscito sulle sue gambe, ma non era del tutto vero, perché ogni giorno riviveva l’orrore. Non poteva, anzi non voleva dirlo ad alta voce, pur considerandosi a pieno diritto una vittima postuma dell’orrore. Tornare alla vita non fu affatto facile, perché, in realtà, lui la vita l’aveva lasciata in quel maledetto campo di concentramento insieme a quella di altre centinaia di persone, di ebrei. Era tornato per raccontare l’orrore, perché così il caso aveva deciso per lui. Suo malgrado era stato costretto a scrivere Se questo è un uomo, La tregua, Se non ora, quando?, I sommersi e i salvati. Il caso gli aveva affidato un compito e non gli era stata concessa la possibilità di alzarsi dal tavolo, di chiamarsi fuori dal gioco. Aveva dunque scritto, perché questo era il dovere che gli era stato assegnato. Le SS avevano tentato di distruggere tutte le prove a loro carico. Ci avevano provato, la Storia però non la si cancella, non con un colpo di spugna e nemmeno cercando di bruciare i documenti. La Storia aveva indicato i colpevoli, alcuni erano stati condannati, altri erano fuggiti e avevano trovato riparo al di là dell’Europa. Molti non avrebbero pagato per i crimini commessi. E da dove si erano nascosti, loro avrebbero fatto di tutto per far credere all’opinione pubblica che i lager non fossero mai esistiti.
Gli passavano davvero tante cose per la testa, aveva dei piani per il futuro. La radio cessò di colpo di funzionare e anche il pianoforte di Glenn Gould non sparò più note nell’aria. Fu questione d’un momento. Come quando i nazifascisti lo colsero di sorpresa nel villaggio di Amay. Non ebbe il tempo materiale per rendersi conto se il piede era caduto in fallo da sé, per colpa d’un movimento involontario, o se c’era stata una sua specifica volontà a comandarlo.
Francesco Quaglia, dentista e amministratore del condominio, amico di Levi, lo vede bene il corpo di Primo, adagiato alla base della tromba delle scale. E subito comprende che non c’è niente da fare: durante il volo, il corpo doveva aver sbattuto più e più volte contro le strutture in metallo dell’ascensore. Sul pavimento nero dell’ingresso un mare di segatura per mascherare, almeno in parte, il sangue. A chi la interroga, Jolanda Gasperi, portiera nello stabile di Corso Re Umberto, ripete quello che ha già ripetuto a un po’ tutti: «Erano passate da poco le 10. Come ogni mattina, ero salita da Levi per portargli la posta. Non ho notato niente di particolare, solo qualche dépliant, pubblicità, un libro, una rivista. Non c’era davvero niente di strano. No, non ho notato nulla di strano in lui. Come al solito ha ringraziato con un accenno di sorriso. Ne aveva passate davvero tante, davvero tante. Sì, era un po’ depresso: chi non lo sarebbe stato al posto suo?! Io ho solo sentito un tonfo. Ho gettato l’occhio oltre i vetri della guardiola e ho visto il corpo di Levi: sfracellato. Uno spettacolo terribile. No, la moglie, la signora Lucia era uscita a fare la spesa». Il portone quasi nuovo, in legno chiaro, fa a cazzotti con la facciata mezzo ammuffita del palazzetto fine Ottocento, numero civico 75. Le finestre del terzo piano, quelle di casa Levi, sono chiuse. Un bel pezzo di Corso Re Umberto è chiuso nel mutismo. Torino è incredula.

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) - Giuseppe Iannozzi -EDIZIONI IL FOGLIO- Collana: Narrativa - Pagine: 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: € 16,00

Verso Sant’Elena – Roberto Pazzi – Bompiani/Giunti – Proposto da Roberto Barbolini al Premio Strega 2019

Verso Sant'Elena - Roberto Pazzi


Bompiani/Giunti



Roberto Pazzi - Verso Sant'Elena - Bompiani/Giunti

È ormai calata la sera quando Napoleone apprende che giungerà in vista di Sant’Elena all’alba. L’imperatore si ritira presto sulla Northumberland, quel sabato 14 ottobre 1815. Da più di due mesi è in navigazione sulla fregata inglese. Che cosa mediti alla fine del viaggio e forse dell’avventura della sua vita, nessuno potrebbe saperlo, mentre cigola la porta della cabina, non per un colpo di vento. Chi è mai la bella clandestina entrata? È davvero l’Eugénie, l’eroina del suo romanzo giovanile rimasto nel cassetto? Dopo la donna, nel dormiveglia compaiono la madre e alcune inquietanti presenze protagoniste degli eventi della sua vita dalla Rivoluzione alla battaglia di Waterloo. In Europa intanto si diffondono reazioni contrastanti. A San Pietroburgo lo zar Alessandro comincia a prevederne imbarazzanti rivelazioni. Pio VII accoglie a Roma i congiunti rifiutati dalle dinastie che avevano sollecitato l’onore d’imparentarsi coll’imperatore. A Vienna la moglie Maria Luisa, in procinto di recarsi a governare Parma, si concede al generale Neipperg. Il governatore designato di Sant’Elena a Londra riceve segrete istruzioni. Sulla Northumberland a poche ore dalla meta tutti dormono. La sola Eugénie veglia, custode del sonno di Napoleone: “dormi, sogna, riposa, ma sogna con la stessa potenza con cui hai combattuto, e non arriveremo mai a Sant’Elena.” E scrive sul diario di bordo il diverso corso che Napoleone immagina ancora d’imprimere alla Storia, mentre la nave sembra sparire in un folto banco di nebbia. L’epica visionarietà ispiratrice dell’autore di Cercando l’Imperatore, riconosciutagli dal “Times Literary Suppliment” e “The New York Times”, umanizza un altro imperatore, quel Napoleone che già la poesia di Manzoni aveva trasfigurato. Il viaggio infinito sulla nave del grande prigioniero, con le sue fughe in avanti e indietro, si eleva così a simbolo di quella sognata reinvenzione dell’esistenza, tentata di visitare altre vite possibili, che in vista della fine si annida forse in ogni anima umana.


