venerdì 9 novembre 2018

Il MALE PEGGIORE - In libreria: GIUNTI AL PUNTO, MONDADORI, LA FELTRINELLI, IBS, AMAZON ecc. - Un libro consigliato da Nadia Fagiolo

Perché leggere
Il MALE PEGGIORE
di Iannozzi Giuseppe

Ve lo spiega Nadia Fagiolo


IL MALE PEGGIORE, mio ultimo romanzo pubblicato da Edizioni Il Foglio, arriva presso le LIBRERIE GIUNTI AL PUNTO grazie a Nadia Fagiolo.

Il libro lo potete trovare presso la libreria GIUNTI AL PUNTO di Erba - Centro Commerciale I Laghi - Viale Prealpi n. 3 - cap 22036 - Erba (CO), ma potete anche ordinarlo presso uno dei tantissimi punti vendita GIUNTI in tutta ITALIA (https://www.giuntialpunto.it/librerie).
Grazie a quanti sino ad ora hanno acquistato il mio libro o hanno intenzione di acquistarlo. Nella foto Nadia Fagiolo insieme a Emilia Spinelli presso la libreria Giunti al Punto di Erba (CO) con in mano il mio IL MALE PEGGIORE. Siete fantastiche e di più.
Grazie a TUTTE/I.
Giuseppe Iannozzi

Il male peggiore fra le mani di Nadia Fagiolo ed Emilia SpinelliPerché leggere Il MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio) ve lo spiega Nadia Fagiolo:
Questo libro è un urlo. Sì, avete capito bene. La scrittura di Giuseppe colpisce alla bocca dello stomaco, è sincera, è così dura da risultare, talvolta, anche scomoda. In questo romanzo il lettore si ritrova spettatore di vari e intriganti attimi di vita appartenuti ad alcuni importanti personaggi della letteratura (e non solo). Qui si parte per un viaggio nel tempo: allacciate le cinture e non temete, non dubitate, non dubitate, non dubitate... non dubitate…

Perché dovreste comperarlo? I 10 Beppemotivi

1 - Perché Beppe è geniale.
2 - Perché Beppe scrive in italiano e quello vero.
3 - Perché Beppe continuerà a scrivere molto più volentieri se i suoi libri vendono.
4 - Perché Beppe vale e si attiene ai fatti senza troppi fronzoli.
5 - Perché Beppe conosce anche la storia, l'attualità, è un critico e un giornalista. Mica da tutti.
6 - Perché Beppe è cresciuto a pane e libri e per davvero.
7 - Perché Beppe ha messo un pezzo della sua anima in questo libro
8 - Perché questo libro ha rubato un pezzo d'anima a Beppe.
9 - Perché, se vi fidate, è un capolavoro di perfezione stilistica e di contenuto.
10 - Perché Beppe è un nostro amico, arriva Natale, e sono pochi Euro spesi bene (per una piacevole lettura e un po' di sana cultura).

Acquista su


GIUNTI AL PUNTO:

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La Feltrinelli:


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lunedì 15 ottobre 2018

“Protocollo di simulazione” di Morena Zuccalà. Undici racconti per un romanzo tra fantasia e realtà – 96 rue de-La-Fontaine Edizioni

PROTOCOLLO DI SIMULAZIONE

Undici racconti per un romanzo
tra fantasia e realtà

Morena Zuccalà

di Iannozzi Giuseppe


Protocollo di simulazione -Morena Zuccalà - 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni

Nella postilla a Il nome della rosa, Umberto Eco scriveva: «Si fanno libri solo su altri libri e intorno ad altri libri. […] I libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes.» Checché se ne dica, le storie che oggi scriviamo non potranno non far rifermento ad archetipi e romanzi creati, nel corso dei secoli, da mille e più autori; e Morena Zuccalà, autrice di Protocollo di simulazione (96, rue de-La-Fontaine Edizioni), ne sa ben più di qualcosa. Gli undici racconti che sono in Protocollo di simulazione sono legati tra di loro da un sottile ma ben resistente fil rouge: la fantasia incontra la realtà affinché autore e lettore scoprano o ritrovino se stessi. La realtà è data da spunti autobiografici abilmente mascherati, la fantasia da tutto ciò che abita nell’anima dell’autrice. Ne La tempesta, che da molti è ritenuta l’ultima opera di Shakespeare, il bardo metteva in bocca a Prospero queste parole: «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.» (da “La tempesta”; Prospero: atto IV, scena I.) In Protocollo di simulazione, l’autrice ci ricorda che è proprio così, e ce lo dice con parole sue: «Ogni uomo forte raggiunge immancabilmente ciò che il suo vero io gli ordina di volere.» (da “Protocollo di simulazione”; Il tempo verticale, pag. 72)

Tutto ha inizio quando viene al mondo Fantine. La bambina porta sempre con sé un ombrellino giallo. A chi le chiede perché lo apre anche con il sole, lei spiega che solo così è possibile «sentire la forza del vento dal mare, quello che asciuga l’anima.» Si è detto che Protocollo di simulazione accoglie undici racconti, ed è così, ma è anche vero che i racconti concorrono a formare un romanzo breve, dove l’explicit si ha nel decimo racconto, mentre l’undicesimo è più che altro una preghiera rivolta ai lettori: «Ti chiedo un ultimo sforzo. [...] Ti chiedo l’ultimo sforzo di ascoltare queste parole che ho raccolto per te, perché ti sono grata. [...] Non capita tutti i giorni di riuscire a prendere il volo, di afferrare quella dose di coraggio nascosto nel posto più introvabile che c’è [...] Ti sono grata, perché il desiderio di condividere con te queste pagine mi ha resa più coraggiosa.» (da “Protocollo di simulazione”; Ultimo, pagg. 83 - 84)

Tra gli autori che maggiormente hanno influenzato la scrittura e la sensibilità artistica (e umana) di Morena Zuccalà spiccano Hermann Hesse e Jack London, che in Protocollo di simulazione vengono chiamati in ballo, con stile più che mai icastico, per diventare dei veri e propri mentori e indicare così la via da seguire a chi l’ha persa o l’ha dimenticata. Il lupo della steppa di H. Hesse e Martin Eden di J. London sono due romanzi chiave per Morena Zuccalà, sono difatti essi il perno e l’ago magnetizzato della sua bussola. Alcuni racconti presenti in Protocollo di simulazione si ammantano di un’aura magica, forse riconducibile alla lettura di autori quali i fratelli Grimm, Nathaniel Hawthorne, Guy de Maupassant, Luigi Capuana, Italo Calvino.

Protocollo di simulazione di Morena Zuccalà è allo stesso tempo una raccolta di racconti e un romanzo compiuto e finito. Indipendentemente dal modo in cui si leggerà questo lavoro, sarà possibile ricavare una morale o più di una, come: nessuno è un numero per una catena di montaggio, ognuno di noi può trovare il coraggio di cui ha bisogno, chi sogna sa volare per abbracciare la libertà di essere.

Morena Zuccalà, classe 1976, ha pubblicato Protocollo di simulazione. Gestisce 96, rue de-La-Fontaine Edizioni.

