lunedì 8 novembre 2010

La mania per l’alfabeto un inutile esordio per Marco Candida

di Iannozzi Giuseppe

Marco Candida, al suo esordio in libreria, è uno zibaldone, scritto da un simpatico ragazzo volendo: ma niente che si possa avvicinare anche solo lontanamente a una categorizzazione letteraria. Molti pensieri, alcuni pregevoli, scritti in una prosa elegante, a tratti minimalista – come purtroppo è segno dei tempi - ma slegata nell’essenza, tutto ciò nel vano tentativo di dare l’illusione d’una continuità narrativa.
Quando scrivo “niente che si possa avvicinare anche solo lontanamente a una categorizzazione letteraria”, mi par apodittico che sottolineo il fatto che il libro di Candida non è letteratura; “La mania per l’alfabeto” non è neanche narrativa, piuttosto è un diario, investito di pretese intellettuali, in chiave solipsista. Un diario-zibaldone che non poche volte evidenzia come lo scrittore – scrittore nella sua accezione più pura, quindi uno scrivàno che penna alla mano scrive parole e pensieri – abbia messo nero su bianco pensieri che risentono di forti forzature, quasi non sapesse dove andare a parare. Un filo d’Arianna strappato, sfilacciato, in più punti, quello che è in la “La mania per l’alfabeto”. O meglio ancora, tanti post-it malati di auto-referenzialità su più pagine che tracimano parole e pensieri e che non riescono mai a sposarsi assieme, nemmeno per un istante o una pagina che sia. Marco Candida ha i limiti di un ragazzo, la cui cultura è solamente per sentito dire, non data dall’esperienza diretta. Non è di certo l’Umberto Eco de “La misteriosa fiamma della regina Loana”, né è un novello Carver – di cui purtroppo l’editoria è stracolma fino all’ottusità.
Né serve l’espediente fin troppo abusato d’una risoluzione onirica, o come vuole la moda critica, lisergica: realtà e fantasie vivono in mondi separati, sono a sé stanti, l’autore ha tentato una amalgama e il risultato è un diario-zibaldone. L’ennesimo libro inutile.
Qualcuno potrebbe ribattere che “un libro non è mai inutile”, ed allora spiego, a costo di scadere in una pleonastica banalità: inutile è il superfluo. E nella scrittura di Candida c’è soprattutto del superfluo. Dacché l’umanità ha inventato la stampa, si sono stampati milioni di libri: se ne sono sopravvissuti solo alcuni è perché tutti gli altri erano inutili, o comunque non fondamentali. La nostra memoria è selettiva: il cervello dell’uomo ricorda solo un tot di dati, gli altri li scarta. Li scarta perché non c’è posto, li scarta perché non li ritiene utili alla sopravvivenza e maturazione dell’individuo. Coi libri accade più o meno la stessa cosa, essendo che proprio questi sono la storia (la memoria) dell’umanità: ciò che non serve alle generazioni future, il tempo presente lo cancella quasi fosse uno spazzino. La generosità nel giudizio negativo che ho portato all’esordio di Marco Candida è nella misura della mia onestà di critico: avrò forse sbagliato! Ma sono dell’opinione che è meglio stroncare piuttosto che illudere l’autore dicendogli che ha fatto un buon lavoro. Un encomio o un giudizio diplomatico non servirebbero né a lui autore, per migliorarsi in futuro se vorrà continuare a scrivere, né ai potenziali lettori. Poi ognuno è libero di leggere il lavoro di Marco Candida e di farselo piacere: ci mancherebbe.
La trama è quella di un giovane, del venticinquenne Michele, che guarda caso è un lavoratore precario, uno dei tantissimi che oramai hanno finito con l’invadere anche la carta stampata e le idee trite e ritrite degli scrittori. Michele è un addetto alla Qualità in una anonima ditta che produce conglomerato bituminoso. Chiaramente il protagonista non è che abbia sognato per tutta la vita di arrivare a realizzarsi in qualità di addetto a una miscela di idrocarburi, difatti ha un sogno più ambizioso: quello di imbrattare le vergini bianche pagine con la sua scrittura, per un libro che rovesci il mondo delle patrie lettere. Un sogno infantile per certi versi, quasi che lo scrittore possa esser paragonato a un eroe, a  un grande condottiero o a un messia. Il protagonista scrive in maniera disordinata, neanche poi troppo singolare: post-it su post-it che sono la tappezzeria in casa come in ufficio. Foglietti che tracimano dai cassetti, che gli escono dalle tasche: Michele è convinto, come i bambini al loro primo giorno di asilo, che in