domenica 13 gennaio 2019

Beppe Stoppa - Una storia sbagliata. Donne e uomini che sono caduti e si sono rialzati (Laurana editore) - recensione di Iannozzi Giuseppe

Beppe Stoppa, Una storia sbagliata


Donne e uomini che sono caduti e si sono rialzati


Racconti di vita reale dalla Casa dell'Accoglienza Enzo Jannacci



Iannozzi Giuseppe


Beppe Stoppa - Una storia sbagliata - Laurana editore

La realtà è, per così dire, dotata di maggiore immaginazione rispetto a qualsiasi artista, e proprio per questo quando si accanisce contro qualcuno sa essere molto crudele, perché suo scopo è di scavare la tomba a chi ha preso di mira. La nostra società è fatta di storie sbagliate, ma è proprio in esse che è ancora possibile trovare qualcosa di più di un semplice grammo di umanità. Può capitare a chiunque di cadere: la vita è strana, non è mai del tutto comprensibile, e forse proprio per questo merita di essere vissuta, perché vivere significa anche combattere contro le avversità, grandi o piccole che siano, e rimettersi in pista. Gli ospiti della Casa dell’accoglienza Enzo Jannacci ne sanno ben più di qualcosa, non si nascondono dietro un dito, parlano con il cuore e alcuni di loro raccontano la loro storia nel volume  Una storia sbagliata - Donne e uomini che sono caduti e si sono rialzati (Laurana editore). Luca, Elena, Pepe (José), Nico (Nicoletta), Pietro, Damiano, Gabriella (Glafira), Carlos, Onofrio, Renata, Giusi e Ilaria e Mariella: ognuno di loro ha attraversato più di un momento difficile, e in più di una occasione qualcuno ha pensato di non farcela davvero a riavere una vita accettabile.

Nell’introduzione a questo libro di racconti di vita reale Pierfrancesco Majorino mette subito in chiaro com’è che funziona l’ospitalità in Casa Jannacci; “[...] la strada che proponiamo a chi vi entra è una sola: quella di cercare di vivere meglio, di rialzarsi, di rimettersi in moto dopo una sbandata o di tornare a credere nel proprio futuro. E le donne e gli uomini di Casa Jannacci vanno incontrate, riconosciute, guardate dritte negli occhi. A volte portano con sé biografie ricche e straordinariamente intriganti, a volte modi bruschi e difficili da affrontare. Ma siamo sempre, e comunque, di fronte alla vita vera.[...]” E Beppe Stoppa specifica: “Le storie raccolte in questo libro sono quelle di vite normali. Non ci sono migranti che hanno attraversato a piedi i deserti per finire in mano a tormentatori libici e poi scampati miracolosamente alla traversata del Mediterraneo. Quelle raccontate qui sono le vite di tutti noi e, per assurdo, sono quelle che fanno più male, perché in queste ci possiamo facilmente riconoscere. [...] Questo libro vuole essere l’equivalente letterario di un concept album, singole storie che sviluppano complessivamente un’unica storia, la storia della Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci. [...]” Sì, Una storia sbagliata è proprio come un concept album: Beppe Stoppa ha raccolto le voci, le storie di chi ha voluto raccontarsi e il risultato finale è una raccolta di racconti, tutti diversi per stile e per tematiche. Ieri in Viale Ortles, a Milano, c’era un dormitorio, oggi c’è la Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, che offre a chi ha perso tutto la possibilità di trovare un rifugio per un po’ di tempo, ma anche la possibilità di rientrare nella società, di sentirsi ed essere utile verso se stesso e il prossimo, vale a dire vivo. In Una storia sbagliata incontrerete persone normali che, prima di ogni altra cosa, hanno bisogno di essere ascoltate; se le ascolterete scoprirete che sì, sono proprio come voi che nella vita siete stati più fortunati e non avete dovuto provare a dormire in strada. Troppo spesso si giudica male chi, suo malgrado, è stato costretto a dormire su una panchina o in un dormitorio, perché a prevalere è il sospetto, perché subito si pensa ‘se è finito così, poco ma sicuro che se l’è meritato!’, perché siamo umani e quindi anche un po’ (o un po’ tanto) egoisti.

Massimo Gottardi, Direttore della Casa Jannacci, spiega: “Il tema della grave emarginazione adulta non lo avevo approfondito e non conoscevo direttamente la struttura di viale Ortles se non per sentito dire. Quando sono arrivato alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, ho trovato un gruppo di professionisti capaci e competenti, stanchi ma motivati, disposti a mettersi in gioco aderendo a una visione e idea di gestione della Casa. […] Rispetto per la persona in primis, che si traduce in rispetto per gli altri e per la struttura. […] Un obiettivo che ci siamo prefissati, e stiamo perseguendo, è l’apertura della Casa alla città e al territorio. Si tratta di un obiettivo primario per noi e che ha lo scopo di far conoscere la vita all’interno e le sue storie, nel tentativo di abbassare il pregiudizio che circonda la struttura. Una volta entrati, i cittadini si rendono conto di una realtà molto diversa da come la immaginavano. […]”

Non lasciatevi disumanizzare dai pregiudizi, leggete e regalate Una storia sbagliata (Laurana editore) di Beppe Stoppa, questo è il consiglio che vi do. I diritti d’autore del ricavato delle vendite del libro verranno devoluti alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci.
Beppe Stoppa, professionista nell’ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo delle risorse umane, è da sempre attento ai temi sociali. Nel 2015 ha pubblicato Inciampi di Vita, il primo libro dedicato alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci. Nel 2016 inizia la collaborazione drammaturgica con il Teatro Officina con il quale mette in scena, tra gli altri, Inciampi di Vita - In casa dell’accoglienza e in carcere e Di Fuoco e di Vetro – La voce degli altri. Suo anche il monologo Sono una donna fortunata dedicato al Progetto Libellula, il primo network di aziende unite contro la violenza sulle donne e la discriminazione di genere.