Protocollo di simulazioneMorena Zuccalà - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Anno edizione: 2017 - Pagine: 92 p. - EAN: 9788899783518 - € 10,00

Luca Gamberini, "Enciclopedia del far niente" - Intervista all'autore e recensione -96 rue de-La-Fontaine Edizioni

ENCICLOPEDIA DEL FAR NIENTE


Intervista a Luca Gamberini


96 rue de-La-Fontaine Edizioni


a cura di Iannozzi Giuseppe

Enciclopedia del far niente - Luca Gamberini

1. Luca Gamberini, che cosa ne pensi del titolo di "poeta"?

Poeta... Lo ritengo un titolo impegnativo, dallo svolgimento spesso incerto e contraddittorio. Personalmente la mia idea di poeta è una non idea, piuttosto è un gesto colto, un'espressione priva di mira alcuna, un sentire ciò che nessuno vede, uno stile di vita che va al di là della scrittura. "Mi chiamano poeta gli amici del bar", comincia così un mio scritto dall'eloquente titolo: "È tutto qui". Negli ultimi anni il titolo di poeta ha raggiunto un livello di svalutazione notevole, tanto che si è venuta a creare una grande confusione generale. Penso ormai che sia un titolo appartenente più al mondo dei vernissage che al mondo da dove in realtà proviene.

2. Enciclopedia del far niente arriva dopo "Mi sgridi i piedi". Sono due libri molto diversi e per contenuti e per stile. Quale necessità interiore ti ha spinto a dare alle stampe questa tua nuova silloge poetica?

"Mi sgridi i piedi" ha avuto una gestazione tormentata, è un libro privo di equilibrio, dove l'estasi e la disperazione si accarezzano in continuazione, è una silloge istintiva, a tratti scanzonata, oserei dire liberatoria, se mi concedi il termine, dal momento che scrivere è la mia medicina, l'unica in grado di curare il mio tormento. "Enciclopedia del far niente" segna una svolta nel mio modo di vedere le cose, diciamo che se "Mi sgridi i piedi" narra di un dolore per certi versi immaturo, "Enciclopedia del far niente" mostra una consapevole gestione della sofferenza, alcuni versi sono dettati da intere notti trascorse ad osservare il buio. Il contenuto, dei due, lo ritengo più o meno simile, cambia l'approccio, c'è molto più equilibrio nel fare niente, ma non meno fatica, anzi. In quanto allo stile hai ragione, il mio modo di scrivere è cambiato, ma non ti so dire se si tratta di un'evoluzione o di una involuzione, questo lo diranno i lettori, per me è già un'impresa riuscire a rispondere a queste domande, mi risulta più facile scrivere un libro.

3. In molte tue poesie, Luca, sempre ricorrente è la figura del bambino. Siamo di fronte a una sorta di condivisione della teoria del fanciullino?

Se come figura del fanciullino intendi quella di Pascoli direi che sì, hai fatto centro, ritengo fondamentale il bambino che vive dentro di noi, lo considero l'unico in grado di poterci salvare. In "Enciclopedia del far niente" ci sta proprio uno scritto intitolato "Bambino", una sorta di auto confessione, derivata dalla mia 'incapacità' di riuscire a mantenere rapporti stabili per lunghi periodi, ciò è dovuto alle contaminazioni del mondo esterno che spesso prendono il sopravvento sull'individuo fino a plagiarlo. A un bambino questo non succede, specialmente se si tratta di un bambino adulto.

4. Talvolta le tue poesie covano il seme di un pessimismo irrazionalista, altre volte sono disperatamente dolci. Sbaglio?

Non lo so, sono spesso portato a descrivere la meraviglia dei miei fallimenti, ma non so cosa rispondere a una domanda così diretta, anche in questo istante non so se sono felice o se sono triste, non so neppure da quale momento della mia vita ti stia rispondendo. Pessimismo e disperazione se non sono accompagnati dalla dolcezza non sono, per me, sinceri, questa è l'unica riflessione che mi sovviene.

5. Per essere uno che ama non far niente o quasi, direi che ti dai un gran daffare, o no?

Sono un indolente al quadrato, scrivere è tutta la mia vita, l'unica cosa che mi riesce fare con entusiasmo anche nella disperazione più nera. In meno di due anni ho pubblicato due raccolte di versi, questo perché l'ultima pubblicazione non era attesa, ho semplicemente trovato un editore che ha creduto nelle mie capacità descrittive, più che un editore, altro 'titolo' del quale si fa un uso sempre più improprio, una grande persona, dotata di una luce speciale. Attualmente sono impegnato con la scrittura di uno spettacolo teatrale che fungerà da presentazione a "Enciclopedia del far niente", una breve opera in un atto, mi sto divertendo molto a scriverla, oltre ad alcune poesie contenute nel libro vi sono molti dialoghi inediti scritti appositamente, nel mentre sto assemblando una nuova raccolta di versi, includono il lavoro di questo ultimo anno, dal titolo "Lo sguardo deluso degli specchi". Il mio editore dice sta venendo fuori qualcosa di bello. Mi sento obbligato a crederci.

6. In Enciclopedia del far niente, silloge che è idealmente strutturata in tre tempi, il tuo linguaggio è molto spericolato, non sempre immediato. Come mai questa scelta stilistica, quasi d'avanguardia?

L'idea dei tre tempi è nata durante l'assemblaggio della silloge, non mi ero mai cimentato in un lavoro così lungo per cui mi sono trovato un po' in difficoltà nel dare un senso all'insieme e nemmeno so se davvero sia poi stato capace a darlo. Il mio linguaggio è diretto, specie quando pare non esserlo, la mia intenzione è quella di cercare di trasmettere immagini attraverso la parola, a me risulta più complicato dirlo che farlo, in quanto a spericolato non so, ho curato molto la parte tecnica, se così vogliamo chiamarla, cosa che mai avevo fatto nelle mie precedenti pubblicazioni, "Enciclopedia del far niente" penso sia la mia prima opera finita, nel senso che in tutte le opere precedenti mi rimaneva dentro un senso di volutamente incompiuto, quest'ultima ha una fine.

7. A chi è destinato Enciclopedia del far niente? E: continuerai a scrivere dopo questa tua fatica non da poco?

"Enciclopedia del far niente" è destinato a chi saprà nutrirsi, nutrendomi e non a chi tenterà di recidermi, cogliendosi.

Enciclopedia del far niente 

La poesia di Luca Gamberini


Iannozzi Giuseppe


Enciclopedia del far niente è l’ultima raccolta poetica di Luca Gamberini, pubblicata per i tipi 96, rue de-La-Fontaine Edizioni. La poesia di Luca Gamberini ha radici nel quotidiano, nel suo personalissimo vissuto, e solo di rado le poesie si sganciano dagli spazi vitali del poeta per rovistare in anfratti metafisici o shakespeariani e men che meno in dimensioni omeriche.

Il linguaggio poetico di Luca Gamberini è fintamente semplice: allegorie che rincorrono altre allegorie, ogni volta più spericolate, ma Gamberini, quasi per magia, riesce a tenerle legate assieme conferendogli buone giustificazioni (quasi) sempre lontane da forme di contraddizione. Gamberini, pur non imitando Eugenio Montale, applica una cifra poetica montaliana, coniugata in un sentire molto solipsista che, non di rado, sposa il pessimismo irrazionalista di Arthur Schopenhauer. Il “mal di vivere” che Gamberini porta in poesia è quello che altri poeti hanno già portato sulla pagina: Cesare Pavese, Eugenio Montale, Umberto Saba, Alda Merini, Alfonso Gatto.

