lunedì 29 novembre 2010

Nelson Mandela e l’apartheid in un fumetto di Erika De Pieri per Barbera editore

di Iannozzi Giuseppe

Nelson Mandela e l’apartheid. O meglio Mandela è la storia dell’apartheid, perché se Miriam Makeba è Mama Afrika (Miriam Makeba), allora Madiba è il padre del Sudafrica.
La storia che Erika De Pieri ci racconta attraverso le immagini è quella di un uomo, di un uomo che ascoltando Mama Afrika ha creduto e combattuto contro l’apartheid in nome della libertà. La vita di Nelson Mandela, qui romanzata e per ovvie esigenze artistiche limitata agli accadimenti salienti, è portata al lettore soprattutto attraverso le immagini: per persone e cose tratti abbozzati, acquerelli grigio fumo. Erika De Pieri è nel cuore del Sudafrica dove la libertà è un sogno, dove il potere bianco conculca senza pietà alcuna i diritti degli uomini. Nel 1951  vengono emanate due leggi che schiacciano il popolo: Separate Representation of Voters Act (liste elettorali separate), Bantu Authorities Act (il potere ai soli capi tribù, affinché le etnie perpetuassero la fallace idea di non unirsi in un fronte comune).

venerdì 19 novembre 2010

Stefano Loparco incontra l’icona sexy Edwige Fenech

di Iannozzi Giuseppe


il sito ufficiale di Stefano Loparco: http://stefano-loparco.sitonline.it/

Edwige Fenech è stata per tutti gli anni Settanta – e per buona parte degli anni Ottanta – una icona sexy del cinema popolare, della commedia sexy all’italiana. Sino a qualche anno or sono si sarebbe parlato dei lavori della Fenech definendoli, in maniera semplicistica e approssimativa, dei b-movies; oggi c’è invece una riscoperta e in alcuni casi anche una rivalutazione di parecchie pellicole disimpegnate. Film quali “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” di Mariano Laurenti e “Giovannona Coscialunga disonorata con onore” di Sergio Martino sono entrati a far parte dell’immaginario nonché della cultura popolare. Non di rado anche la cultura cosiddetta alta chiama in causa la commedia sexy, il più delle volte però per fare del mero citazionismo e null’altro. Stefano Loparco con il suo corposo saggio “Il corpo dei Settanta. Il corpo, l’immagine, la maschera di Edwige Fenech” (edizioni IL FOGLIO) per la prima volta in Italia, racconta la carriera cinematografica dell’attrice che ha fatto sognare più di una generazione.

Lo spazio sfinito di Tommaso Pincio

di Iannozzi Giuseppe

[ Torna in libreria Lo spazio sfinito, uno dei primi romanzi di Tommaso Pincio. La prima edizione è del 2000, per Fanucci editore nella collana AvantPop, 180 pagine.
La presente recensione critica si basa sull’edizione edita da Fanucci.
g.i. ]

Tommaso Pincio vive a Roma. Il suo primo romanzo, M., è stato pubblicato per i tipi  Cronopio. Successivamente: Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2000), La ragazza che non era lei (Einaudi, 2005), Gli alieni. Dove si racconta come e perché sono giunti tra noi (Fazi, 2006).
Uno scrittore americano si prepara a passare nove settimane nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise. Un’attrice famosissima fa la commessa in una libreria. Un drammaturgo si è comprato la casa sulla cascata…
Negli anni Cinquanta immaginati dallo scrittore italiano Tommaso Pincio il senso del meraviglioso si è impossessato della vita quotidiana. Personaggi come Jack Kerouac, Marylin Monroe, Arthur Miller e Neal Cassady vivono in un mondo terribilmente bello, ed è la malinconia a renderlo tale e al tempo stesso incredibilmente vuoto. E’ un mondo che può esistere solo nella fantasia; eppure ha la consistenza della scheggia di Storia, del frammento di verità, perché racconta un sogno che tutti hanno fatto, e da cui tutti, purtroppo, si sono risvegliati.

Guerra e Pace: come si leggono i libri

di Iannozzi Giuseppe 

Come si leggono i libri?

Oggi, possibilmente a scrocco o in biblioteca: al limite in edizione economica.
Non vale proprio la pena d’investire dei danari per le ultime uscite editoriali: perlopiù tutte le novità vengono dette (reclamizzate) nella veste di capolavori. Qualche ingenuo lettore occasionale purtroppo cade nella trappola del “mercato delle patacche”, quello del capolavorismo, una malattia questa che ha attecchito nell’animo di tanti rinomati critici ma anche in quello di sedicènti esperti letterari. Non c’è libro in Italia che non esca e che da subito non venga detto “un miracolo di scrittura, un capolavoro assoluto”: una simile pubblicità ingannevole è portata avanti soprattutto dai grandi editori, che non lesinano affatto in fascette promozionali e in spavaldi proclami a lettere cubitali in quarta di copertina.