Una storia sbagliata - Beppe Stoppa - Laurana editore - Collana: Le parentesi - pp. 328 - ISBN 978-88-31984-13-3 - € 16,00

giovedì 10 gennaio 2019

“Il male peggiore” di Iannozzi Giuseppe. Acquista la tua copia su IBS – Giunti Al Punto – MondadoriStore – Libreria Universitaria – Unilibro – La Feltrinelli – Amazon

IL MALE PEGGIORE

Iannozzi Giuseppe


Edizioni Il Foglio


Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio

Leggi un breve estratto:

[...]«Per chi voterai?» 
«Per la Fiamma Tricolore. Come sempre.» «E tu?», volle sapere Gustav. 
«Io sono apolitico», dichiarò Gabriele. 
«O forse sei impolitico. Lo sai che Luigi Pirandello fu anche un fascista? Si dice fosse carente d’una convinta giustificazione ideologica. L’adesione dello scrittore al fascismo, all’indomani del delitto Matteotti, fece scandalo. Tuttavia, in segno di riconoscenza, nel 1929, fu nominato membro dell’Accademia d’Italia. E anche Thomas Mann, nel 1914, con il saggio Pensieri di guerra, sostenne la causa tedesca in aperto contrasto con il fratello Heinrich, pacifista convinto. Entrambi sconfessarono poi il fascismo e a entrambi fu assegnato il premio Nobel per la Letteratura», gli spiegò Gustav. 
«E allora?» 
«Sono stati o no due grandi?» 
Gabriele rimase in silenzio, mentre Gustav lo fissava in attesa d’una risposta: «Non mi dirai che ancora non ti sei scollato la scimmia di dosso?». [...]

IL MALE PEGGIORE. Storie di scrittori e di donne - In questo romanzo si raccontano le storie di tanti celebri scrittori e delle donne che, bene o male, li hanno accompagnati per un pezzo, più o meno lungo, della loro vita: Cesare Pavese e Doris Dowling, J.D. Salinger e Oona O'Neill, Ernest Hemingway e Mary Welsh, H.P. Lovecraft e Sonia Greene, Henry Miller e Anaïs Nin, Hermann Hesse e Ninon, F.W. Nietzsche e Lou von Salomé, Emilio Salgari e Ida Peruzzi…

Iannozzi Giuseppe: (Torino, 1972) è scrittore, giornalista, critico letterario e blogger. È autore dei romanzi Angeli caduti (Cicorivolta edizioni, 2012), L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni, 2013), La cattiva strada (Cicorivolta edizioni, 2014), La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2013). Nel 2016 ha curato e tradotto gli apocrifi bukowskiani Bukowski, racconta! (Edizioni Il Foglio, 2016); nel 2017 ha pubblicato la sua prima antologia poetica, Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen (Edizioni Il Foglio). Ha inoltre scritto introduzioni e critiche per diversi autori: Celeste Bruno, Kyara, Francesco De Nigris, Felice Muolo, Dario Arkel, etc. etc. Attualmente collabora con diverse testate online e non.

RASSEGNA STAMPA

 - Letteratura: Giuseppe Iannozzi: “Il male peggiore” – recensione di Bartolomeo Di Monaco

 - Perché leggere “Il MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe? Ve lo spiega Nadia Fagiolo

 - Giulia Campinoti consiglia “Il male peggiore” di Iannozzi Giuseppe

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) - Giuseppe Iannozzi -EDIZIONI IL FOGLIO- Collana: Narrativa - Pagine: 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: € 16,00

Acquista online


acquista sulle librerie online


IBS - Giunti Al Punto - MondadoriStore

Libreria Universitaria - Unilibro

La Feltrinelli - Amazon

mercoledì 9 gennaio 2019

Muhammad Dibo – E se fossi morto? - La Siria come non l’avete mai conosciuta - Il Sirente - traduzione di Federica Pistono - recensione di Iannozzi Giuseppe

E SE FOSSI MORTO?

Muhammad Dibo

La Siria come non l'avete mai conosciuta


Iannozzi Giuseppe

Il Sirente

Muhammad Dibo - E se fossi morto?

E se fossi morto? Questo il titolo italiano del romanzo di Muhammad Dibo, tradotto da Federica Pistono e pubblicato da Il Sirente. E se fossi morto? (Titolo originale: Kaman Yushaid mawtihi - 2012) sfugge a quasi tutte le regole stilistiche proprie di un romanzo, ed è questo un valore aggiunto, in quanto, fuori d’alcun dubbio, rivela la grandezza espositiva e narrativa dell’autore, Muhammad Dibo. Il corpus narrativo è di lettere perlopiù indirizzate all’amatissima madre, di riflessioni sullo stato dittatoriale in Siria, sulla situazione di terrore ininterrotto in cui vivono i siriani che si oppongono al regime e al controllo degli stranieri, del mondo (della civiltà?) occidentale.
In maniera riduttiva si potrebbe forse dire che E se fossi morto? è un resoconto sull’odierna Siria che include squarci aperti e suppuranti sulle rivoluzioni (tunisina, egiziana e yemenita), per arrivare sino allo sgretolamento del regime grazie al dissenso dei siriani e di alcuni interventi stranieri. Stando agli osservatori internazionali (provenienti da paesi fin troppo vicini al governo in carica, come Russia e Iran), la riconferma di al-Asad nel 2014, attraverso le prime elezioni presidenziali, sarebbe regolare; ma non sono d’accordo alcuni capi di Stato occidentali e diverse organizzazioni internazionali che parlano invece di una farsa volta ad assicurare alla presidenza di Bashar Hafiz al-Asad una mera parvenza di legalità.