Come per Montale, anche per Gamberini la realtà è segnata da una frattura mai sanabile fra l’individuo e il mondo; inoltre, nel suo poetare, Gamberini introduce, più e più volte, quella rassegnazione che è nel “mestiere di vivere” di Cesare Pavese. E l’intorno, che fa di Gamberini un libero-prigioniero, riflette gli stati d’animo dell’uomo e del poeta, ovviamente; e non potrebbe essere davvero diversamente. L’urgenza di Luca è quella di dire, anche quando dice in prosa che è poi, a ben vedere, prosa poetica versata in un esistenzialismo minimale, vale a dire in quei soffocamenti di tutti i giorni che producono dolore e sofferenza, e solo, ogni morto di papa, una minima effimera gioia. Non si pensi però che Gamberini tenti di imitare Pavese o Montale, perché così non è, è invece vero che il poeta Luca è stato influenzato da questi e altri poeti, e il risultato finale lo possiamo leggere nei versi che sono nella sua Enciclopedia del far niente, silloge assai originale per contenuti, stile, qualità.

Enciclopedia del far niente – Luca Gamberini – Editore: 96 rue de-La-Fontaine Edizioni – Collana: La carrucola del pozzo – Anno edizione: 2018 – Pagine: 186 – EAN: 9788899783808 – Prezzo: 13 €

sabato 8 settembre 2018

Silvia Stucchi: intervista alla curatrice e traduttrice di “Lettera sul suicidio” di Lucio Anneo Seneca (Dehoniane edizioni) - di Iannozzi Giuseppe

Silvia Stucchi: intervista alla curatrice e traduttrice
di “Lettera sul suicidio”
di 
Lucio Anneo Seneca


di Iannozzi Giuseppe

Dehoniane edizioni


Lettera sul suicidio - Lucio Anneo Seneca - EDB

1. Il suicido, tema oggi più che mai attuale, dal latino sui caedere, vale a dire uccidere se stessi, non è cosa nuova, né in Occidente né nella cultura orientale. I più pensano che darsi la morte sia una libertà dell’uomo, una liberazione da una condizione non più sostenibile, a volte per colpa di una malattia non curabile. La Chiesa come si pone difronte a chi sceglie la morte anziché la sofferenza?

            In verità, il testo senecano è stato da me scelto non perché io sia un'esperta di etica, o bioetica, o di teologia, ma perché sono una latinista e credo che non esista figura più affascinante, pur nelle sue contraddizioni, di Seneca. In effetti, se si prova a chiedere a un filologo classico e uno studioso di letteratura  latina con quale autore, se potessero, vorrebbero scambiare quattro chiacchiere, qualcuno risponderà Cesare, altri Tacito o Petronio; qualcuno sarà catturato dal fascino di Catullo o dall'idea di fare una conversazione con il misteriosissimo Lucrezio. Ma, in ultima analisi, credo che tutti, ma proprio tutti, vorrebbero conoscere Seneca. Chi comanda è sempre solo: e Seneca lo sapeva benissimo, visto che si è trovato ai vertici dell'Impero per molto tempo, e impegnato con un princeps e allievo dal carattere diciamo un po' particolare, assertivo, diremmo, come Nerone. Seneca era un uomo di intelligenza splendida, ma anche dalle contraddizioni innegabili: pensiamo alla Lettera 51 delle Epistulae morales ad Lucilium, dove biasima come superficiali i passatempi dell'élite socio-politica dell'Impero, che trascorreva i periodi di villeggiatura in località alla moda, come Baia. Ovviamente, se Seneca descrive e conosce così bene gli svaghi dei potenti, è perché anche lui vi ha preso parte, in qualche occasione...

            Ciò detto, il testo di Seneca della Lettera 70 è interessante perché ci propone una delle più ampie discussioni su un problema, quello del suicidio e della libertà del sapiens, che l'etica stoica - e tutta l'etica antica, in verità, - valutava come primario, in un momento in cui essa non era una alternativa all'etica cristiana, visto che ci troviamo in un contesto pre-cristiano. Il cristianesimo all'epoca è già diffuso a Roma (probabilmente in quegli stessi anni in cui Seneca mette mano alle Lettere a Lucilio, Paolo è nell'Urbe: ma attenzione, Seneca scrive le Epistulae ad Lucilium con ogni probabilità dal 62 al 65, anno della sua morte, quando ormai è avvenuto il suo ritiro a vita privata, e probabilmente deve avere tenuto in quegli anni un profilo bassissimo, limitando le sue apparizioni pubbliche e forse, possiamo immaginare, trattenendosi più nelle sue ville e dimore suburbane che a Roma). Il Cristianesimo, invece, è ancora un culto minoritario, che balzerà agli onori della cronaca con la persecuzione del 64; del resto, ancora cinquant'anni dopo Plinio il Giovane, nella famosa Lettera a Traiano (epist. 10, 96), sul trattamento dei cristiani e sui processi istituiti a loro carico, dimostrerà che, agli occhi di chi non segue la nuova religione, i principi del Cristianesimo sono ancora piuttosto vaghi, e Plinio stesso non riesce a coglierne lo specifico.

            Diciamo allora che il testo della Lettera 70 ci fa capire molte cose, come pure quello, per esempio della Lettera 41, a proposito della natura della divinità: da un lato, lo Stoicismo ha innegabilmente inciso e contribuito a plasmare l'etica cristiana. Del resto, il "mito" della sopportazione del dolore e della sofferenza, del sacrificio in nome di un bene comune, della pronoia, di una forma di Provvidenza, sono tutti elementi ancora a noi familiari (pensiamo anche al modo di dire banalizzato che usiamo spesso, "sopportare stoicamente", "sii stoico", e simili). Tuttavia, ci sono anche profondissime differenze, proprio inconciliabili: è vero che il Dio di Seneca intus est, è "dentro di noi", anche se la sua presenza viene percepita magari con più acutezza in contesti dove la solennità di certi ambienti naturali (grandi foreste con piante secolari, paesaggi maestosi, etc.) sembra esaltare la sua potenza creatrice e dove si avverte un senso di numinoso. Però è anche vero che lo Stoico di stretta osservanza crede che, con l'esercizio strenuo, l'uomo, o meglio, il sapiens, non solo possa elevarsi al di sopra della massa, ma persino essere superiore alla divinità, perché quella perfezione che la divinità possiede per statuto, il sapiens l'ha dolorosamente conquistata, a prezzo di rinunce e di una autoeducazione severa, un tratto che per noi si connota come hybris, come "tracotanza". E, del resto, il messaggio dello Stoicismo è un messaggio elitario: non tutti sono adatti a recepirlo, a sostenerne le richieste, e il saggio deve essere  consapevole che la cosa più disumanizzante è la folla, la massa, con le sue passioni vergognose e turpi: quella, davvero, è irredimibile.

2. Lucio Anneo Seneca, filosofo un poco ambiguo ma non per questo contraddittorio, in "Lettera sul suicidio" parla di libertà, senza fare, almeno apparentemente, una apologia a tutto spiano a favore del darsi la morte con piena consapevolezza. Papa Francesco, nel novembre del 2017,: “È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito proporzionalità delle cure.” Non si è dunque pronunciato a favore dell’eutanasia, tutt’altro. Dehoniane propone ai suoi lettori Seneca con la sua "Lettera sul suicidio": perché?