«Richiamandosi idealmente al suo folgorante esordio narrativo con Cercando l’imperatore, epica rievocazione degli ultimi giorni dello zar Nicola II, Pazzi focalizza qui il suo sguardo affabulante su un altro imperatore nel momento del declino: Napoleone prigioniero degli Inglesi sulla nave in rotta per Sant’Elena. E lo fa in maniera magistrale, mescolando romanzo storico e diario intimo, memento mori e fantasmagoria narrativa, con grande lucidità intellettuale e visionaria capacità di rivisitare momenti e figure della Storia. Nel tedio e nei malanni del viaggio, Napoleone rivive memorie e fantasmi della sua vita inimitabile: da Maria Luisa d’Austria a Metternich, da Talleyrand a maman Letizia Ramolino, da Paolina Borghese a papa Pio VII, una ridda di illustri ectoplasmi bussa alla porta della sua cabina. Sono figure nate dal ricordo, che come personaggi sfuggiti al loro autore via via prendono corpo e si trasformano in interlocutori in carne e ossa, rubandosi a vicenda il testimone in un’appassionata staffetta narrativa. «Non era finita, lui non credeva a quell’epilogo della sua storia, dopo Waterloo. Qualcosa di inaspettato sarebbe sopraggiunto»: nel condottiero sconfitto non si è spenta la sete di romanzesco che, giovanissimo, l’aveva spinto a tentare la strada delle lettere con il romanzo Clisson et Eugénie . E qui Pazzi ha l’intuizione davvero felice di resuscitare da quelle pagine giovanili il personaggio di Eugénie, come a dirci che la verità della letteratura sopravanza i clangori della Storia, dandocene la chiave di lettura più autentica e profonda. Eugénie che scrive sul quaderno di bordo è insieme l’appassionata deuteragonista di Napoleone scrittore mancato, e la controfigura narrativa dell’autore di Verso Sant’Elena. Nella Nuova enciclopedia Alberto Savinio osserva che «Napoleone diventò quello che tutti sanno, ma non riuscì a diventare quello che nel suo intimo desiderava: un letterato». Roberto Pazzi trasforma questo spunto in una profusa celebrazione di quell’indispensabile effetto-Sheherazade che fa della necessità di scrivere una questione di vita o di morte. Se neppure Napoleone riuscì a padroneggiare la Storia – è la sua riuscita scommessa – un vero scrittore può invece reinventarsi continuamente il destino padroneggiando una storia.»

ROBERTO PAZZI


Roberto Pazzi, poeta, narratore e giornalista tradotto in ventisei lingue, considerato uno dei più originali e visionari scrittori italiani, vive a Ferrara. Già penna di “Corriere della Sera” e “The New York Times”, è opinionista del “Quotidiano Nazionale”. Della sua vasta opera ricordiamo almeno, fra i titoli di poesia, Calma di vento (1987, premio Montale), Talismani (2003), Felicità di perdersi (2013, premio Lerici-Pea) e, fra i romanzi, Cercando l’Imperatore (1985, premio selezione Campiello), La principessa e il drago (1986, finalista premio Strega), Vangelo di Giuda (1989, superpremio Grinzane Cavour), La stanza sull’acqua (1991), La città volante (1999, finalista premio Strega), Conclave (2001, superpremio Flaiano), L’erede (2002), L’ombra del padre (2005, premio Procida Elsa Morante), Mi spiacerà morire per non vederti più (2010), La trasparenza del buio (2014) e Lazzaro (2017). Del 2018 Come nasce un poeta, suo epistolario con Vittorio Sereni, prefatore dell’esordio in poesia.

Verso Sant'Elena - Roberto Pazzi - Bompiani/Giunti - Collana: Narratori italiani - Anno edizione: 2019 -Pagine: 192 - EAN: 9788845296956 - € 15,00

giovedì 28 febbraio 2019

Breve storia della letteratura gialla (Graphe.it edizioni) - Intervista a Eleonora Carta

Intervista a Eleonora Carta


Breve storia della letteratura gialla


Il crimine è parte della storia dell’uomo


Iannozzi Giuseppe

Eleonora Carta - BREVE STORIA DELLA LETTERATURA GIALLA

1) Eleonora Carta, Breve storia della letteratura gialla è il tuo ultimo lavoro in ambito saggistico, pubblicato da Graphe.it Edizioni. Qual è stata la necessità precipua che ti ha spinto a scrivere questo saggio smart?

Tutto nasce da una chiacchierata telefonica con il mio editore, Roberto Russo. Ricordo ancora molto bene. Mi trovavo a Giba, un comune del Sulcis, per la presentazione di un libro. Lui mi ha chiamato, e mi ha proposto un saggio sulla letteratura gialla. La sua idea mi è piaciuta fin dal primo momento. Abbiamo parlato a lungo, di scrittura, di editoria, di lettori, e abbiamo ragionato sul taglio da dare alla pubblicazione. La letteratura gialla e la scrittura sono le mie due grandi passioni. Non potevo pensare a niente di meglio che scrivere un breve saggio sul tema.

2) C’è la letteratura e poi ci sarebbero i generi e i sottogeneri narrativi. I più pensano che se uno scrittore partorisce un giallo, allora non sta facendo Letteratura (con la “elle” maiuscola). Eppure la letteratura gialla gode di ottima salute, gli scrittori scrivono gialli e vendono, e il pubblico è quasi sempre ben disposto a leggere un nuovo romanzo giallo. Eleonora Carta, come te lo spieghi?