Muhammad Dibo è stato ucciso a Duma. Tutti pensano che Dibo sia morto, per sempre: ma in realtà si tratta di un suo omonimo. Dibo non può fare a meno di pensare che pur non essendo lui ad essere oggi cadavere, è un po’ come se lo fosse, perché per ogni siriano che muore muore in realtà un pezzo di quella identità siriana, che ancor oggi la Siria cerca di darsi. E Dibo è ben consapevole che vivere in Siria significa rischiare la vita ogni giorno: “Se vivi in Siria, la morte può colpirti in ogni momento: puoi essere arrestato, essere colpito da una bomba, sparire in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti, considerati tra le prigioni più infami del mondo.” La morte è dappertutto, in cielo come in terra: un siriano lo sa, può finire i suoi giorni in carcere o colpito alle spalle mentre cerca una boccata d’aria in strada. L’uccisione di Dibo dà all’autore la possibilità di ripercorrere la sua infanzia ma soprattutto quel periodo che l’ha visto in prigione perché scrittore e poeta inviso al regime. Con consapevolezza o no – non è questo l’importante –, Muhammad Dibo mette nero su bianco un dramma (quasi) dostoevskijano, dove la memoria emerge dal sottosuolo interiore per abbracciare la Storia, l’amore per la madre, l’amicizia e l’importanza di non tradirla mai, e non da ultimo la filosofia.  L’autore s’interroga: “E’ questo un tempo adatto alla filosofia? Un momento… La filosofia non è forse nata dal mare delle domande più difficili, delle ferite più dolorose, delle guerre più terribili? Sarò soddisfatto del prezzo che la Siria sta pagando oggi, se questa guerra ci darà almeno quel solo filosofo che la nostra cultura non ha generato da secoli! La nostra crisi è dovuta all’assenza di un filosofo che segua il corso della Storia, e ci presenti orizzonti nuovi!”
Oggi Muhammad Dibo, colpevole di essersi opposto al regime di Bashar al-Asad, vive in esilio a Beirut. Ha conosciuto la tortura, la paura per sé, la solitudine, la paura per chi ama; e ha anche conosciuto l’umanità, o perlomeno un suo residuo tra le fila dei suoi carcerieri e aguzzini.
Nell’introduzione a Se fossi morto?, Donatella Della Ratta scrive: “[…] La speranza è quel filo di umanità di cui ci racconta Dibo, che unisce prigionieri e secondini anche nel buio delle prigioni. Le colombe sono scappate dal cielo di Damasco, dove prima volavano indisturbate. Hanno fatto nidi nei tubi del gas, è lì vivono, cercando riparo dalle bombe e dagli aerei militari che hanno preso possesso di quello che una volta era il loro cielo. Si sono adattate, ma non rassegnate, alla morte. Il popolo siriano è là, insieme a quelle colombe, in attesa di riprendere il suo cielo, e finalmente volare.” E Federica Pistono, nella sua nota, spiega: “Uno stile variegato, dunque, sempre diverso, che rende, a tratti, la lettura ‘impegnativa’ ma mai banale, al contrario, sempre appassionante e avvincente. Un testo che ci permette di guardare la Siria ‘da dentro’, di capire quale sia stato il percorso di un intellettuale siriano preso ‘tra le due sponde della rivoluzione’, tra il regime di al-Asad da un lato, e il lacerato fronte dei ribelli, dall’altro.”
Tutto questo e molto di più è Se fossi morto? di Muhammad Dibo, un romanzo “di verità” che non ammettono sconti, una lettura lacerante che ci permette di comprendere quale grande dramma sta vivendo sulla propria nuda pelle il popolo siriano.
Muhammad Dibo è un giornalista, scrittore e poeta siriano, nato nel 1977. Ha partecipato fin dall’inizio, nel marzo 2011, alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad. Arrestato e torturato in carcere, è stato successivamente rilasciato. Si trova attualmente in esilio a Beirut. Collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale, ed è l’editor in chief di Syria-untold, testata che si occupa di attivismo civile.

Federica Pistono è laureata in Giurisprudenza e in Lingua e Letteratura araba. Ha approfondito lo studio della lingua araba a San’a, al Cairo e soprattutto a Damasco, dove ha soggiornato a lungo. I suoi interessi ruotano intorno alla letteratura araba contemporanea, in particolare alla narrativa siriana, e al romanzo arabo francofono. Traduttrice letteraria, ha tradotto diversi romanzi dall’arabo. Traduttrice editoriale, da alcuni anni traduce articoli dall’arabo per giornali e testate online. È attualmente impegnata in un Dottorato di ricerca in Civiltà islamica presso l’ Università La Sapienza di Roma.

E se fossi morto?Muhammad Dibo – Titolo originale: Kaman Yushaid mawtihi (2012) – Il Sirente – collana: Altri Arabi – Traduzione: Federica Pistono – Introduzione: Donatella Della Ratta – ISBN 9788887847505 – pagine: 136 – prezzo: 15 Euro

martedì 8 gennaio 2019

Il bastardo - Il primo capitolo del nuovo romanzo di Iannozzi Giuseppe

Poco prima dell’ultimo Natale insieme

Il bastardo

Iannozzi Giuseppe
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti
realmente accaduti è puramente casuale.
bacio Erich Honecker e-Leonid-Brezenev

Le persone cadono come birilli. Non c’è molto altro da sapere.
La prima volta che ti sparano addosso credi d’esser morto. Non importa dove ti prendono, il primo colpo è il battesimo del fuoco.
Ne ho visti tanti morire. Ci sono più morti che vivi nella mia memoria. E nessuno ha granché da raccontare. Quando ti beccano puoi solo sperare d’avere un gran culo, sennò ci rimani. Una arma da fuoco non scherza, anche se chi la tiene in mano è un coglione. Questo ho imparato. E’ un brutto affare togliere la vita a qualcuno. Con un colpo gli togli tutto quel che ha.
Questa storia è un pasticciaccio ed è mia. Morire non mi fa paura, non adesso che ho toccato la soglia dei cinquanta. Non sono pochi cinquanta anni quando stai in mezzo a canaglie e pistole che sbucano fuori dal niente. Scrivere queste memorie è la peggio cosa. Avrei preferito che mi sparassero in pieno petto piuttosto che mettere nero su bianco questa storia di merda. Il dovere, il dovere: per questo scrivo, non per altro. O forse c’è anche dell’altro, ma non sono ancora pronto ad ammetterlo.