            Credo che un tratto che possa avere interessato la direzione editoriale sia sviscerare un aspetto così interessante del pensiero di Seneca, e che ci dà il polso di come, spesso, gli "utilisti", cioè coloro che, pur animati da buone intenzioni, vogliono fare l'apologia degli studi classici e della lettura degli autori latini greci, prendano, pur in perfetta buona fede, una strada a mio avviso sbagliata; e non sono la sola a pensarlo, perché così dicono anche N. Gardini e, prima, E. Cantarella.  In altre parole, talora ci troviamo a sentire ripetere che "gli antichi, i Latini e i Greci, erano proprio come noi, senza nessuna differenza". Sbagliato: gli antichi erano diversissimi da noi, e dobbiamo sottolinearlo, pena la banalizzazione di un pensiero anche molto complesso, come quello di Seneca, che rischia di venire ridotto a un "bigino". Ringrazio allora il Dottor Alessandrini, delle EDB, che mi ha dato la possibilità di approfondire questo tema così interessante.

             Va poi detto che il suicidio antico aveva motivazioni diversissime da quelle che si riscontrano nei nostri tempi: per esempio, il suicidio non sembra essere stato, da quanto possiamo intuire dalle fonti, un rischio cui erano sottoposti gli adolescenti (ma esisteva poi, l'adolescenza, come la intendiamo noi, a quell'epoca?); spesso si trattava di suicidi politici. Non dimentichiamo, infatti, che c'era anche una motivazione pratica: talvolta anticipare di propria mano la condanna a morte inflitta per crimen maiestatis, delitto di lesa maestà o di congiura contro il princeps, era la sola via per non disonorare definitivamente il proprio nome. Inoltre, in  simili frangenti, fare testamento assegnando metà del proprio patrimonio all'imperatore poteva garantire agli eredi di entrare in possesso almeno di una parte di quei beni, che, in caso contrario, sarebbero stati acquisiti interamente dal fisco imperiale.

3. Nella tua Premessa a “Lettera sul suicidio”, Silvia Stucchi, fra le altre cose, sottolinei: “Ai tempi di Seneca era ancora lontana l’affermazione del cristianesimo, che ha plasmato la nostra etica: esso era un culto minoritario, oggetto della persecuzione del 64, e il suicido era valutato in un’altra ottica. [...] La dottrina della libertà stoica si basava sulla facoltà di liberarsi della vita in ogni momento: anche Seneca pensa che vivere non sia un bene in sé e per sé, in quanto non ogni vita è comunque degna d’essere vissuta  [...]”. Oggi, qual è l’etica maggiormente accettata? E, soprattutto, Seneca ha ancora qualche cosa da insegnarci, o è sol più materia di studio per i latinisti e per pochi eruditi?

            Il mondo antico aveva in un certo senso il "mito" della libertà: ma quello che ci separa da quel tempo è, forse, il fatto che la libertà di cui poteva parlare un sapiens stoico- assodati tutti i punti di divergenza dall'etica cristiana che ho sottolineato già sopra - è che, mi sembra, il modo in cui molto spesso si intende la libertà oggi sia estremamente solipistico e autoriferito, senza quasi più alcun addentellato con il profilo pubblico dell'essere cittadino, del mettersi al servizio di un ideale, di spendersi per la comunità. Certo, Seneca da questo suo "impegno" pubblico alla corte di Nerone ricavò anche immensi vantaggi materiali, tanto che - lo riporto anche nel libro - dovette più volte giustificarsi agli occhi dei critici che gli rimproveravano scarsa coerenza fra i precetti di sobrietà della Stoà e il suo stile di vita. Il Nostro, infatti, era uno degli uomini più ricchi dell'Impero e cedeva eccome agli status symbol, dato che possedeva, giusto per fare un esempio, oltre cinquecento mense di preziosissimo legno di cedro. Ma ciò fa parte del fascino di Seneca, che, come sottolineavi anche tu, non è esente da ambiguità.

            In generale, se dovessi dire che cosa rende ancora attuale Seneca, e il pensiero greco e latino, non solo filosofico, direi per prima cosa questo: che ci ha insegnato a pensare per problemi. E poi, il mondo greco - romano ha in sè germi di modernità importanti: il nostro concetto di "persona" nasce dal Diritto Romano, oltre che dal Cristianesimo, e, tuttavia, non era un concetto applicato a tutti. Il mondo classico è un mondo di immense contraddizioni: esalta la libertà, ma la schiavitù è diffusissima ed è diffusa anche l'idea che ci siano individui "schiavi per natura", come dice Aristotele. Ancora, Seneca, e non certo solo lui, esalta la ragione, ma all'uso maturo della razionalità non tutti hanno accesso: le donne, il vulgus, il popolaccio, la folla disumana e disumanizzante, ne sono esclusi (anche se vi sono talora esempi luminosi, come i due oscuri gladiatori di cui Seneca parla nell'Epistola 70).

            E pensiamo, ancora, agli schiavi: il mondo romano, così fine e sottile nell'esaltare le prerogative e la dignità del civis, li considerava, secondo la nota definizione di Varrone Reatino, "instrumenta vocalia", cioè "oggetti, strumenti di lavoro dotati di parola": come una zappa, o un piccone, insomma, con il vantaggio che però essi potevano esprimersi a parole, e potevano così rispondere a stimoli complessi e svolgere anche attività di concetto. Ed è anche interessante vedere come possa il sapiens stoico, che crede in una divinità, ma impersonale e immanente nella Natura (come oggi pensano in fondo in molti), e in una Pronoa, una Provvidenza, spesso enigmatica e imperscrutabile, elaborare un sistema, o, comunque, una visione del mondo che rassicuri un'umanità la quale, senza più la fede ingenua e arcaica nelle antiche divinità olimpiche, era di fatto sola nel cosmo...Ecco, potrei dunque dire che il fascino e anche per certi versi l'attualità del pensiero senecano sta nel fatto che questo grande personaggio si è messo in gioco cercando di sviscerare i problemi dell'uomo del suo tempo - che poi sono spesso, questo sì, i problemi dell'uomo di ogni tempo -, con le sole armi dell'intelletto.

I'm your man. Vita di Leonard Cohen. Una biografia fondamentale per conoscere e comprendere Voce di Rasoio di Iannozzi Giuseppe

I'm your man. Vita di Leonard Cohen

Una biografia fondamentale per conoscere e comprendere Voce di Rasoio


di Iannozzi Giuseppe


I'm Your Man - Vita di Leonard Cohen
Una biografia che è meglio di un romanzo. C’è tutta la vita di Leonard Cohen, del Poeta, del cantautore, del cantante, dello scrittore, del pittore, e dell’uomo con i suoi tanti amori in poesia e non. Sylvie Simmons non ha scritto una semplice e arida biografia, ha invece narrato la vita del Sommo Poeta come in un vero e proprio romanzo.
In I’m your man. Vita di Leonard Cohen c’è la vera essenza di Leonard Cohen, in tutte le sue variegate sfaccettature, dai difficili difficilissimi esordi letterari e musicali fino alla consacrazione mondiale con l’album I’m your man, che ha segnato la rinascita e la riscoperta di quello che è oggi, giustamente, considerato uno dei maggiori e più raffinati Poeti al mondo, oltreché uno dei più grandi scrittori canadesi.
Una lettura appassionante, che vi terrà incollati alle pagine e vi farà venir voglia di comprare ogni libro e ogni canzone mai scritti da Leonard Cohen.

