lunedì 8 novembre 2010

L’anno luce di Genna. Complotti e adulteri per un amore sbagliato

di Iannozzi Giuseppe

L’anno luce, questa l'ultima fatica di Giuseppe Genna. Un libro, psichedelico, come è nel suo stile. Ma questa volta si ha netta l’impressione che il Genna sia un po’ tanto stanco, di idee soprattutto: L’anno luce delude le aspettative del lettore. In sintesi, Giuseppe Genna sa dare il meglio di sé stesso quando entra nel genere, quando scrive thriller: il suo tentativo di andare oltre il “genere” l’ha portato a consumarsi come una candela romana. Non siamo di fronte né a un romanzo dai toni omerici né a uno che si possa definire neoborghese: piuttosto siamo davanti a un tentativo (a vuoto) di evadere dal romanzo di genere, che, nel bene e nel male, ha fatto la fortuna dell’autore con titoli come "Nel nome di Ishmael", "Non toccare la pelle del drago", "Grande madre rossa”.

Bisognerebbe non leggere assolutamente L’anno luce di Giuseppe Genna, ma invece guardare, solo per indotta distrazione, all’immaginifico labirinto web realizzato su I Miserabili, labirinto che corrode l’antimateria narrativa in viziose deviazioni fatte di lisergiche immagini, fotomontaggi simpsoniani, estratti par boiled, derive anarco-pazzoidi. Come se, insomma, il testo si traducesse in olio di ricino che può suscitare nell’intestino irritabile del lettore, nel migliore dei casi, una cacarella interminabile, ma anche una peritonite ferale: luogo dove illegittimamente convivono nel vizio più sfrenato, come sul sito, il richiamo di Cthulhu e Bambi, les folies de Pigalle e le Moulin Rouge e il caso lewinsky, strip poker e Carlo Collodi. L’esperienza multimediale non è un piccolo lusso: è, probabilmente, una chiave importante per comprendere i contorsionismi di un guazzabuglio à la Ed Wood che dimostra, come in tutte le posizioni kamasutriche di una non-storia di aria fritta, si possano far orgasmare impossibilità di narrazioni di terzo tipo sessualmente inconcepibili e delitti orgiastici a furor di marchette.
Volendo, la storia in sé è un estremismo alienante e alieno: il Mente, filibustiere di una multinazionale del porno in contrastata ascesa, perde nello stesso giorno il suo punto g, andando così incontro a una forte crisi sessuale e di identità. Il coma in cui precipita quella baldracca di sua moglie nasconde un rapporto proibito con un minorenne, autore di un manoscritto su pratiche onanistiche e anali. Contemporaneamente, sodomiti senza scrupoli ma dotati di falli grandi e piccoli cercano di mandare a puttane la sua carriera.
Le sodomizzazioni subite dal Mente s’intrecciano fino a decretare un’orgia massonica del color bianco dell’umano seme, in una lotta di membra aggrovigliate, dove l’eco delle urla per orgasmi multipli sono in realtà bestemmie baciate alla fronte dell’economia, della religione, della politica. Il sesso oltremodo spinto, che è ne L’anno luce per mano di Giuseppe Genna, fa apparire ridicole e antiquate le pratiche e tutte le teorie sadiane: a ogni pagina c’è un coinvolgimento sborroso di sentimenti e barbarie, che è icastica rappresentazione dei problemi emorroidali di cui soffre sempre più spesso la nostra società moderna ipertecnologica, però coinvolta in un medioevo di inquisizioni alienanti. Con una doppia contrapposizione: da una parte il mondo maschilista, con i padri pedofili e i figli succubi che sulla vaselina hanno da discettare (ma a vuoto, qui come nella dura vita reale, i figli: quella generazione, cioè, che alla vaselina ambisce senza riuscire ad ottenerla per diritto e neppure come atto di inumana pietà). Dall’altro, la spirale e la vaselina in una visione al femminile, insieme portatrici di morte e di vita (la moglie del Mente partorirà un figlio, nonostante un quasi totale dissanguamento – dovuto alle emorroidi - durante il parto: e la sua gravidanza, pur derivata da uno stupro, viene esposta al pubblico ludibrio con quella totale irriverenza che mai si dovrebbe tributare, neppure alla peggiore femmina di malaffare).
Ma dire che L’anno luce è aria fritta, guazzabuglio di orge su scala industriale e di adulterio anale e vaginale, è come dire che il "Satyricon" di Petronio Arbitrio parla soltanto di lupanari. Perché il punto di interesse sta nella scelta modaiola operata dall’autore: mettere a nudo infatti un mondo di stupratori e di cristi in odor di pederastia poteva comportare un Calvario seriale, quello del genere, dove peraltro Genna ha agito a lungo come agente virale. La strada intrapresa è quella, invece, di un amore sbagliato dichiaratamente emorroidale (anale), che penetra bene in fondo la triade canonica amore-potere-morte e un pantheon dove a personaggi-simbolo privi di nome si alternano icone a luci rosse (Jessica Rizzo, la pornostar più amata dagli italiani) dotate della voracità di una Elena omerica, ma anche di una Beatrice dantesca e di una Duse dannunziana, per non dire di tutte le femmine che sono nel Satyricon. Non casualmente, Giuseppe Genna ha accostato L’anno luce ai nostri, i racconti post-omerici sul ritorno di un complesso edipico. Ritorno che, come avviene a pervertiti e papponi della società post-new-economy, penetra attraverso l’oscurità anale, o in essa si ottura definitivamente.