Da giovane potevo piacere, non dico di no. Entrato in polizia, nessuno mise mai in dubbio che la mia fede era una e una soltanto, per il Fascio. Negli anni Settanta andava di moda il mito del poliziotto buono e comunista. Mai incontrato un piedipiatti votato a Marx e men che meno uno che non abbia cacciato il suo uccello dove non avrebbe dovuto. I più fortunati si sono beccati lo scolo, gli altri ci hanno rimesso la pellaccia in qualche sparatoria. E’ facile far fuori chi ti sta sulle palle, basta inscenare una rapina o qualcosa del genere. Poi aspetti. E quando hai finito di aspettare e ti trovi davanti il disgraziato che vuoi seccare, bene, premi il grilletto e fine del cinema. Se poi ti dice bene riesci pure a farla franca, portandoti a casa il bottino, la tua diavolo di vendetta bell’e consumata.
Nel giro di poco, fra i colleghi, per tutti fui René, René il bastardo. Dicevano che assomigliavo a quello lì, a Vallanzasca. Le femmine cadevano ai miei piedi, nonostante fossi l’ultimo arrivato. Dicevano che era per via del mio fascino, quello d’un fascista di tutto punto, bello e tenebroso. In realtà non mi è mai interessato granché l’amore per l’amore.
Isabella la trovai nel mio letto. Non le chiesi mai come diavolo fosse riuscita a scovare la mia tana. Fatto sta che me la sono fatta. Si era presa davvero bene di me, pretendeva che la sposassi. L’avevo conosciuta in un bar di quart’ordine, dove, a fine turno, i poliziotti amavano bere un goccetto di troppo o spaccarsi il muso. Isabella mi faceva la posta da tempo, poco ma sicuro. Non era il suo posto quel bar. Non è durata. Dopo averla mollata, l’ho raccolta morta strangolata in una notte di pioggia. Il suo corpo giaceva mezzo nudo in mezzo ai campi novaresi, vicino a un pozzo. Era una che faceva la vita e che si era illusa di poter cambiare la sua condizione mettendosi con uno come me, con un giovane poliziotto. Le aveva detto male. Non aveva messo in conto che la rifiutassi. Ma sto divagando, non è questa la storia che devo raccontare, è un’altra.
Feci qualche mese nel distretto di polizia di Novara, dopodiché fui sbattuto a Torino. E qui cominciarono i casini, quelli veri. Di spettacoli osceni ne ho visti a bizzeffe. Torino sarà pure la piccola Parigi, sarà pure una delle tante città dell’amore sparate in mezza Europa, ma, forse, sarebbero più corretto dire che è un postribolo a cielo aperto.

venerdì 28 dicembre 2018

Il male peggiore (Storie di scrittori e di donne).Regalati il nuovo romanzo di Iannozzi Giuseppe

IL MALE PEGGIORE

Storie di scrittori e di donne


Regalati il nuovo romanzo  di Iannozzi Giuseppe


Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio

Un estratto

[...] «Non bene, amico. Non bene. Prendiamo qualcosa, offro io. Se hai un po’ di pazienza, ti racconto tutto per filo e per segno.»
Sospirai.
«Ti ascolto.»
Augusto mi regalò un sorriso sghembo: «Sei davvero un amico. Non ci sono più persone come te a questo mondo».
Sospirai un’altra volta.
«Cosa prendi?»
«Un ginseng.»
«Nient’altro?»
«Un ginseng lungo, Augusto. Nient’altro.» Augusto ordinò per me e per lui a un barista annoiato.
«Non butta bene, lo sai! Di questo passo anche questo posto tirerà giù le saracinesche», buttò lì, senza alcun riguardo.
«Augusto, non mi pare il caso», lo rimproverai.
«Lo sanno tutti, amico mio.»
«D’accordo, però non è carino. Ci sentono. Piuttosto dimmi quello che devi dirmi.» Augusto si finse offeso, ma fu questione d’un momento e subito attaccò a raccontare.
«Dunque, non è facile, ma vedrò di farti capire com’è che stanno le cose: mi sono innamorato.»
«Bene», esultai, con poca convinzione.
«Aspetta! C’è un problema.» [...]

IL MALE PEGGIORE. Storie di scrittori e di donne - In questo romanzo si raccontano le storie di tanti celebri scrittori e delle donne che, bene o male, li hanno accompagnati per un pezzo, più o meno lungo, della loro vita: Cesare Pavese e Doris Dowling, J.D. Salinger e Oona O'Neill, Ernest Hemingway e Mary Welsh, H.P. Lovecraft e Sonia Greene, Henry Miller e Anaïs Nin, Hermann Hesse e Ninon, F.W. Nietzsche e Lou von Salomé, Emilio Salgari e Ida Peruzzi…

Iannozzi Giuseppe: (Torino, 1972) è scrittore, giornalista, critico letterario e blogger. È autore dei romanzi Angeli caduti (Cicorivolta edizioni, 2012), L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni, 2013), La cattiva strada (Cicorivolta edizioni, 2014), La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2013). Nel 2016 ha curato e tradotto gli apocrifi bukowskiani Bukowski, racconta! (Edizioni Il Foglio, 2016); nel 2017 ha pubblicato la sua prima antologia poetica, Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen (Edizioni Il Foglio). Ha inoltre scritto introduzioni e critiche per diversi autori: Celeste Bruno, Kyara, Francesco De Nigris, Felice Muolo, Dario Arkel, etc. etc. Attualmente collabora con diverse testate online e non.

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) - Giuseppe Iannozzi -EDIZIONI IL FOGLIO- Collana: Narrativa - Pagine: 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: € 16,00

Acquista online

acquista sulle librerie online

IBS - Giunti Al Punto - MondadoriStore

Libreria Universitaria - Unilibro

La Feltrinelli - Amazon

lunedì 19 novembre 2018

Francesco Tiberi presenta "L’arte di cavalcare il vento". L'appuntamento è per venerdì 23 novembre presso l'Auditorium biblioteca F. Filelfo (comune di Tolentino)

L’ARTE DI CAVALCARE IL VENTO


Francesco Tiberi (96 rue de-La-Fontaine Edizioni)


Francesco Tiberi presenta L’arte di cavalcare il vento insieme a Roberto Scorcella (giornalista). L'appuntamento è per venerdì 23 novembre presso l'Auditorium biblioteca F. Filelfo. Se siete dalle parti del comune di Tolentino, non potete davvero mancare.




Recensione di Iannozzi Giuseppe

L’arte di cavalcare il vento (96 rue de-La-Fontaine Edizioni) è un atipico romanzo di formazione e il suo autore è un certo Francesco Tiberi. Sin dal titolo possiamo arguire che il lavoro di Tiberi si discosta nettamente da quelli che, oggi, sono i canoni narrativi imperanti. Allora diciamolo subito, sul piano letterario l’autore cavalca il vento, cavalca l’originalità e resta sempre in arcione, anche quando i suoi personaggi finiscono loro malgrado con l’abbracciare situazioni impossibili, o quasi, da risolvere. Ma prima di parlare di cosa accade nelle pagine del romanzo di Tiberi, è doveroso per il critico fare il punto sullo stile letterario dell’autore, uno stile che, volutamente e arditamente, si discosta da più o meno tutti i cliché che oggi vanno per la maggiore. Con uno stile ricercato, talvolta roboante, sfiorando un costrutto narrativo barocco, non dimenticando di porre, in più di una occasione, l’accento a favore di un umorismo grottesco – lo stesso che è in certi lavori di Paolo Villaggio –, Francesco Tiberi non dimentica di sparare sentenze di vita che il lettore butta giù come un buon Rosolio di Finocchietto. In alcuni passaggi, nella scrittura di Tiberi par di scorgere la benefica influenza di Gesualdo Bufalino, Luigi Pirandello ed Elio Vittorini, ma anche quella più giovanilistica di Enrico Brizzi e quella più cannibale di Niccolò Ammaniti. Senz’ombra di dubbio, Tiberi ha avuto modo di leggere parecchio, autori disparati per stile e per tematiche trattate, e tutti, chi più, chi meno, hanno influenzato il modo dell’autore di guardare alla vita e alla letteratura. Scriveva Pirandello che è “sorte miserabile quella dell’eroe che non muore, dell’eroe che sopravvive a se stesso” (I vecchi e i giovani), e Jacopo detto l’Errante, il personaggio principale de L’arte di cavalcare il vento, non ci tiene affatto a essere eroe, in nessuna foggia.