I’m your man. Vita di Leonard Cohen di Sylvie Simmons, edito in da Caissa Italia, è un capolavoro letterario, d’amore e di passione. Dopo aver letto questa biografia… questo romanzo sulla vita del Poeta, non potrete far a meno di leggere i romanzi di Leonard Cohen, Il gioco preferito e Beautiful Losers, e, ovviamente, vi sarà impossibile non innamorarvi della sua poesia, dei suoi tanti libri di poesia, dei suoi dischi, delle sue canzoni, della sua voce ruvida e tagliente come lama di rasoio.
Leonard Cohen - Suo padre, imprenditore tessile, morì quando lui aveva nove anni. A diciassette anni entrò alla McGill University dove formò i Buckskin Boys e scrisse il primo libro di poesie, Let Us Compare Mythologies (tradotto in Itala con il titolo Confrontiamo allora i nostri miti).

Il suo secondo volume, pubblicato nel 1961 e intitolato The Spice Box of Earth, fu apprezzato in tutto il mondo. Ma come è sempre accaduto nella sua carriera, l'enorme riconoscimento ricevuto dalla sua opera non trovò un corrispettivo dal punto di vista economico. "Non riuscivo a guadagnarmi da vivere", ha detto. Da quasi cinquant’anni Leonard Cohen incanta il mondo con le sue canzoni con le sue poesie di ribellione e d’amore, perennemente in bilico tra la vita e l’immaginazione. Scrive Giancarlo De Cataldo nella prefazione a L’energia degli schiavi: «Perennemente incapace di scegliere fra l’ascesi imposta da un millenario retroterra mistico e la pella abbronzata delle stelline di cartapesta, ha bruciato e consumato amori, rancori, droghe e dolori. Ha mollato l’azienda di famiglia (ramo tessile) per farsi poeta. Ha studiato la cabala e il Talmud ed esplorato il sesso adolescente nel lungo inverno canadese. È partito per Cuba entusiasta di Fidel e ne è stato cacciato con ignominia per aver fatto comunella con una congrega di santi bevitori e donnine di facili costumi quanto mai invisa al moralismo di regime. È stato “Capitan Mandrax”, il bipede semovente più fatto del sistema rock, e ha conteso a Erns Junger e William Burroughs il discutibile primato di tossico più longevo del XX secolo. A sessant’anni suonati s’è ritirato in cima a un eremo per assistere il vecchio maestro Roshi, a quasi settanta ha riscoperto Los Angeles, la tv e il nemico pubblico numero due (dopo l’undici di settembre) dei puritani stelle & strisce: il tabacco. Nel bel mezzo del periodo buddista ha scritto una sarcastica invettiva rivendicando la sua mai negletta appartenenza alla cultura (e alla fede) ebraica. Il suo continuo oscilare da un estremo all’altro di due visioni profondamente contrapposte dell’esistenza ne fa un esempio unico di vita vissuta e raccontata in una “presa diretta” costantemente sopra le righe.»
Dopo un breve periodo trascorso alla Columbia University di New York, Cohen ottenne una borsa di studio con la quale venne in Europa, stabilendosi in Grecia, nell'isola di Hydra dove visse per sette anni con Marianne Jensen e suo figlio Axel. Nel periodo greco scrisse un'altra raccolta di poesie Fiori per Hitler (1964) e due romanzi di successo The Favourite Game(Il gioco preferito, il suo ritratto di giovane ebreo a Montreal) e Beautiful Losers (1966). Dopo aver raggiunto la notorietà come romanziere e poeta, Cohen decise di tornare in America e dedicarsi completamente alla musica. Nel 1967 registrò per la Columbia il suo primo album The Songs of Leonard Cohen, che include brani come "Suzanne", "Hey That's No Way To Say Goodbye", "So Long, Marianne" and "Sister of Mercy".  Songs for a Room e Songs of Love and Hate del '69 e del '71 confermano il talento di Cohen come poeta e musicista della solitudine. Del '72 è il suo primo album dal vivo Live Songs. Nel 1973 New Skin for the Old Ceremony dà l'avvio a un rinnovamento stilistico che coniuga la tipica ricerca nei meandri dell'animo umano con un suono rinnovato e arrangiato con più cura. Dopo questo album Cohen si prende qualche anno di pausa fino al 1977, quando esce forse il suo album più strano Death Of a Ladies' Man. A questo fa seguito Recent Songs del 1979, un nuovo punto di partenza rispetto ai precedenti, in cui oltre ai temi riguradanti le difficili relazioni uomo/donna si affacciano quelli riguardanti la sfera religiosa che Cohen realizza in pieno nell'album del 1984 Various Positions nel quale sono incluse canzoni come "Halleluja", "The Law", "Heart With No Companion", nate da una lunga e difficile battaglia spirituale che Cohen ha intrapreso con se stesso. I'm your man del 1988 è stato forse il culmine della carriera professionale. Nel corso degli anni '90 Cohen ha continuato a scrivere poesie che sono state pubblicate in tutto il mondo: per un uomo che aspirava semplicemente ad essere "un poeta minore" tutto questo non è poco. È morto l'11 novembre 2016.

Sylvie Simmons - Nata a Londra e oggi residente a San Francisco, la Simmons ha cominciato la sua notevole carriera nel 1977 come corrispondente da Los Angeles per Sounds, uno dei tre principali settimanali rock britannici. Musicista lei stessa (suona l’ukulele) ha scritto i testi per i libretti di diversi autori, tra cui David Bowie, i Red Hot Chili Peppers, Johnny Cash e, ovviamente, Leonard Cohen. Per I'm your man. Vita di Leonard Cohen ha lavorato ininterrottamente dal 2009 al 2012.

I’m your man. Vita di Leonard CohenSylvie Simmons – Traduttore: Yuri Garrett – Caissa Italia – pagine 488 – ISBN 9788867290192 – Prezzo € 25,00

Tra Calvino e Buzzati l’esordio di Andrea Esposito con “Voragine” (Il Saggiatore) – recensione di Iannozzi Giuseppe

Tra Calvino e Buzzati l'esordio di Andrea Esposito

VORAGINE


di Iannozzi Giuseppe

Voragine - Andrea Esposito - Il Saggiatore

I fantasmi sono il nostro primo nemico, il più grande e pericoloso. Andrea Esposito esordisce con il romanzo Voragine (Il Saggiatore, 2018), un romanzo di formazione ambientato in un  tempo e in un luogo non definiti con dei banali e superflui nomi. Sappiamo però che siamo nei pressi della periferia romana. Da subito l’aria che si respira è claustrofobica: Giovanni, protagonista principale della storia di Andrea Esposito, vive e cerca di sopravvivere in un mondo che, giorno dopo giorno, si sbrana da sé. Le atmosfere dipinte dall’autore con pennellate secche e precise, senza mai dar corpo a delle perifrasi, a grandi linee potrebbero ricordare al lettore certi paesaggi kafkiani, ma di più certi deserti post-apocalittici tipici di Richard Matheson e H.P. Lovecraft; e poi c’è una buona dose di magma narrativo la cui connotazione è di chiaro stampo surreale, un guardare al mondo così come faceva Dino Buzzati.