Si è venuta a creare nel tempo una distinzione tra la narrativa cosiddetta “pura” e i “generi”. I secondi sarebbe contraddistinti da una particolare ambientazione nello spazio o nel tempo, dal fatto di sviluppare una data tematica, dalla presenza di elementi ricorrenti nella struttura del testo, talvolta dalla presenza di regole più precise cui attenersi. Così, abbiamo suddiviso la letteratura in giallo, rosa, romanzo storico, fantascienza, fantasy, solo per nominarne alcuni, anche perché si tratta di categorie flessibili, e potenzialmente infinite. La distinzione può avere un’utilità pratica: pensiamo ai nostri amici librai o bibliotecari, alla necessità di dare un ordine agli scaffali per maggiore comodità dell’utenza; o agli editori nell’atto di stilare il catalogo della loro produzione. Ma è emersa nel contempo una visione critica per cui i “generi” hanno cominciato ad essere visti come sottocategorie anche dal punto di vista qualitativo. Una sorta di letteratura di “serie B”, più semplice, più popolare, di livello inferiore. Come molti altri “mantra” del mondo dell’editoria, anche questo si è propagato negli ambienti, e per così tanto tempo dall’essere ormai accettato e recepito. E questo nonostante la letteratura gialla, come quella fantasy o di fantascienza, abbiano offerto al mondo capolavori letterari il cui valore non è in assoluto sindacabile. Nel mio saggio ho pertanto tentato di sfatare il mito che vede nel “genere” una qualità inferiore: come per tutto, esistono ottimi romanzi gialli e pessimi romanzi di narrativa “pura”, e viceversa.

3) Edgar A. Poe, fuor di dubbio, è stato il primo scrittore a dar vita alla letteratura gialla, questo è ben evidenziato nel tuo saggio. E.A. Poe ha dato vita a un qualcosa che prima non c’era, e subito tanti scrittori lo hanno imitato, portando nelle case dei lettori tante storie ad alto contenuto di adrenalina. Chi, oggi, potrebbe essere considerato l’erede di Poe?

Domanda complessa, cui nel mio saggio ho evitato di dare risposta, fermandomi nella trattazione degli autori alle porte della contemporaneità. Poe ha tantissimi eredi, ma non credo esista “l’erede” per eccellenza. Poe ha creato, sviluppando con tecnica già straordinariamente avanzata, quello che ancora esisteva solo in nuce. È come se partendo dalla sola conoscenza della ruota, avesse presentato al mondo una Formula 1. Spero di aver saputo evidenziare questo aspetto, perché è facile dare certi concetti per scontati, dopo aver letto centinaia di opere e di esserci formati un immaginario ricco e variegato. Prima di Poe, non c’era niente, o pochissimo. E lui è stato capace di gettare i semi di numerosi filoni, tuttora attualissimi e di grande successo. Accanto al giallo, il noir, il gotico, l’horror, il paranormal, il fantasy. Per questo, credo non sarà mai superabile.

4) Nel 1966 Truman Capote diede alle stampe quello che è il suo capolavoro, A sangue freddo. Siamo di fronte a un “romanzo-reportage”, il primo nella storia della letteratura. Il lavoro di Capote è anche un giallo?

Nel leggere la domanda, mi è apparsa davanti agli occhi l’immagine del rimpianto Philip Seymour Hoffman, che è stato protagonista della trasposizione cinematografica del libro. Anche A sangue freddo è un romanzo di grande portata innovativa. Truman Capote, attratto da un trafiletto sulla cronaca locale relativo a un quadruplice omicidio in Kansas, si reca sul posto prima degli investigatori (accompagnato dalla sua amica Harper Lee) e inizia una sua personale indagine, acquisendo testimonianze e interrogando gli stessi agenti incaricati del caso. Tutto il materiale sarà poi accuratamente raccolto all’interno del suo scritto, redatto con oggettività e distacco tali da valergli accuse di brutalità ed eccessiva freddezza. In questo caso lo scrittore è anche l’investigatore: lo è nella realtà, non solo nella finzione letteraria. E tra le pagine del libro ci sono elementi di procedura, di diritto, di giornalismo d’inchiesta, di reportage. Il tutto, per giungere a una riflessione profonda sulla complessa realtà americana del tempo. Se devo essere onesta, non ho mai considerato A sangue freddo un giallo. Forse perché ho sempre visto la cronaca prevalere sulla costruzione del caso criminale. Ciò non toglie che abbia una notevole affinità con ciò che consideriamo letteratura gialla. E – per inciso – merita di essere letto o riletto: è un capolavoro assoluto.

5) Breve storia della letteratura gialla, sicuramente, vuol essere un invito a non guardare alla letteratura gialla come a un genere, ma c’è di più: il primo delitto della Storia da te citato lo incontriamo nella Bibbia, Caino che uccide Abele. A tuo avviso, i crimini e i delitti, nel corso dei secoli, sono aumentati? Parrebbe di sì, ma non v’è certezza! Sicuramente, oggi gli scrittori non possono fare a meno di confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, e in alcuni casi portarla nelle pagine dei loro libri. Può la letteratura diventare strumento di denuncia sociale e politica?

Non solo può, ma deve. Almeno questo è il modo in cui intendo il mio impegno di autrice e di promotrice della lettura (come forse sai mi occupo del coordinamento letterario della Fiera del Libro di Iglesias, un evento che si svolge tutti gli anni a Iglesias, in Sardegna dal 22 al 25 aprile). Il crimine è parte della storia dell’uomo, come il Male. Come dicevi, la storia lo insegna, e non credo sia contestabile. Credo anche - per rispondere alla tua prima domanda - che il numero di crimini commessi si mantenga inesorabilmente costante, fatte le debite proporzioni di carattere storico e sociale. Ma la grande bellezza dell’essere umano è la sua capacità di evolvere, di migliorare, e di imparare dai propri errori. E lo scrittore può scegliere di utilizzare le sue parole per divertire, intrattenere, commuovere o distrarre, ma anche per creare cultura e instillare idee che lavorino per una società più giusta, maggiormente orientata al rispetto del prossimo, e alla cura degli interessi dei più bisognosi.