L’arte di cavalcare il vento racconta di Jacopo l’Errante, personaggio che, verosimilmente, si ispira ad alcune vicissitudini dell’autore, quasi tutte dal sapore picaresco e donchisciottesco. L’Errante è un giovane non troppo giovane di nobili ideali, e qualche volta cade e si sbuccia le ginocchia e l’anima, ma non demorde mai: suo destino è di andare controcorrente, poco ma sicuro. Jacopo non ce l’ha un lavoro, vive in famiglia e cerca di sbarcare il lunario come può. La madre si preoccupa per il futuro del figlio, e pure il padre malato che vive i suoi giorni cacciato dentro a un letto, al buio, in una camera dove non filtra mai un raggio di sole. Vivere con i genitori, anziani ed entrambi cagionevoli di salute, non è affatto facile, bisognerebbe avere orecchie piene di cera o di cerume bello spesso per non sentire i rimproveri (non sempre giustificati), per non avvelenarsi il fegato, e bisognerebbe non essere mai in casa; e Jacopo cerca di stare fuor di casa il più possibile, e incontra amici e sbruffoni d’ogni sorta, poeti, arruffapopoli incapaci, mafiosetti locali che dalla loro hanno soltanto una laurea per la stupidità dimostrata nel corso di tanti e tanti anni, avvinazzati con le pezze al culo, sognatori che sognano sempre i soliti sogni vecchi e abusati, folli un po’ santi e un po’ stronzi. Non di rado, l’Errante chiama in causa Don Euro che, ovviamente, si spampana, senza mai far piovere un centesimo per chi caduto nella disperazione più nera.

L’umanità che ci racconta Francesco Tiberi è molto variegata, a tratti vestita di maschere pirandelliane che si sgretolano nel tempo di un batter di ciglia. L’Errante ha un amico, probabilmente l’unico che gli è fedele, Porthos, un cagnone francese che ne ha passate di cotte e di crude. Jacopo l’Errante e Porthos sono fatti l’uno per l’altro, osservano il mondo che li circonda e non ci stanno a farsi sbranare dalle sue fauci. Ce la faranno Jacopo l’Errante e Porthos a non finire in malo modo, soffocati dal sistema, da Don Euro che gonfia la pancia per sfiatare pesanti pernacchie da almeno due orifizi?

L’arte di cavalcare il vento è un lavoro che non manca di poesia, che è quasi sempre arrabbiata e quasi mai pacata. Tiberi non si risparmia e sciorina antitesi, allegorie, metafore, similitudini, e chi più ne ha più ne metta; l’autore non può davvero fare a meno di bastonare tutte le brutture che gli si parano davanti agli occhi, con un estro che cavalca la rabbia di Cecco Angiolieri e l’umorismo grottesco di quel Paolo Villaggio creatore del mitico ragioniere Fantozzi. Nel romanzo di Francesco Tiberi confluiscono tante cose (esperienze), così tante che si corre il rischio di essere catapultati per sempre dentro al piccolo grande universo disegnato a parole dall’autore, il quale, forse, desidera proprio questo, incastrare i suoi lettori per non liberarli più.

Francesco Tiberi vive a Tolentino (Macerata). Laureato in ingegneria, scrive da oltre dieci anni. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulle principali riviste letterarie italiane (“Inchiostro”, “Ellin Selae”, “Osservatorio Letterario”, “Inverso”, “Storie”…). Nel 2010 è uscita una sua antologia intitolata Fumo Acre. L’arte di cavalcare il vento è il suo primo romanzo edito.

L’arte di cavalcare il vento - Francesco Tiberi - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Anno edizione: 2018 - Pagine: 308 - EAN: 9788899783631 - € 15,00

Piero Calamandrei: legger "L'avvenire dei diritti di libertà" per un domani migliore

Leggere Piero Calamandrei per difendere i diritti di libertà


Iannozzi Giuseppe


L'avvenire dei diritti di libertà di Piero Calamandrei - Galaad edizioni

Mancava da tempo sugli scaffali delle librerie il prestigioso saggio di Piero Calamandrei, L’avvenire dei diritti di libertà, ristampato oggi da Galaad Edizioni. La nuova edizione include una molto esaustiva introduzione di Enzo Di Salvatore, insegnante di Diritto costituzionale italiano e comparato presso l’Università degli Studi di Teramo, e una nota biobibliografica a cura di Omar Makimov Pallotta.
«La democrazia – sostiene Calamandrei – da meramente politica deve divenire economica, e cioè sociale, caratterizzata dall’equilibrio tra diritti politici e diritti sociali: i primi volti a consentire la possibilità politica di partecipare all’esercizio della sovranità; i secondi volti a consentire la possibilità economica di valersi concretamente delle libertà. Entro questo tipo di democrazia non v’è spazio per una prevalenza dei diritti politici sui diritti sociali (come accadeva negli ordinamenti borghesi), né per una prevalenza dei diritti sociali sui diritti politici (come accadeva negli ordinamenti socialisti). E nessuna funzionalizzazione del diritto è possibile, né il diritto soggiace alla volontà dei più, giacché il proprium della libertà è dato dalla tutela del dissenso dell’individuo dall’opinione della maggioranza.» (Dall’introduzione “Calamandrei e le libertà” di Enzo Di Salvatore)

Nell’agosto del 1945, in un articolo apparso su Il Ponte, Calamandrei scriveva: «Se vera democrazia può aversi soltanto là dove ogni cittadino sia in grado di esplicar senza ostacoli la sua personalità per poter in questo modo contribuire attivamente alla vita della comunità, non basta assicurargli teoricamente le libertà politiche, ma bisogna metterlo in condizione di potersene praticamente servire. E siccome una assai facile esperienza dimostra che il bisogno economico toglie al povero la possibilità pratica di valersi delle libertà politiche e della proclamata uguaglianza giuridica, ne viene di conseguenza che di vera libertà politica potrà parlarsi solo in un ordinamento in cui essa sia accompagnata per tutti dalla garanzia di quel minimo di benessere economico, senza il quale viene a mancare per chi è schiacciato dalla miseria ogni possibilità pratica di esercitare quella partecipazione attiva alla vita della comunità che i tradizionali diritti di libertà teoricamente gli promettevano.»