Giovanni ha un fratello più piccolo che muore presto per colpa di una malattia. Giovanni resta insieme al padre che poco a poco impazzisce del tutto. Il padre è un’ombra in carne e ossa, è in realtà un essere non comprensibile. Sin tanto che è in vita mette in piedi sculture fatte di materiali di scarto e tutte impossibili da decifrare. Il padre muore e arrivano i suoi fratelli che incontrano Giovanni. Non è un incontro felice, Giovanni viene sbattuto fuori da quella che sino ad allora era stata la sua casa. Suo malgrado è costretto a vagabondare nel mondo, in un mondo che giorno dopo giorno si scioglie dentro a una pazzia collettiva. Giovanni si aggira all’interno di un paesaggio che riflette alla perfezione la deriva di violenza che la società (di oggi) ha fatto o sta facendo sua. Non c’è un solo angolo dove si possa stare al sicuro, e tutti sono dei potenziali assassini e dei cannibali. Nessuno ricorda più niente di niente: nella mente e nel cuore di più o meno tutti a farla da padrona è una pazzia che, probabilmente, ha origini ancestrali – o lovecraftiane che dir si voglia – e che si è risvegliata. Giovanni può solo andare avanti e tentare di sopravvivere. Però non è solo. Qualcuno osserva i suoi passi e i suoi comportamenti e lo guida. Un profeta retroattivo, un non meglio definito angelo tutelare, lo aiuta a diventare uomo in un mondo che ha cannibalizzato l’essenza stessa dell’umanità.

Voragine è un romanzo distopico e di formazione secondo la migliore tradizione: nella scrittura di Andrea Esposito convergono tante influenze letterarie che passano per i già citati Matheson, Lovecraft e Buzzati e che lambiscono l’ironia di Italo Calvino e quel senso del grottesco presente in molti lavori di Niccolò Ammaniti.
Andrea Esposito è nato e vive a Roma. Nel 2017 con Voragine è stato tra i finalisti del Premio Calvino.

Voragine - Andrea Esposito - Il Saggiatore - Collana: La Cultura - Anno edizione: 2018 - ISBN 9788842824299 - pagine: 190 - € 19,00

ALLEN GINSBERG, POETA-PROFETA DI IERI, DI OGGI – Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 (Il Saggiatore) – recensione di Iannozzi Giuseppe

ALLEN GINSBERG, POETA-PROFETA DI IERI, DI OGGI


Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996


Iannozzi Giuseppe


Allen Ginsberg - Non finché-vivo - poesie-inedite- Il Saggiatore
Possiamo oggi dire che Allen Ginsberg è il primo e il più grande Poeta della Beat Generation  e di quel modernismo poetico che esplose dopo gli anni Cinquanta. La poesia – quasi sempre urlata e mai pacata, urlata con voce cancerosa impastata di jazz, nicotina, peyote – di Allen Ginsberg è molto superiore a quella di Jack Kerouac, e questo perché Ginsberg sulla poesia ci lavorava, e non si stancava mai di rivedere i suoi scritti. Ginsberg non era quel tipo di poeta che lasciava che la poesia fosse il semplice parto di una ispirazione improvvisa, nata per caso. Jack Kerouac, ottimo romanziere, pensava invece che la poesia dovesse essere scritta e non rimaneggiata, perché, per lui, soltanto l’ispirazione nata sul momento era giusta e in qualche modo veritiera. La poesia di Kerouac non è affatto perfetta: suscita emozioni, certo che sì, ma è rappresentativa di un movimento culturale e in esso rimane, per così dire, (parzialmente) prigioniera
.
Attraverso le sue poesie, più di chiunque altro, Allen Ginsberg ha ritratto l’America, ha denunciato l’America e i suoi sporchi affari, gli stessi che ancor oggi vengono portati avanti da uomini senza alcuna coscienza. La poesia di Allen Ginsberg non conosce censure, non ne conosce perché è il poeta stesso ad aborrire l’idea, fosse anche passeggera, di autocensurarsi.

Allen Ginsberg nacque a Newark (New Jersey) da una famiglia ebraica. Suo padre era poeta e professore di liceo, mentre la madre, Naomi Livergant Ginsberg, non godeva purtroppo di buona salute, era infatti affetta da una malattia psicologica che nessuno riuscì a comprendere appieno. La malattia della madre, la sua sofferenza, la sua instabilità segnarono in maniera profonda il giovane Allen, che, nel corso degli anni, parlerà della madre in tante e tante poesie, sempre con affetto e con rabbiosa-rassegnata disperazione. Sul finire degli anni Cinquanta, Allen strinse amicizia con Jack Kerouac e William S. Burroughs. Ma qualcuno si indispettì, perché Allen venne ritenuto il “leader” della Beat Generation; è dunque doveroso sottolineare che mai e poi mai Allen si disse leader del movimento Beat. A ogni modo, sin da subito, Allen Ginsberg, grazie a lavori giovanili di massimo spessore quali Howl and Other Poems (1956), Kaddish and Other Poems (1961), Reality Sandwiches (1963), dimostra che il suo fare poesia ha sì qualcosa che lo lega alla Beat Generation, ma non in maniera così sostanziale, definitiva. Per tutta la sua vita, fino alla fine, Ginsberg scrisse poesia. Il suo modo di fare poesia era, nello stesso tempo, semplice e articolato: partendo da uno scritto in prosa, Allen lo traduceva, con non poca passione, in veri e propri versi, sempre urlati e mai addomesticati. È fuor di dubbio che la poesia di Ginsberg subì il fascino del jazz (del suo ritmo e delle sue cadenze); e fu non poco influenzata dal modernismo, oltreché da una non mai rinnegata fede Buddhista contaminata dall’Ebraismo. Allen Ginsberg collaborò anche con Bob Dylan per l’album Desire (1976, Columbia Records); in realtà la collaborazione del poeta con Dylan iniziò ben prima, già negli anni Sessanta per la realizzazione del famoso video Subterranean Homesick Blues.

Allen Ginsberg, anche se non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, rimane il più attuale e il più grande poeta-profeta americano, dal quale ognuno di noi ha davvero molto da imparare. I mali di ieri sono gli stessi che affliggono la società di oggi, proprio gli stessi: questo e molto altro lo possiamo capire leggendo gli urli jazzati di Allen, e non è davvero poco.
Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 di Allen Ginsberg, edizione a cura di Bill Morgan, prefazione di Rachel Zucker (traduzione di Leopoldo Carra, Milano, Il Saggiatore, 2017) raccoglie buona parte di quelle poesie che l’autore non pubblicò quand’era ancora in vita, o se sì, su qualche rivista. Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996, ovviamente, accoglie una ben documentata sezione relativa alle fonti di tutti i testi, una per tutte le referenze fotografiche e una con delle ottime e più che mai fondamentali note di lettura.

Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996. Testo inglese a fronte - Allen Ginsberg - Traduttore: Leopoldo Carra - Editore: Il Saggiatore - Collana: La cultura - Pagine: 378 - ISBN: 9788842822981 - Prezzo: € 28,00

giovedì 16 agosto 2018

Come l'impronta di un quadro - Lidia Popolano - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - recensione di Iannozzi Giuseppe

COME L'IMPRONTA DI UN QUADRO


Grande attualità e Storia nel romanzo di Lidia Popolano


Iannozzi Giuseppe


Come l'impronta di un quadro
di Lidia Popolano (96, Rue de-La-Fontaine Edizioni) è, sostanzialmente, un romanzo di memorie (storiche). Due sorelle, passando al setaccio i quaderni che la madre ha lasciato loro, scoprono qualcosa di più sulla donna che le ha messe al mondo e che, in verità, non hanno mai realmente conosciuto sino in fondo. Come l'impronta di un quadro è studiato per essere, al contempo, zibaldone di epistole e di eventi narrati in prima persona, in uno stile piuttosto asciutto ma non per questo scevro di forti sentori emozionali.