6) Dopo E.A. Poe, i giallisti (da tempo nel pantheon dei grandi) più conosciuti dal pubblico sono sicuramente Arthur Conan Doyle, Agatha Christie, George Simenon, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Giorgio Scerbanenco, Fruttero e Lucentini, ma anche autori moderni come James Ellroy, Tom Clancy, Scott Turow, Michael Connelly, Patricia Cornwell, Jeffery Deaver, ecc. godono di un largo seguito. E gli italiani che scrivono romanzi gialli, Eleonora Carta, funzionano solo in Italia o anche oltreoceano?

Il mercato americano segue regole differenti dal nostro mercato interno. Ci sono questioni di numeri (in primis popolazione, numero dei lettori, diffusione della lettura, volumi editi) e questioni di carattere sociale e culturale. Ci sono poi gli aspetti più pratici, non ultimo il fatto che una buona traduzione, la promozione e la distribuzione di un libro su un mercato tanto vasto comportano grandi spese a fronte di una risposta incerta. Qualcuno dice poi che il lettore d’oltreoceano sia diffidente. Non credo. Penso piuttosto sia abituato a una struttura narrativa differente, e che nel leggere i nostri romanzi si trovi un po’ a disagio. Come dire: per vendere negli Stati Uniti devi scrivere un romanzo tarato sui gusti del pubblico degli Stati Uniti. Un’operazione forzata, e comunque, di esito incerto. A mio avviso, è meglio rimanere quello che siamo, e lasciare che ci apprezzino – magari in pochi - proprio per la nostra diversità. Che è poi la ragione per cui ci adorano, almeno in cucina, no?

7) Jean-Claude Izzo, Léo Malet, Maurice Leblanc (e molti altri che non sto qui a citare) sono poco conosciuti dal pubblico italiano. Come te lo spieghi?

Sono conosciuti, ma in un ambiente di cultori della materia, per così dire. Il grande pubblico conosce Arsenio Lupin (per via di una fortunata serie di cartoni animati, non per i romanzi), ma pochi sanno che sia stato Leblanc a crearlo. Izzo è interprete di quel noir mediterraneo che ha avuto qui in Italia prima espressione in Massimo Carlotto (non credo sia un caso se è proprio E/O ad averlo tradotto e pubblicato). Malet, prolifico e divertente quanto Simenon, ha trovato spazio in alcune antologie di Fazi. Ma è innegabile, non hanno raggiunto la grande popolarità. Non credo ci siano ragioni precise. Il mondo dell’editoria è fatto di stranezze, di combinazioni, di casi del destino. Io ho pubblicato dei romanzi gialli, ma avrei anche potuto non trovare mai un agente che mi scegliesse e mi aiutasse a pubblicare (e invece l’ho trovato, Rossano Trentin della Trentin Agency). Sono altresì certa che tante opere bellissime – molto più delle mie - non vedranno mai la luce per fatali combinazioni della sorte. Talvolta un libro bello non ha successo perché è uscito in un momento sbagliato, o perché l’editore non ha investito in modo adeguato per la sua promozione, o perché l’ufficio stampa non ha lavorato bene (o non ha lavorato affatto). Ed è sempre tutto casuale. Capita anche che un’opera dimenticata nel tempo, o del tutto sconosciuta, riprenda vita per iniziativa di un editor (o di un editore) in vena di scouting. Pensiamo al fenomeno che è stato Kent Haruf per NN. Sono i casi del destino talvolta a decretare il successo stratosferico o la caduta nel dimenticatoio di opere di pari dignità e valore. Per gli appassionati, però, rimane il gusto ineguagliabile di andare a scovare piccoli gioielli nascosti tra gli scaffali di qualche libreria. Questo è sempre possibile, e ci scommetto, molti di noi si divertono un mondo a farlo.

8) Eleonora Carta, nel tuo saggio citi Leonardo Sciascia, che pur avendo scritto diversi gialli e tutti di ottima fattura, non viene considerato un giallista a pieno titolo, bensì un letterato italiano di primo piano e un intellettuale. Hai una spiegazione?

Forse la risposta risiede in quella sorta di pregiudizio che abbiamo tentato di sfatare qualche domanda fa. Un letterato della levatura di Leonardo Sciascia non poteva essere ascritto al genere. Scriveva gialli, ma definirlo un giallista avrebbe significato sminuirne la grandezza. O al contrario, nobilitare il giallo. Quindi la critica ha creduto bene di aggirare la questione e di non inquadrarlo in una categoria. Operazione singolare, che fa sorridere, specie chi, come noi, è convinto che le categorie non esistano. Esistono invece libri buoni, e libri mediocri.

9) Nonostante i tanti festival del giallo che si tengono in Italia, continua a persistere l’idea che il giallo non può che essere un genere narrativo e basta. Cos’altro si dovrebbe fare per spazzare via i pregiudizi intorno al romanzo giallo?

Lo si sta già facendo, e da molte parti: creare letteratura di qualità. Tanti colleghi autori di gialli, di noir e di thriller, che non ho citato nel mio saggio per ragioni di tempi e storicità, lavorano da anni in questo senso. Offrendo al pubblico opere di grande spessore culturale, dietro cui si cela un grande, minuzioso lavoro di ricerca, che arrivano a descrivere l’attualità storica quasi meglio di un saggio, e che indagano l’animo umano con profondità e rigore. A questo si affiancano inoltre scritture possenti e impianti narrativi precisi come meccanismi a orologeria. La strada è segnata. Ancora qualche anno, e il pregiudizio svanirà del tutto.

10) Esistono i giallisti, gli scrittori politicizzati e/o militanti, o siamo di fronte a una grossa bugia?