Piero Calamandrei
si interroga sul significato delle libertà e lo fa a ridosso del 1945, quando l’Italia è ancora a soqquadro: il fascismo è stato ricacciato indietro, ma il paese è letteralmente a pezzi. L’occasione per parlare delle libertà viene offerta a Calamandrei dalla ripubblicazione di un libro, quello dello storico ed ecclesiasticista Francesco Ruffini. La prima edizione di Diritti di libertà di F. Ruffini era stata stampata e fatta circolare in maniera clandestina nel 1926. L’avvenire dei diritti di libertà, scritto concepito per introdurre il lavoro di F. Ruffini, fa presto a diventare un lavoro autonomo grazie alla sua schiettezza e alla sua lucidità espositiva. Se ieri il lavoro del giurista toscano era di grandissima attualità, oggi lo è ancor di più, in quanto le preoccupazioni in esso esposte sono le stesse che noi, in questo frangente storico, dovremmo avere, cercando di risolverle invece di trincerarci in pericolose illusioni populiste e destrorse, che, purtroppo, vanno tanto di moda e che potrebbero portare l’Italia alla restaurazione e alla rivalutazione di non poche idee apertamente fasciste o inclini al fascismo.

Secondo Calamandrei, pur non essendo perfetta, «la sola costituzione nella quale i diritti sociali siano messi in un unico catalogo e sullo stesso piano colle libertà politiche, è quella sovietica del 1936 [...]»; più avanti, parlando di democrazia politica e democrazia sociale, il noto giurista toscano sottolinea: «Giustamente è stato rilevato in un recente scritto di Salvemini sul concetto di democrazia, che la libertà politica è “il diritto di non essere d’accordo con gli uomini che controllano il governo. Da questo diritto nascono tutti i diritti del cittadino in un regime libero. Le libertà non servono tanto a stabilire il potere della maggioranza quanto a proteggere le minoranze nel loro diritto d’opposizione. La prova migliore del valore di una libera costituzione è la misura in cui provvede alla protezione delle minoranze”. [...] Che questo diritto di opposizione non sia garantito dalla costituzione sovietica, è apertamente dichiarato dagli articoli che in quella costituzione regolano le libertà politiche dei cittadini. [...] Anche una costituzione come quella sovietica si può denominare democratica, nel senso che essa è preordinata ad assicurare i diritti sociali a tutti i lavoratori, cioè alla maggioranza dei cittadini; ma è democratica in un senso diverso da quello finora chiarito, perché non riconosce la pluralità dei partiti e i diritti politici della minoranza, alla quale non è data la libertà di costituirsi in partito d’opposizione e di diventar maggioranza a sua volta [...]».

Si è già lasciato a intendere che il frangente storico che stiamo attraversando non è dei più felici, va dunque aggiunto che non possiamo esimerci dall’evidenziare che a ogni giorno che passa i nostri diritti di libertà rischiano di essere falciati, forse per sempre. Nel breve saggio Il fascismo eterno, Umberto Eco sottolinea che è possibile «indicare una lista di caratteristiche tipiche» di quello che è «l’Ur-Fascismo, o il fascismo eterno. L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo.»

L’attualità del lavoro di Piero Calamandrei non si mette in discussione, tranne nel caso si sia così sciocchi da volere, o così scriteriati da pensare che il fascismo sia cosa vecchia, superata e debellata. Il serio rischio a cui stiamo andando incontro è quello che si torni a mettere l’uomo contro l’uomo e a ridurre gli uomini in schiavitù, e ne L’avvenire dei diritti di libertà il giurista Piero Calamandrei è stato ben più che profetico.

Giurista, scrittore, politico, Piero Calamandrei nasce a Firenze il 21 aprile 1889. Docente di diritto processuale civile nelle università di Messina, Modena, Siena e Firenze, antifascista, nel 1941 aderisce al movimento Giustizia e Libertà, nel 1942 è tra i fondatori del Partito d’Azione, nel 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente. Nel 1945 fonda la rivista «Il Ponte», che dirige per dodici anni. Tra le sue opere principali La Cassazione civile, Studi sul processo civile, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Inventario della casa di campagna, Uomini e città della Resistenza. Muore nella sua città natale il 27 settembre 1956.

L'avvenire dei diritti di libertà
- Piero Calamandrei - Galaad Edizioni - Collana: I lilliput - Anno edizione: 2018 - Pagine: 144 - EAN: 9788898722662 - Prezzo: € 13,00

Compito per domani, romanzo storico di Nicolae Dabija edito da Graphe.it Edizioni

Nicolae Dabija
Compito per domani

Un romanzo destinato a
essere letto da più generazioni

Iannozzi Giuseppe

Compito per domani - Nicolae Dabija -Graphe.it

Compito per domani è un romanzo di Nicolae Dabija, con tutta probabilità il suo capolavoro, un libro destinato a essere letto da più generazioni. In Mémoires (Éditions du Rocher, Parigi 1997),  Mikhaïl Gorbatchev, senza troppi giri di parole, spiega che Nicolae Dabija è un leale sostenitore della perestrojka, un uomo che si è battuto per la democratizzazione del suo Paese. Nicolae Dabija si laurea in filologia nel 1972 e nel 1975 pubblica Ochiul al treilea (Il terzo occhio), al quale faranno seguito diverse sillogi di poesia. Nel 2009 pubblica Tema pentru acasă che riscuote subito un grande successo. Il romanzo viene tradotto in diverse lingue, incontrando il favore della critica e quello del pubblico. In Italia, Compito per domani (Tema pentru acasă) viene pubblicato nel 2018 da Graphe.it edizioni (Perugia) nella traduzione di Olga Irimciuc.