Lidia Popolano
entra nel 1937, quando il fascismo era all'apice, quando Benito Mussolini era adorato (da molti venerato quasi come un dio sceso in terra). Lina, protagonista principale del romanzo, legge i diari della madre, li legge nel tentativo di comprendere una donna, una donna tanto fragile quanto caparbia e impossibile. Dai diari della madre, Lina non può non rendersi conto che sua madre fu una fascista convinta; i quaderni che Lina compulsa sono ricchi di aneddoti, di vicende, e però qualcosa non torna, sembra infatti che la donna, scrivendo, abbia inventato di sana pianta molte cose. Lo stile dei diari è, volutamente, ridondante e circonvoluto, questo per restituire una maggiore veridicità alla storia narrata. La sorella di Lina, Lisa, non sembra granché interessata ai diari della madre, Lina invece si lascia conquistare dalle memorie della madre Anna, quelle di una donna minuta che buttava giù fiumi d'inchiostro, pur non essendo affatto una buona penna. La giovane Anna scrive a una amica – che forse è esistita soltanto nella fantasia di Anna – Eugenia, di cui si sa soltanto quello che Anna scrive, talvolta lamentandosi di non ricevere da lei notizie. Nonostante lo scarso interesse per i diari di Anna, Lisa è una sorella che sa preoccuparsi: "Lisa mia, sai sempre ripescarmi per i capelli quando il gorgo mi trascina giù... Sei preoccupata per me, perché ho portato a casa i diari. Non trovi il coraggio di dirmelo apertamente, ma te lo leggo nel pensiero, nei silenzi, nelle chiacchiere che girano intorno."

In Come l'impronta di un quadro, pagina dopo pagina, scopriamo brandelli di Storia, di quella più sotterranea e, spesse volte, taciuta per paura o per troppo pudore. Anna, la madre di Lina e Lisa, non c'è più, ma ci sono i suoi quaderni e c'è la sua casa con le sue pareti e con i suoi quadri. Nel bene e nel male, Anna ha lasciato alle figlie un mistero da dipanare, quello della sua identità legata a doppio filo al suo proprio tempo storico; il destino ha voluto che lei, Anna, finisse impelagata dentro a troppi ideali dannunziani e mussoliniani, ma di ciò non le si può fare colpa, certo che no. Con il suo ottimo romanzo, Lidia Popolano ci consegna molti spunti sui quali riflettere, e tutti di grandissima attualità.

Lidia Popolano
è nata a Trapani ma dal 1974 vive a Roma, dove si è laureata all'Università "La Sapienza". Alterna l'attività creativa all'insegnamento. È autrice dei monologhi teatrali Di notte per i vicoli di Roma antica e Di notte per i vicoli di Firenze antica, messi in scena dal 2007 al 2013, nell'ambito dell'Estate Romana e dell'Estate Fiorentina, quali itinerari narrati, recitati e accompagnati da musica dal vivo. Ha scritto inoltre due raccolte poetiche, ancora inedite, e una di racconti brevi. Il romanzo Come l'impronta di un quadro è risultato nono nella classifica di gradimento dei lettori al concorso BigJump-Rizzoli 2014, nella categoria romanzi storici. Del 2017 è il premio al 5º Concorso "Città di Gravellona Toce" Emozioni di Donna.

Come l'impronta di un quadro
 - Lidia Popolano96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Italia '61 - Anno edizione: 2017 - Pagine: 112 - EAN: 9788899783778 - Prezzo: 12 Euro

sabato 30 giugno 2018

Giuseppe Iannozzi: “Il male peggiore”

Giuseppe Iannozzi: “Il male peggiore”


13 giugno 2018 - di Bartolomeo Di Monaco


Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Fogli

Ci si può domandare quanti scrittori che meriterebbero di essere conosciuti non arrivano al grande pubblico poiché le maggiori case editrici hanno fatto (e ormai, contrariamente al passato, continueranno a fare) una scelta di mercato, più che di qualità (l’autore ne tratta nel racconto: “Ziggy Stardust – L’uomo che vendette il Mondo”). Non voglio dire che tra le loro pubblicazioni non vi siano opere di qualità, ma il torto dei grandi editori è quello di non consentire una esperienza di maturazione a scrittori che sanno raccontare. È il caso di Giuseppe Iannozzi, il cui libro da poco uscito, “Il male peggiore. Storie di scrittori e di donne”, edizioni il Foglio, ci fa conoscere le storie di personaggi più o meno illustri, presi a pretesto per sviluppare una narrazione che da esse germina e con esse ha un rapporto di forte contaminazione. È l’originalità di questa bella opera, che meriterebbe di essere conosciuta proprio per la sua struttura appassionata e coinvolgente. Da personaggi come Cesare Pavese, Primo Levi, Ezra Pound, Hermann Hesse, Howard Phillips Lovecraft, Che Guevara, Emilio Salgàri, Beppe Fenoglio, Francis Scott Fitzgerald, Jerome David Salinger, Amedeo Modigliani, Ernest Hemingway, e altri ancora, fermentano umori che oltrepassano la loro vita  per trasferirsi  in una immanenza che mescola all’incontro con la realtà i tenebrosi chiaroscuri di un’anima.  Si formano a poco a poco sia il personale mondo dell’autore che la sua radiografia dell’esistenza: una lotta incancrenita vissuta quasi ai margini, dove pietà e misericordia lasciano il posto all’indifferenza e al cinismo. C’è poco spazio per l’amore, e quando esso appare non è mai romantico, bensì tragico. Si è più demoni che angeli. Dio e il sentimento di Dio appaiono e scompaiono di contro ad una sofferta resistenza e tingono vari racconti di una ferita che, colpendo Dio, urla la propria disperazione. L’autonomia di altri racconti rispetto alla direttrice fondamentale contribuisce ad arricchire l’interesse per questo libro con storie di altrettanta felice composizione: “Il male peggiore” (che apre la raccolta e dà il titolo all’opera, e il cui protagonista ebreo, Giacobbe, ritornerà nel racconto conclusivo “Giacobbe e gli altri – Epilogo”, un j’accuse dolorante nei confronti della letteratura e del mestiere di scrivere), “Come muore un nazista”, “Il poeta che cercava Dio”, “Il prete giovane”, “La meglio poesia”, “L’ultimo colpo del prete fascista” (ed altri ancora) ne sono un esempio. Una particolarità suggestiva: molti dei numerosi racconti che compongono la raccolta sono intrisi di un humus fecondo, ossia ciascuno di essi non finisce mai veramente, e potrebbe generare altri racconti, come da una pianta si generano i rami.
Iannozzi, oltre che scrittore e poeta, è anche critico letterario e ha acquisito una ampia esperienza nel mondo delle lettere, che si evidenzia nella solida scrittura e nella sicurezza della narrazione, evidenti in molti dei racconti.  La sessualità che fiorisce qua e là nella raccolta è sempre trattata con sobria enunciazione (mai vi è compiacimento o vi si indugia), e in modo tale da imprimersi nella memoria. Si veda “La ragazza di tutti”, che della sessualità fa un disegno a due tinte, prima attraverso una decadente prostituta e poi con la più giovanile moglie di un cliente del protagonista. O anche “Tu facevi il femmino!”, che arricchisce la sessualità di un rapido ma delicato impianto psicologico. Si deve dire, infine, che la qualità più evidente di questa scrittura, sorvegliata ed essenziale, è la onnipresente sensibilità che l’avvolge. Essa primeggia in ogni situazione che ci viene rappresentata. Torino fa da comprimaria e la si avverte (faremo addirittura una breve passeggiata nella città insieme con Friedrich Nietzsche). Un autore, Iannozzi, non apprezzato per quel che realmente vale, e spero proprio che gli sia data da qualche Major una chance, che merita.