Esistono, certo. Anche in questo caso si tratta di decidere come si vuole intendere il proprio ruolo di scrittore. Accanto a chi fa intrattenimento puro, a chi ricerca esasperatamente l’accuratezza di ogni singolo dettaglio della propria narrazione, e a chi si impegna soltanto per scrivere una bella storia, c’è chi sceglie di lanciare con la propria opera un messaggio preciso. Non esprimo giudizi di merito. Mi rimetto solo alla buona fede e all’onestà intellettuale di chi compie questo genere di operazioni. La circolazione delle idee è libera, e guai se così non fosse. Spiace soltanto quando si tenta di ammantare di valore culturale assoluto, qualcosa che è solo propaganda. La lealtà verso i lettori è la prima regola, per un giallista e in generale per un autore.

11) Chi dovrebbe leggere Breve storia della letteratura gialla? Per quali motivi?

Si tratta di un saggio breve, della collana Parva di Graphe.it che, come ha come sottotitolo il detto latino: Parva saepe scintilla magnum excitat incendium ovvero Spesso una piccola scintilla genera un grande incendio. Bello vero? Per gli appassionati di letteratura gialla, varrà come un ripasso, o magari una piccola antologia di titoli da non perdere. Per i non appassionati, vorrei potesse suscitare l’incendio di cui sopra, e dare occasione per accostarsi a uno dei grandi autori di cui parlo.
Questa era la risposta diplomatica.
Quella non diplomatica è: dovrebbero leggerlo tutti perché è la più grande opera in materia che sia mai stata scritta. (e qui ci starebbe una faccina che sorride).

ELEONORA CARTA è nata nel 1974. Conseguita la Laurea in Legge, ha capito che i palazzi di giustizia non facevano per lei. Vive tra Torino e la Sardegna. Per la Newton Compton ha pubblicato i romanzi La consistenza dell’acqua (2014, successivamente pubblicato con il titolo Delitto al museo, 2016), L’imputato (2016) e il racconto Ultima notte nella vecchia casa, incluso nell’antologia Delitti di capodanno (edizione 2014).

Breve storia della letteratura gialla - Eleonora Carta - Editore: Graphe.it - Collana: Parva - Anno edizione: 2019 -Pagine: 64 p. - EAN: 9788893720649 - € 6,00

giovedì 31 gennaio 2019

Mimma Leone e "Le Congiunzioni della Distanza", un thriller che è Letteratura - recensione di Iannozzi Giuseppe

Le Congiunzioni della Distanza


Smettere di scappare da se stessi è davvero importante

Mimma Leone ce lo ricorda nel suo nuovo romanzo


Iannozzi Giuseppe

Le congiunzioni della distanza - Mimma Leone

Le congiunzioni della distanza è l’ultimo romanzo pubblicato da Mimma Leone per Alter Ego edizioni. L’autrice, utilizzando alcuni stilemi tipici del romanzo di formazione e del thriller, consegna ai suoi lettori un lavoro più che mai originale. Ne Le congiunzioni della distanza convergono tante influenze, idee prettamente junghiane ma anche briciole di filosofia che strizzano l’occhio alla spiritualità New Age; e se c’è qualche spunto che fa riferimento alla Nuova Era, ciò che, in misura maggiore, attrae l’autrice è “il concetto di magia, nelle sue declinazioni antropologiche e come atto del pensare che poi, inevitabilmente, diventa parte del reale.” L’autrice non rinnega affatto il suo passato di scrittrice, e senza esitazione alcuna specifica che in questo suo nuovo lavoro “i lettori riconosceranno” il suo “stile, l’incedere, l’introspezione e la voce narrativa che contiene e sottende quella narrante.” Con Le congiunzioni della distanza Mimma Leone ha fatto un salto in avanti verso la sua “idea di scrivere”, ha dato alle stampe un lavoro più che mai maturo, che è abile commistione di generi e di idee, non si incorra dunque nell’errore di pensare che l’autrice abbia svenduto la propria intelligenza, perché così non è. Visioni oniriche, esperienze extrasensoriali, richiami a mondi paralleli, questi sono alcuni ingredienti utilizzati per conferire forma e compiutezza logica al romanzo, una storia che, necessariamente, attinge anche alla formazione culturale e umana dell’autrice. Ne Le congiunzioni della distanza è possibile riconoscere l’influenza di tanti e tanti scrittori: Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Patricia Highsmith, Virginia Woolf, John Steinbeck, Cesare Pavese, Gianrico Carofiglio, Andrea Vitali, Paolo Maurensig, Paulo Coelho, etc.

Mimma Leone analizza l’animo umano e lo mette praticamente a nudo, per evidenziarne debolezze e potenzialità latenti, e lo fa con assoluta umiltà, senza mai dichiarare, neanche fra le righe, di aver trovato una verità incontrovertibile. Ginevra Cassara è una giovane e affascinante antropologa che vorrebbe smettere di fuggire da se stessa, per affrontare, una volta per tutte, le sue paure e non temerle più. È una donna che, per il momento, non è ancora riuscita a trovare una stabilità affettiva insieme a un uomo; nel corso della sua vita ha saputo farsi strada in un mondo dominato dal maschilismo, ha raccolto diversi successi, ed è stata più volte osteggiata per le sue idee rivoluzionarie e un po’ bizzarre. Nel corso della sua non poco difficile vita, Ginevra ha dovuto affrontare un gran numero di problemi: è consapevole di essere una persona un po’ particolare e difficile, una donna che non ha ancora trovato il suo centro di gravità permanente, e proprio per questo ogni giorno lotta per cercare la sua personale verità, una che possa vestire con piena naturalezza. Ginevra ha una amica che è scomparsa, all’improvviso. Dopo tanti anni, fa ritorno nella terra che le ha dato i natali, nel Salento. La sua speranza è quella di riuscire a rintracciare la sua amica. Ginevra non si fa troppe illusione, è ben consapevole che l’impresa si rileverà non poco ardua. Mentre conduce le sue indagini per rintracciare Anna, Ginevra porta avanti il suo lavoro di antropologa, e non da ultimo incontra tutte quelle persone che, bene o male, quand’era poco più di una bambina l’hanno circondata con il loro affetto. Interroga le persone ancora in vita che hanno conosciuto Anna e cerca di vincere le loro resistenze a parlare, ma quasi sempre il suo pensiero corre a Roberto Vincitorio, al bel tenebroso giornalista che a Venezia l’ha intervistata, sedotta e abbandonata. Vincitorio è nella sua testa insieme ad Anna e non solo. Roberto fa la sua misteriosa apparizione nella zona degli scavi dove Ginevra lavora insieme ai suoi colleghi, e lei non può fare a meno di interrogarsi: Vincitorio, poco ma sicuro, le ha taciuto davvero troppe cose. Chi è davvero Roberto Vincitorio? Non è soltanto un freelance, è un personaggio tanto misterioso quanto pericoloso, e questo Ginevra lo scoprirà a sue spese, rischiando la vita e qualcosa di più.