Compito per domani di Nicolae Dabija è un capolavoro letterario al pari o quasi de Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov. In Compito per domani ci sono i gulag, c’è Stalin e il suo odio contro l’amore, contro Dio, contro la Libertà e contro tutte le libertà; e c’è una grande storia d’amore che sfida la morte e l’efferatezza dello stalinismo.
A Poiana, un piccolo villaggio romeno, il giovane maestro Mihai Ulmu insegna alla sua classe il valore della poesia e non solo. Il suo poeta preferito è Mihai Eminescu, e un suo ritratto è appeso a una parete, proprio dietro la cattedra. Mihai Ulmu non ha ancora venticinque anni, e già da tempo si è rassegnato che la donna ideale non esiste se non nei libri da lui tanto amati. Mihai cita le poesie di Eminescu e le fa conoscere ai suoi alunni, che non possono non rimanerne affascinati dalle parole, semplici e forti, del poeta tardo-romantico. Maria Razesu è affascinata da Mihai, e non è la sola. Maria è sicura dei suoi sentimenti, ama Mihai, ma questi neanche si accorge di lei e la tratta come tutte le sue studentesse. Mihai Ulmu è personaggio costruito prendendo a prestito alcuni tratti essenziali del poeta Eminescu: volto pallido, folti capelli neri che gli toccano le spalle, occhi castani e tristi. L’insegnante è, allo stesso tempo, eroe e vittima di un tempo maledetto, quello dell’ascesa al potere di Iosif Stalin. Dal 1924 al 1953 l’Unione Sovietica subisce la dittatura di Stalin, dittatura che ancor oggi, purtroppo, viene rimpianta da non pochi stalinisti. I soldati di Stalin fanno irruzione nella scuola dove insegna Mihai Ulmu, sbattono via il ritratto del poeta Eminescu e al suo posto ci piazzano quello di Stalin. Qualcuno imbratta il quadro che ritrae il dittatore, e gli uomini di Stalin intervengono. Mihai si addossa la colpa di quanto accaduto. I soldati gli lasciano solo il tempo di assegnare l’ultimo compito ai suoi studenti, spiegare con parole loro che cosa è l’amore. Una volta assegnato il compito, l’insegnante viene portato via. Mihai, in un processo farsa non poco kafkiano, viene condannato e subito viene tradotto in uno dei tanti gulag disseminati nelle regioni più fredde dell’Unione Sovietica. Maria Razesu decide di seguire il suo insegnante, andando così incontro al suo destino. La giovane riuscirà a incontrare Mihai, riuscirà anche a stare insieme a lui per qualche giorno, ma il prezzo da pagare per una manciata di giorni d’amore sarà davvero molto alto.

Compito per domani racconta la storia di Mihai e Maria, entrambi condannati ai lavori forzati. Nonostante le immense difficoltà che il regime gli pone davanti, i due giovani protagonisti trovano il tempo e il modo per amarsi e per lasciare di sé una traccia indelebile, una traccia che solo l’amore più genuino può generare, perché dire a qualcuno “ti amo” è “un invito all’eternità.”
A tutt’oggi non si sa con precisione quante persone siano morte all’interno dei gulag, anche se alcuni dati dicono che nell’inferno voluto dalla pazzia di Stalin morirono molte più persone che non nei lager tirati su da Hitler. Nicolae Dabija racconta l’orrore, l’inferno che si respira nei gulag, un inferno che alcune frange estremiste ancor oggi negano, ma non c’è di che stupirsi, c’è anche chi nega i lager di Hitler. Nicolae Dabija ci ricorda che l’orrore stalinista non è finito, nonostante oggi si sia relativamente più liberi.

Compito per domani è diventato subito un classico della Letteratura romena e il perché è facile intuirlo: in Russia, dopo Gorbatchev e la perestrojka, la mancanza di libertà ha fatto presto a tornare in auge, e Vladimir Putin, con la sua presenza a mano armata, ogni santo giorno ci ricorda che è facile, molto facile fare una brutta fine se si ha l’ardire di contravvenire ai suoi ordini.

Nicolae Dabija, poeta, scrittore e giornalista, è nato il 15 luglio 1948 a Codreni, nella Repubblica di Moldavia. È membro onorario dell’Accademia Romena e corrispondente dell’Accademia Moldava delle Scienze. Il suo primo volume di poesie Il terzo occhio (1975) assume un valore simbolico per la generazione dei poeti moldavi di quegli anni, inducendo la critica letteraria a coniare l’espressione Generazione del Terzo Occhio per definire il movimento letterario che ne scaturì.

Compito per domani - Nicolae Dabija - Traduzione di Olga Irimciuc - Graphe.it edizioni - Collana: Logia [narrativa], 13 - Pagine: 400 - Edizione: settembre 2018 - ISBN 9788893720489  -  Prezzo 14,90 euro

venerdì 9 novembre 2018

Il MALE PEGGIORE - In libreria: GIUNTI AL PUNTO, MONDADORI, LA FELTRINELLI, IBS, AMAZON ecc. - Un libro consigliato da Nadia Fagiolo

Perché leggere
Il MALE PEGGIORE
di Iannozzi Giuseppe

Ve lo spiega Nadia Fagiolo


IL MALE PEGGIORE, mio ultimo romanzo pubblicato da Edizioni Il Foglio, arriva presso le LIBRERIE GIUNTI AL PUNTO grazie a Nadia Fagiolo.

Il libro lo potete trovare presso la libreria GIUNTI AL PUNTO di Erba - Centro Commerciale I Laghi - Viale Prealpi n. 3 - cap 22036 - Erba (CO), ma potete anche ordinarlo presso uno dei tantissimi punti vendita GIUNTI in tutta ITALIA (https://www.giuntialpunto.it/librerie).
Grazie a quanti sino ad ora hanno acquistato il mio libro o hanno intenzione di acquistarlo. Nella foto Nadia Fagiolo insieme a Emilia Spinelli presso la libreria Giunti al Punto di Erba (CO) con in mano il mio IL MALE PEGGIORE. Siete fantastiche e di più.
Grazie a TUTTE/I.
Giuseppe Iannozzi

Il male peggiore fra le mani di Nadia Fagiolo ed Emilia SpinelliPerché leggere Il MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio) ve lo spiega Nadia Fagiolo:
Questo libro è un urlo. Sì, avete capito bene. La scrittura di Giuseppe colpisce alla bocca dello stomaco, è sincera, è così dura da risultare, talvolta, anche scomoda. In questo romanzo il lettore si ritrova spettatore di vari e intriganti attimi di vita appartenuti ad alcuni importanti personaggi della letteratura (e non solo). Qui si parte per un viaggio nel tempo: allacciate le cinture e non temete, non dubitate, non dubitate, non dubitate... non dubitate…