Prima pubblicazione, qui: BDM - Bartolomeo Di Monaco


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Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio
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IL MALE PEGGIORE. Storie di scrittori e di donne - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio - Collana: Narrativa - ISBN 9788876067167 - Pagine 330 - 16,00 €



Bartolomeo Di Monaco
è nato a San Prisco il 14 gennaio 1942 e risiede a Lucca dalla nascita. Ha scritto molti libri alcuni dei quali qui ricordiamo.
Opere di narrativa:
Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile; Mattia e Eleonora; Caro papà, Caro figlio; Giulia; Cara Anna; Le tre sorelle; Lo sconosciuto; Gigolò; Celeste; La scampanata; Lucchesia bella e misteriosa. Storie e leggende; Tales told in Lucca; La casa delle meraviglie; La collina del Santo e del Diavolo; Il nonno racconta. Lucca, favole e leggende; Le favole di nonno Bart.
Opere di saggistica letteraria:
Quaranta letture. Percorsi critici nella letteratura italiana contemporanea; Quarantatre letture. Il Sud nella letteratura italiana contemporanea; Generazioni a confronto nella letteratura italiana; Leggiamo insieme gli scrittori lucchesi; Uno sguardo sulla letteratura straniera di ieri e di oggi; Letture sparse tra vecchio e nuovo; Il Risorgimento visto da ‘Il Conciliatore toscano’ del 1849; I Maestri. Gli elzeviristi del ‘Corriere della Sera dal 1967 al 1970; I Maestri. Scelta di articoli de ‘La fiera letteraria’ dal 1967 al 1968; Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi; Scrittori Lucchesi; Narrativa minore sotto il Fascismo.
Un suo articolo sullo scrittore lucchese Remo Teglia è apparso su Nuovi Argomenti, n. 34 del 2006. Dirige la Rivista d’Arte Parliamone.

domenica 5 novembre 2017

IL MALE PEGGIORE - romanzo di Giuseppe Iannozzi - Un breve estratto

IL MALE PEGGIORE - Romanzo

Un breve estratto dal nuovo romanzo


Iannozzi Giuseppe


Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio

[...] Finito che ebbe di leggere, Hermann lasciò cadere la stilografica sui fogli appena vergati. Di certo non era il suo racconto migliore, però ogni parola gli pareva rilucesse d’una spiritualità che nel mondo si era persa da tempo. Si alzò dallo scrittoio, accusando subito una forte stanchezza. Intuiva che presto il suo spirito sarebbe volato alto. Non glielo avevano detto che era vicina la fine, però lui lo sapeva lo stesso. Trasfusioni di sangue e iniezioni gli avevano forse allungato un po’ l’esistenza, e, a conti fatti, non era stata brutta la sua vita. Sospirò. «Diventare un uomo è un’arte», ricordò a sé stesso con un filo di voce, facendo sua, ancora una volta, la lezione di Novalis. Da giovane aveva scritto al padre che se non poteva amarlo che almeno gli prestasse i soldi per acquistare una pistola. Aveva pensato di suicidarsi e l’aveva pensato sul serio, e forse si sarebbe dato la morte se… Eugenie, la ragazza di cui si era innamorato scrivendole poesie su poesie, l’aveva rifiutato, e lui, troppo sensibile, aveva subito pensato che per lui la vita non avesse più alcun valore. Senza giri di parole, la bella Eugenie gli aveva spiegato che il suo era un amore folle e impossibile. Una vertigine colse all’improvviso il vecchio lupo della steppa e quasi rischiò di farlo rovinare a terra. [...]

[...] «È per questo che hai smesso di scrivere.» «Me l’hai già chiesto. Troppi Salinger, Pynchon, Fiztgerald… Troppi incidenti. Ero stanco di loro e di me. Questo lo puoi capire.» «Sì, però è che non mi piace…» «Io ti piaccio? Se sì, allora tutto il resto ha poca importanza.» Lei annuì con la testa e si rifugiò fra il petto di lui, solido come marmo, nonostante Ernest si dicesse vecchio. «Quella cosa dell’elettroshock…» «Sono stato ricoverato in una clinica del Minnesota. Disturbi nervosi che i medici tentarono di curare con l’elettroshock. Poi una perdita di memoria…» Arrestò la voce in una pausa d’effetto, studiata, e continuò: «All’alba del 2 luglio 1961, di domenica, di buon’ora, mi alzo e imbraccio il fucile a canna doppia, vado nell’anticamera sul davanti di quella che era la mia casa, e appoggio la doppia canna alla fronte. E sparo». Un’altra pausa d’effetto, poi riprese a parlare, allucinato: «Ma prima, quell’incidente, quando io e mia moglie eravamo in viaggio per Entebbe… A Nairobi, all’ospedale… perdita della vista all’occhio sinistro, perdita dell’udito all’orecchio sinistro, ustioni di primo grado alla faccia e alla testa, distorsione del braccio destro, della spalla e della gamba sinistra, una vertebra schiacciata, danni a fegato, milza e reni. E chissà quant’altro ancora. Ero a pezzi. E dopo non sapevo più scrivere, colpa dei disturbi nervosi. È ancora tutto molto confuso in me. Colpa di quella dannata perdita, la memoria. Sono poi venuti fuori i finti Salinger e Fitzgerald, tutte quelle checche pronte a piangersi addosso. Non ne potevo più né di loro né di me». Mary rimase in silenzio ad ascoltare l’uomo, tenendo il volto piangente sul suo petto. «Mia moglie si chiamava come te.» Mary continuò a rimanere in silenzio. Poi, con voce pigolante, solo disse: «Sì, lo so, Ernest». [...]

[...] Da tempo, da troppo tempo il buio lo aveva investito e vestito. In lui non c’era più una sola minima crepa attraverso la quale potesse filtrare una lama di luce. Ricordava alla perfezione la lezione del Maestro: «C’è una crepa in ogni cosa che può mettere insieme oggetti fisici, oggetti materiali, costruzioni di qualsiasi tipo. Ma è proprio lì che la luce entra e permette la resurrezione, è lì che nasce il confronto con le cose che si rompono e il pentimento» (26). Giacobbe, semplicemente, non poteva pentirsi perché non aveva nulla di cui pentirsi, aveva solo rimpianti per una vita che non aveva speso e che lo aveva portato a vivere cinquantacinque anni di negra solitudine. «Non ho nulla di cui pentirmi, proprio nulla. Sono forse io l’artefice della mia solitudine? Se lo sono, lo sono solo in parte, perché di più, molto di più hanno fatto gli altri per allontanarmi da…» Non completò la frase, convinto che tanto non sarebbe servito a niente. Non c’era nessuno, davvero nessuno che lo ascoltasse. A dirla tutta, si era venuto a noia da solo. I libri non gli facevano più gola: ne aveva letti tanti, si era consumato la vista e l’anima per scoprire che nessun scrittore dice la verità che non esiste nessuna verità da scoprire. Neanche scrivere gli dava più soddisfazione: scriveva sol più articoli banali e schifosi per racimolare un po’ di quattrini che gli permettessero di non crepare di fame. [...]

26. Leonard Cohen spiega il significato di alcuni suoi versi contenuti nel testo Anthem: «Ring the bells that still can ring/ Forget your perfect offering/ There is a crack in everything/ That’s how the light gets in».

IL MALE PEGGIORE – Storie di scrittori e di donne - Giuseppe Iannozzi - EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Prima edizione: novembre 2017 - Prezzo: 16,00 € - Pagine 330 -  ISBN 9788876067167