Lo stile di Mimma Leone è sempre preciso, mai circonvoluto: l’autrice sa raccontare le situazioni in cui incappano i suoi personaggi e le passioni che li animano, senza scadere in quella banalità che, purtroppo, è la sola infima qualità di tanti romanzi pubblicati in questo nostro tempo storico ricco di tanta spazzatura e di davvero poca letteratura. Le congiunzioni della distanza è Letteratura, è un romanzo totale e non un semplice thriller che va incontro alle mode imperanti.

Le congiunzioni della distanza - Mimma Leone - Editore: Alter Ego - Collana: Spettri - Anno edizione: 2018 - Pagine: 200 p., Brossura - ISBN: 9788893331180 - € 14,00

mercoledì 30 gennaio 2019

Mimma Leone e le sue "Congiunzioni della Distanza" (Alter Ego Edizioni) - Intervista di Iannozzi Giuseppe

Le Congiunzioni della Distanza

Intervista a Mimma Leone


di Iannozzi Giuseppe

Le congiunzioni della distanza - Mimma Leone

1. Mimma Leone, “Le congiunzioni della distanza” (Alter Ego edizioni) è il tuo nuovo lavoro. Perché hai scelto di metterti alla prova con un thriller?
Nei miei primi lavori avevo già intrapreso il tentativo di indagare l’animo umano, rendendo la narrazione funzionale a questo tipo di ricerca. Potevo continuare a scegliere il racconto, forma a me congeniale che mi ha permesso di farmi conoscere e di ottenere ottimi riscontri. Ovviamente, da lettrice, sapevo già quanto il thriller fosse adatto ai miei contenuti, ma la sfida era ardua e me ne rendevo conto; ho deciso quindi di abbandonare l’ossessione del genere come riferimento, lasciandomi andare alla scrittura della storia che avevo in mente. L’intreccio che ho costruito pagina dopo pagina mi ha permesso di approfondire i personaggi e di strutturare un romanzo a più livelli, delineando il profilo di un thriller di formazione, così mi piace definirlo: la vera protagonista è la psiche, e nelle conseguenze delle sue trasformazioni risiede l’enigma.

2. Ne “Le congiunzioni della distanza” c’è della magia, o meglio una forte componente New Age. Sbaglio? Probabilmente sì, ma amo provocare chi accetta di essere da me intervistato.

Senza dubbio è come dici, anche se non amo molto quel contenitore di idee e suggestioni che prende il nome di New Age. Mi attrae moltissimo, invece, il concetto di magia, nelle sue declinazioni antropologiche e come atto del pensare che poi, inevitabilmente, diventa parte del reale. Tengo a ricordare che l’idea di Ginevra Carrara, l’antropologa protagonista de “Le congiunzioni della distanza” nasce da un mio racconto, “La stanza 21”, che era rimasto nel cuore di tanti lettori proprio per il largo uso di visioni oniriche, esperienze extrasensoriali, richiami a mondi paralleli. In quel racconto mi sono tante volte anche identificata, trovando conferma del fatto che quando si scrivono cose che ti somigliano, è più facile che questa corrispondenza venga colta dal lettore e custodita nella sua memoria. Ho seguito la medesima linea anche in questo romanzo. Credo sia una scelta doverosa, di onestà e professionalità.

3. Ginevra porta avanti una sua personalissima teoria, che, nel suo ambiente lavorativo, viene subito detta troppo fantasiosa. Il tuo romanzo, Mimma Leone, sposa una visione del mondo piuttosto junghiana, non è forse così?

Si tratta di una ‘deformazione personale’ che non posso fare a meno di tratteggiare anche nella scrittura e che certamente è frutto dei miei studi, della mia formazione ma soprattutto delle mie inclinazioni, del mio modo di stare al mondo. L’attenzione verso tutto ciò che ci abita dentro, considerare il nostro inconscio molto più che un’estensione della coscienza, talmente importante da anticiparla e superarla continuamente, imparare a guardarci allo specchio fino all’ultima imperfezione, come uomini e come umanità, dovrebbero essere compiti da auto-assegnarci quotidianamente. In questo mi sento davvero poco occidentale, e se da una parte ciò si traduce in un disagio profondo, da un’altra rappresenta un’apertura infinita verso nuove possibilità.

4. Ginevra è una antropologa, ed è una donna non poco fragile nonostante cerchi di affrontare il mondo a muso duro. A chi ti sei ispirata per tratteggiare il personaggio di Ginevra?