Perché dovreste comperarlo? I 10 Beppemotivi

1 - Perché Beppe è geniale.
2 - Perché Beppe scrive in italiano e quello vero.
3 - Perché Beppe continuerà a scrivere molto più volentieri se i suoi libri vendono.
4 - Perché Beppe vale e si attiene ai fatti senza troppi fronzoli.
5 - Perché Beppe conosce anche la storia, l'attualità, è un critico e un giornalista. Mica da tutti.
6 - Perché Beppe è cresciuto a pane e libri e per davvero.
7 - Perché Beppe ha messo un pezzo della sua anima in questo libro
8 - Perché questo libro ha rubato un pezzo d'anima a Beppe.
9 - Perché, se vi fidate, è un capolavoro di perfezione stilistica e di contenuto.
10 - Perché Beppe è un nostro amico, arriva Natale, e sono pochi Euro spesi bene (per una piacevole lettura e un po' di sana cultura).

Acquista su


GIUNTI AL PUNTO:

https://www.giuntialpunto.it/product/8876067167/libri-il-male-peggiore-storie-di-scrittori-e-di-donne-giuseppe-iannozzi

IBS:

https://www.ibs.it/male-peggiore-storie-di-scrittori-libro-giuseppe-iannozzi/e/9788876067167

Amazon:


https://www.amazon.it/male-peggiore-Storie-scrittori-donne/dp/8876067167/

Libreria Universitaria:


https://www.libreriauniversitaria.it/male-peggiore-storie-scrittori-donne/libro/9788876067167

Unilibro:


https://www.unilibro.it/libro/iannozzi-giuseppe/male-peggiore-storie-scrittori-donne/9788876067167

La Feltrinelli:


https://www.lafeltrinelli.it/libri/giuseppe-iannozzi/male-peggiore-storie-scrittori-e/9788876067167

lunedì 15 ottobre 2018

“Protocollo di simulazione” di Morena Zuccalà. Undici racconti per un romanzo tra fantasia e realtà – 96 rue de-La-Fontaine Edizioni

PROTOCOLLO DI SIMULAZIONE

Undici racconti per un romanzo
tra fantasia e realtà

Morena Zuccalà

di Iannozzi Giuseppe


Protocollo di simulazione -Morena Zuccalà - 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni

Nella postilla a Il nome della rosa, Umberto Eco scriveva: «Si fanno libri solo su altri libri e intorno ad altri libri. […] I libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes.» Checché se ne dica, le storie che oggi scriviamo non potranno non far rifermento ad archetipi e romanzi creati, nel corso dei secoli, da mille e più autori; e Morena Zuccalà, autrice di Protocollo di simulazione (96, rue de-La-Fontaine Edizioni), ne sa ben più di qualcosa. Gli undici racconti che sono in Protocollo di simulazione sono legati tra di loro da un sottile ma ben resistente fil rouge: la fantasia incontra la realtà affinché autore e lettore scoprano o ritrovino se stessi. La realtà è data da spunti autobiografici abilmente mascherati, la fantasia da tutto ciò che abita nell’anima dell’autrice. Ne La tempesta, che da molti è ritenuta l’ultima opera di Shakespeare, il bardo metteva in bocca a Prospero queste parole: «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.» (da “La tempesta”; Prospero: atto IV, scena I.) In Protocollo di simulazione, l’autrice ci ricorda che è proprio così, e ce lo dice con parole sue: «Ogni uomo forte raggiunge immancabilmente ciò che il suo vero io gli ordina di volere.» (da “Protocollo di simulazione”; Il tempo verticale, pag. 72)

Tutto ha inizio quando viene al mondo Fantine. La bambina porta sempre con sé un ombrellino giallo. A chi le chiede perché lo apre anche con il sole, lei spiega che solo così è possibile «sentire la forza del vento dal mare, quello che asciuga l’anima.» Si è detto che Protocollo di simulazione accoglie undici racconti, ed è così, ma è anche vero che i racconti concorrono a formare un romanzo breve, dove l’explicit si ha nel decimo racconto, mentre l’undicesimo è più che altro una preghiera rivolta ai lettori: «Ti chiedo un ultimo sforzo. [...] Ti chiedo l’ultimo sforzo di ascoltare queste parole che ho raccolto per te, perché ti sono grata. [...] Non capita tutti i giorni di riuscire a prendere il volo, di afferrare quella dose di coraggio nascosto nel posto più introvabile che c’è [...] Ti sono grata, perché il desiderio di condividere con te queste pagine mi ha resa più coraggiosa.» (da “Protocollo di simulazione”; Ultimo, pagg. 83 - 84)

Tra gli autori che maggiormente hanno influenzato la scrittura e la sensibilità artistica (e umana) di Morena Zuccalà spiccano Hermann Hesse e Jack London, che in Protocollo di simulazione vengono chiamati in ballo, con stile più che mai icastico, per diventare dei veri e propri mentori e indicare così la via da seguire a chi l’ha persa o l’ha dimenticata. Il lupo della steppa di H. Hesse e Martin Eden di J. London sono due romanzi chiave per Morena Zuccalà, sono difatti essi il perno e l’ago magnetizzato della sua bussola. Alcuni racconti presenti in Protocollo di simulazione si ammantano di un’aura magica, forse riconducibile alla lettura di autori quali i fratelli Grimm, Nathaniel Hawthorne, Guy de Maupassant, Luigi Capuana, Italo Calvino.

Protocollo di simulazione di Morena Zuccalà è allo stesso tempo una raccolta di racconti e un romanzo compiuto e finito. Indipendentemente dal modo in cui si leggerà questo lavoro, sarà possibile ricavare una morale o più di una, come: nessuno è un numero per una catena di montaggio, ognuno di noi può trovare il coraggio di cui ha bisogno, chi sogna sa volare per abbracciare la libertà di essere.

Morena Zuccalà, classe 1976, ha pubblicato Protocollo di simulazione. Gestisce 96, rue de-La-Fontaine Edizioni.

Protocollo di simulazioneMorena Zuccalà - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Anno edizione: 2017 - Pagine: 92 p. - EAN: 9788899783518 - € 10,00