domenica 14 novembre 2010

Melissa P, la Remington di Burroughs, il Divoratore e l’Inquisitore evangelista

di Iannozzi Giuseppe

In libreria. Che ci faccio, in verità non so dirlo, non con precisione. Perdo un po’ di tempo, forse è questa l’unica e sola verità.
Passo tra i bancali stipati di libri con passo felpato, manco mi trovassi in un cimitero stracolmo di lapidi epitaffi croci. Gettare l’occhio sui libri ammonticchiati è una tortura da girone dantesco. Copertine roboanti per contenuti invalidi.
A ogni angolo c’è l’ennesimo libro dedicato ai vampiri. Accanto ai vampiri c’è la narrativa al femminile tra pompini, monologhi con la vagina e sesso a tre. Robetta spacciata per nuova. Tranelli. Il sesso a tre è roba vecchia, abusata, buona per gli ex sessantottini, niente che meriti oggi l’attenzione del pubblico. Peraltro io converso sempre con il mio pipino, perché lo faceva anche Alberto Moravia, ma non sono così fuori di melone da pensare di scrivere un libro sul mio rapporto con “Lui”. In ogni caso adesso le sbarbine ci parlano con la loro patatina e pretendono di far letteratura al pari di Moravia e Burroughs, e ciò che è peggio è che con tutta probabilità non si sono mai fatte un Naked Lunch come dio comanda in un bar dell’interzona, né hanno mai dovuto ficcare le loro manine nel buco del culo d’un’isterica Remington per cercare di cavare dal cervello una frase un minimo poetica e non banale.


Le librerie oggi non esistono quasi più. O perlomeno non sono più quelle d’una volta. Oggi sono uguali ai supermarket, per cui chiedere a una cassiera una qualsivoglia informazione è impresa disperata che nemmeno Brancaleone potrebbe mai portare a termine. Portarsi a letto una sédicente informatrice culturale, una delle tante che battono in libreria, è invece cosa da niente: basta lanciar loro l’amo giusto, spacciarsi per uno scrittore di culto o un critico letterario.
Una volta fuori all’aria aperta credo di poter respirare finalmente, ma subito mi arriva un destro alla bocca dello stomaco. Non sputo l’anima solo perché nell’anima immortale non nutro fede alcuna. Questo è però un altro discorso che magari affronterò o forse no. Dunque dicevo che incasso un pugno da paura. Alzo piano lo sguardo e mi trovo a guardare in faccia il Divoratore, una sorta di uomo nero che però tanto nero non è e nemmeno tanto uomo. Nonostante il destro ricevuto riesco a strappare la maschera del mio aggressore e a veder così il suo volto. Non mi sorprende che il Divoratore sia in realtà una ragazzina ricciolina, all’apparenza innocua. Faccio appena in tempo a scansarmi. La sbarbina cerca di spiaccicarmi la testa con il suo Malleus Maleficarum, opera dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer che, poco ma sicuro, è un regalo dell’Inquisitore evangelista in odor di brigatismo rosso tutto culo e camicia con Cesare Battisti.
Non mi resta che una cosa da fare: fuggire a gambe levate, prima che la sbarbina abbia modo di sferrarmi un altro colpo con il suo librone, con un calcio o con un pugno. Rimane sempre una ragazzina seppur in possesso del Malleus Maleficarum, e io per principio non tocco le donne nemmeno con un fiore, siano esse streghe sbarbine o peggio.
Fuggo tanto più che non è colpa della sbarbina! La sua mano è stata purtroppo armata dall’Inquisitore evangelista. Fosse stato un uomo tutto d’un pezzo sarebbe venuto lui ad attentare alla mia vita; tuttavia non si può pretendere che un Inquisitore sia onesto, per il Diavolo! Un Inquisitore è un figlio di Satana il quale solamente finge di combattere il Male.
Amen, cioè così sia!