Ginevra è una donna sulla via della consapevolezza. Nonostante sia autoironica, imbranata e non sappia cucinare, custodisce un grande senso di responsabilità con il quale riesce a gestire anche le sue contraddizioni, non senza fatica ovviamente. Ginevra è frutto della mia fantasia. Probabilmente, in parte, è anche una proiezione di me stessa, visto che molte volte Ginevra parla con la mia voce e, a volte, sono io a sorprendermi a parlare con la sua. La verità è che, a storia ultimata, i personaggi sembrano talmente vicini a chi li ha creati da non saperli più distinguere dal piano reale fino a pensare che esistano e siano sempre esistiti, in qualche parte del mondo. Un grande mistero questo, assurdo e bellissimo.

5. La grande amica di Ginevra è una certa Anna Palumbo. Anna è scomparsa, nessuno sa dove sia e se sia ancora viva. È questa l’occasione per Ginevra per tornare nel Salento e cercare di comprendere se stessa, per portare un po’ di luce nella confusione che c’è nella sua mente e nella sua anima. Fra le due donne intercorre un rapporto che sfida il tempo e lo spazio. Mimma, avresti voglia di approfondire quanto da me accennato?

Certo, anche perché nel potere del legame è racchiuso anche il significato e il messaggio del titolo. Anna è il grande pretesto che innesca tutta l’azione del romanzo. Potrei semplicemente dire che è l’amica d’infanzia di Ginevra, con la quale condivide infanzia e una parte di giovinezza. Quando Ginevra si trasferisce al nord per motivi di studio e, poi, anche di lavoro, le due restano in contatto tramite lettere frequenti. Questo accade finché Anna, un giorno, scompare nel nulla. Anche in questo caso, il nodo non si scioglie, anzi, si arricchisce di nuovi fili, si stringe di corde impreviste. Eppure, rispetto a Ginevra, Anna rappresenta soprattutto una sorta di negazione, di antitesi che rende necessaria e perfino utile anche la distanza. Fra le due avvengono incomprensioni, lacrime, e molte separazioni. Ma il loro legame dura nel tempo e resiste ad ogni tipo di lontananza, non solo territoriale, alimentato da un sentimento forte e senza nome, una sorellanza di cuore che rende possibile l’impossibile.

6. Ginevra incontra un giornalista tanto affascinante quanto misterioso e ambiguo. Sulle prime, non sospetta che Big Jim l’ha sedotta con un scopo ben preciso, lo scoprirà solo molto più tardi. Chi è Big Jim, una sorta di demonio molto moderno, o più semplicemente un simbolo di questi nostri tempi così incerti? Forse è entrambe le cose.

Probabilmente entrambe le cose, hai ragione. Vincitorio è un uomo affascinante, ma non è questo che fa perdere la testa a Ginevra. Piuttosto, è il suo lato oscuro, enigmatico, l’incapacità di leggerne i comportamenti, lo stupore che genera ai suoi occhi, nel bene e nel male. Ha il pregio e il difetto di saper usare molto bene i mezzi di comunicazione e di muoversi con estrema facilità nei labirinti della rete. Vincitorio mette in discussione ogni sicurezza, non solo di Ginevra, invitando a una riflessione sulla fiducia e sul futuro. Un personaggio impenetrabile che indubbiamente mi ha dato modo di approfondire argomenti spinosi che conoscevo solo in maniera molto superficiale, come il deep web.

7. Rispetto ai tuoi precedenti lavori, “Il mare per le conchiglie” (Edit@ edizioni) e “L’angelo imperfetto” (racconto lungo inserito nell’antologia “Salento quante storie: 3”), “Le congiunzioni della distanza” che novità stilistiche e di contenuti consegna ai lettori?

I lettori riconosceranno il mio stile, l’incedere, l’introspezione e la voce narrativa che contiene e sottende quella narrante. Ma è un lavoro diverso dagli altri, che per me segna un piccolo passo in avanti verso la mia idea di scrivere. Mi auguro che anche chi mi leggerà possa cogliere qualcosa in più, una crescita, un’evoluzione della mia penna e soprattutto una buona riuscita nel salto del genere. Qui mi sono misurata in una corsa nel lungo tempo, che non può richiedere la stessa energia e lo stesso carico di impegno di un racconto di tre facciate. È un percorso fatto di taglia e cuci, di momenti di ispirazione da cogliere e di tante pagine bianche, di vuoti e di ripensamenti. Ho affrontato per la prima volta la costruzione dei dialoghi, lo svolgimento delle azioni, la collocazione dei colpi di scena. Nei contenuti ho riproposto la donna come grande tema centrale e il valore della relazione come effetto scatenante, rilanciando quindi sia il messaggio dei racconti de “Il mare per le conchiglie”, sia la forza dei legami già accennato all’interno de “L’angelo imperfetto”.

8. Ne “Le congiunzioni della distanza”, tu, Mimma Leone, torni a parlare del Salento, terra che ami molto. Come per Cesare Pavese, anche per te il paesaggio ha un ruolo simbolico all’interno del costrutto narrativo?

Si, ma non solo. Raccontare un luogo, per me, è innanzitutto segnale di forte radicamento, quando parlo della mia terra. Nelle mie storie il paesaggio non è mai mero scenario, è sempre co-protagonista. Occorre provare a farli parlare: i luoghi possiedono una loro estetica e un loro linguaggio, e questa è un’altra sfida che con il thriller ha molto a che fare. Trovo molto stimolante studiare ogni aspetto dell’appartenenza, insieme al significato dell’origine, senza tralasciare il fatto ch,e spesso, dal contatto con un luogo sono nate le mie idee più importanti, a dimostrazione della loro potenza creativa. Allo stesso modo m’intriga sbirciare l’altrove, dilatare lo sguardo per spalancare orizzonti, sfiorare l’ignoto per definire i percorsi dell’immaginario e le proiezioni dei sentimenti dei personaggi, che il lettore spesso riscopre propri.