futuro quegli appunti confluiranno in un testo coerente dove realtà e finzione si mescolano, si aiutano, si fanno dèmone dostoevskiano. Una illusione, null’altro che questo. E’ un sognatore: no, più semplicemente è un illuso che non ha saputo fare i conti con la realtà, così, non di certo di punto in bianco, la realtà gli viene sbattuta direttamente sul naso e Michele finisce col sedere per terra, disoccupato, inviso alla famiglia – che lo vede come uno che le rotelle non ce l’ha tutte a posto -, ma soprattutto odiato da Savemi, la ragazza che amava! Non abbastanza, perché il dèmone della scrittura Michele lo ama molto di più. Le illusioni diventano ben presto il solo mondo accettabile e possibile per questo giovane misantropo. E’ scontato che Michele perda la bussola: finisce con il vivere il contenuto a volte ironico, altre ancora debolmente amaro, che i post-it racchiudono. Il mondo reale non ha più posto davanti agli occhi del protagonista. Nel mondo di illusioni, che lui stesso ha creato, tutto è un caleidoscopio che muta le immagini secondo il desiderio di Michele. Tentando una strada che è per metà onirica e per metà kafkiana, Marco Candida mette in campo eventi assurdi, che nella macchina della realtà non sarebbero possibili.
Come il protagonista di questo romanzetto con il quale Marco Candida esordisce, anch’io ho fatto molte orecchie alle pagine del libro, inequivocabile segno questo che la scrittura ombelicale di Candida mi ha fatto annoiare producendo secchezza delle fauci e lunghi sospiri in luogo di bestemmie. Così tra tante citazioni, tra una di Carmelo Bene e una di Tiziano Scarpa, e persino una di Emanuele Severino, si arriva finalmente alla fine, all’ultimo post.
“La mania per l’alfabeto”: drammatico e paradossale che si abbia avuto il coraggio di mandarlo in stampa.
Io credo in una critica che prima di essere pubblicizzazione del libro sia soprattutto analisi della scrittura, quindi una analisi che possa risultare utile tanto allo scrittore quanto ai potenziali lettori. Non starò a sollevare polveroni, forse inutili; però una critica che si limita a sponsorizzare un libro è altro, in quanto non ha in sé niente di analitico.
Non giudico i libri dalla copertina; si può dire almeno nel mio caso che sono l’ultima cosa che mi interessa e a cui do un peso solo quando create da degli artisti. Rimango sempre dell’opinione che si dovrebbe essere capaci di scrivere per il presente ma soprattutto per i posteri. Per lasciare in eredità a chi dopo di noi la nostra conoscenza, sia essa artistica sia essa scientifica. Se si scrive solo per diletto, bene, rimane niente dopo il momento della moda. Scrivere impegna la mente quanto il corpo; scrivere seriamente, se si è dotati di spirito artistico, significa sottoporsi a uno sforzo estremo. Scrivere tanto per calarsi nel ruolo dello scrivàno non serve. 
Se c’è dell’accanimento nel sottolineare i difetti di un lavoro - e forse c’è -, soprattutto di un esordiente qual è Marco Candida, è soltanto perché non amo la diplomazia para-critica: non ho il coraggio di spezzare anche una sola lancia a favore d’un libro, che è brutto, perlomeno secondo quello che è il mio metro di giudizio, umano e quindi fallibile. Se è brutto rimane tale; se è bello sono il primo a riconoscerlo bello. Non mi piace stroncare i libri e i loro autori: in fondo ci investo del tempo e non poco, tra le altre cose. Tuttavia è giusto, deotologicamente parlando, stroncare piuttosto che scendere a compromessi con quello che penso. E’ una questione di rispetto per l’autore - che spero sempre sappia accettare anche le critiche più negative -, per chi legge e non in ultimo per me stesso, a costo di risultare un po’ troppo duro. 
“La mania per l’alfabeto” di Marco Candida avrebbe avuto bisogno di un serio ridimensionamento. Fossero state centocinquanta pagine anziché delle tracimanti trecento e passa, dopo un pesante editing da parte d’un editor esperto, con tutte le limitazioni e le egocèntriche smanie tipiche degli editor, forse questo scartafaccio – perché altro non è – sarebbe stato persino carino. Così com’è stato mandato in stampa il primo lavoro di Candida è un cumulo di fogli (trecentoquattro, per la precisione) tenuto insieme da una bella copertina dai tanti colori, tutta di post-it disegnati su uno sfondo asfaltato e lindo – che pare uscito dalla fantasia d’un cartoon.