9. Nell’ultima intervista che mi rilasciasti, mettesti nero su bianco quanto segue: “[…] si tratta di un lavoro impegnativo e importante, un passaggio decisivo, che sentivo di fare. La protagonista è una donna che i miei lettori conoscono già e che ritroveranno nelle vesti di un’affascinante antropologa, che non rispecchia lo stereotipo femminile a cui siamo abituati, non a caso si rivela un personaggio complesso che non mancherà di riservare sorprese. La vicenda è molto articolata e ripercorre gli ultimi decenni della storia d’Italia. È il racconto di un’emarginazione, di un viaggio, di una crisi, di una sorellanza di cuore. Mi piace vederlo come un romanzo di formazione, ma credo che lo apprezzerà molto anche chi ama il mistero e le storie non convenzionali.” La domanda che ora ti pongo, Mimma Leone, è piuttosto banale ma necessaria: a chi consiglieresti di leggere “Le congiunzioni della distanza”? Motiva la risposta, grazie.

Lo consiglierei a chi piace andare oltre e non fermarsi alle apparenze. A chi ama lo stupore, le grandi storie familiari e di amicizia, ma senza cadere nella banalità. A chi ama la bellezza ma non la cerca a qualsiasi costo, perché a volte è necessario cedere il posto alla realtà con le sue spigolature. Indubbiamente lo consiglierei a chi ha voglia di leggere un romanzo non convenzionale, o che almeno prova, con umiltà, attraverso pagine scritte con il piacere e la fatica di un’appassionata, ad avventurarsi in un territorio lontano da confini già battuti. Infine, a chi non ha paura di vivere sulla propria pelle l’emozione della parola, perché ogni parola è un’immagine, e ogni buon libro è un viaggio. Spero che il mio possa esserlo per tanti.

Michel Houellebecq, nel bene e nel male, fa discutere - Serotina - recensione di Iannozzi Giuseppe

MICHEL HOUELLEBECQ

SEROTONINA, O LA NAUSEA PER LA VITA


Iannozzi Giuseppe

Michel Houellebecq - Serotonina - La Nave di Teseo

Michel Houellebecq, nel bene e nel male, fa discutere, accende gli animi, suscita invidia e non solo. Serotonina (La Nave di Teseo) è l’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore francese, che a detta di molti è l’ultimo grande scrittore francese, l’erede di Louis-Ferdinand Céline. Houellebecq ci ha abituati a romanzi profetici, o perlomeno a storie che sono state bollate così. Serotina è un romanzo completamente diverso rispetto a ogni altro lavoro messo nero su bianco da Houellebecq, è una storia che per stile e temi trattati fotografa la realtà quotidiana, lasciando da parte, in maniera volontaria, qualsiasi istanza di preveggenza. Houellebecq fotografa il nostro tempo storico, il presente, e lo fa con una precisione che potremmo definire esistenzialistica. Saper leggere il tempo presente è la più alta forma di preveggenza che uno scrittore possa partorire. Serotonina, forse, non è il capolavoro di Michel Houellebecq, ma solo il tempo potrà dirlo con sicurezza e non chi oggi si scaglia contro lo scrittore, accusandolo di non essere più quello di un tempo. È più giusto dire che siamo di fronte al lavoro di uno scrittore maturo che, oggi, preferisce fotografare la storia odierna in una cornice letteraria falsamente gogoliana, dove il realismo è più che mai potente mentre la componente filantropica e romantica è quasi del tutto assente. Houellebecq ci ricorda, casomai ce lo fossimo dimenticato, che siamo fragili e imperfetti, e, più nello specifico, che se è vero che siamo polvere, allora in polvere ritorneremo (Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris – Genesi 3,19).

Flaurent-Claude Labrouste ha quarantasei anni, ha avuto tante donne, e le ha perse tutte. Non è un uomo felice. I soldi non gli mancano, ma la felicità non è cosa che si possa acquistare. Flaurent, a un certo punto, si rende conto che le escort non lo attirano più, che non riescono più a tradurlo sulla sponde cedevoli e limacciose di una felicità fatta di illusioni. Flaurent è un uomo come ce ne sono a migliaia, un personaggio la cui identità è volutamente banale e stereotipata. Flaurent ha una buona cultura ma non è un genio, ha incontrato l’amore e l’ha distrutto in pochi minuti per abbracciare la stupidità, ed ha un discreto gruzzoletto che gli assicura di non finire a chiedere l’elemosina. Flaurent è un uomo finito che, consapevolmente, va incontro alla propria distruzione (o autodistruzione). Può fare una sola cosa, assumere ingenti dosi di serotonina, un antidepressivo (Captorix) che, nel corso di anni e anni, lo condurrà a distruggersi sul piano fisico e su quello mentale. Flaurent si suicida lentamente, passando i suoi giorni in uno stato vegetale o quasi. La serotonina gli toglie ogni desiderio, anche quello sessuale. Sprofondato in una condizione di apatia irreversibile, oramai incapace di fare a meno della serotonina, Flaurent, al pari di un malato terminale, cercherà le donne e gli amici che in gioventù ha creduto di amare. Gli ultimi giorni di Flaurent sono tutti votati a racimolare ricordi sempre più sbiaditi, uguali a polaroid che perdono il loro colore.

In Serotonina c’è la nausea per la vita, l’inferno dantesco che essa è, e solo di rado l’autore si concede di condire la narrazione con un pizzico di ironia petroniana. Michel Houellebecq ci ricorda che siamo destinati a fallire nonostante il nostro continuo affannarci per lasciare ai posteri una traccia di noi. E non da ultimo, a chiare lettere, ci dice che l’inferno si manifesta in ogni angolo calpestato dall’uomo.

Serotonina - Michel Houellebecq - La Nave di Teseo - Traduttore: Vincenzo Vega - Collana: Oceani - Anno edizione: 2019 - Pagine: 332 p., Brossura - EAN: 9788893447393 - € 19,00