domenica 14 novembre 2010

Happy. L’incredibile avventura di Keith Richards. Massimo Del Papa racconta la leggenda vivente degli Stones – Meridiano Zero

di Iannozzi Giuseppe

Ritratto appassionato del chitarrista dei Rolling Stones, Keith Richards. Massimo Del Papa ci racconta la vita di questo sbandato destinato con gli anni a diventare una vera e propria leggenda vivente, sicuramente un immortale nella storia del rock.
Keith Richards il suo posto nella storia se l’è preso, con la forza oltreché con il suo talento belluino di chitarrista essenziale/geniale. Da sempre ammiratore indefesso di Muddy Waters e dei grandi bluesmen neri, nell’arco della sua quasi cinquantennale carriera, tra droghe e cazzotti, il pirata del rock ha saputo dare un senso alla sua vita. Accusato insieme alla sua band, i Rolling Stones, di essere di destra, il pirata insieme alla “puttana” Mick Jagger, se ne è sempre altamente fregato della politica. Accusa del tutto infondata quella di guardare ai Rolling Stones come a un gruppo politicizzato. E’ vero invece che sono al di là della politica, nonostante  Mick Jagger ami fare un po’ il dandy di tanto in tanto. Gli Stones non sono di destra; non sono di sinistra e non sono nemmeno anarchici. Sono i Rolling Stones e questo è quanto. Se negli anni Sessanta sono stati subito indicati ribelli e destrorsi, con il tempo ci si è resi conto che gli Stones sono dei ribelli punto e basta. E Keith Richards un pirata, l’ultimo dei grandi pirati, uno dei pochissimi uomini al mondo ad assurgere allo status di leggenda prima che il suo corpo sia cenere.

Visconte di Lascano Tegui e il Sogno senza fine. Il crimine, il sesso, il desiderio d’un dandy nel mezzo della Senna

di Iannozzi Giuseppe

“Di stupore in stupore si resta soggiogati. Meravigliati. Un libro cinico e brutale. Disincantato e visionario. Le mosche, la sifilide, i gesuiti, i gobbi, consentono al Visconte digressioni tanto stravaganti quanto spassose”. (Le Canard Enchainé)
“Ha il dono letterario di sorprendere il lettore, passando impercettibilmente da un‘osservazione apparentemente banale a una imprevedibile.” (Le Monde)

Si faceva chiamare Visconte di Lascano Tegui, ma Visconte non lo era. Fu soprattutto un dandy, anche se non al pari di Oscar Wilde o del più nostrano Gabriele D’Annunzio; ciò nonostante riuscì ad avere una certa notorietà per la sua epoca, soprattutto grazie a un romanzo, “Sogno senza fine”, che sarebbe più giusto indicare come metaromanzo. Il libro gli attirò subito alcune simpatie, in particolare fra i circoli letterari: “Sono estremamente imbarazzato a parlare di questo libro, che [....] è sicuramente una delle cose più originali, più singolari che abbia mai letto. In cosa consiste la sua originalità? Io sento che in queste pagine c’è qualcosa di inafferrabile, che sfugge a qualsiasi definizione, a qualsiasi spiegazione”. Francis de Miomandre, nel 1930 con queste parole presentava la sua traduzione dell’edizione francese di “Sogno senza fine”. Miomandre fu un celebre ispanista: si fece in quattro per difendere Louis-Ferdinand Céline quando venne accusato di turpiloquio, e non si risparmiò quando promosse all’attenzione della critica e del pubblico autori monumentali quali Claudel, Valéry, Proust e Gide.

Melissa P, la Remington di Burroughs, il Divoratore e l’Inquisitore evangelista

di Iannozzi Giuseppe

In libreria. Che ci faccio, in verità non so dirlo, non con precisione. Perdo un po’ di tempo, forse è questa l’unica e sola verità.
Passo tra i bancali stipati di libri con passo felpato, manco mi trovassi in un cimitero stracolmo di lapidi epitaffi croci. Gettare l’occhio sui libri ammonticchiati è una tortura da girone dantesco. Copertine roboanti per contenuti invalidi.
A ogni angolo c’è l’ennesimo libro dedicato ai vampiri. Accanto ai vampiri c’è la narrativa al femminile tra pompini, monologhi con la vagina e sesso a tre. Robetta spacciata per nuova. Tranelli. Il sesso a tre è roba vecchia, abusata, buona per gli ex sessantottini, niente che meriti oggi l’attenzione del pubblico. Peraltro io converso sempre con il mio pipino, perché lo faceva anche Alberto Moravia, ma non sono così fuori di melone da pensare di scrivere un libro sul mio rapporto con “Lui”. In ogni caso adesso le sbarbine ci parlano con la loro patatina e pretendono di far letteratura al pari di Moravia e Burroughs, e ciò che è peggio è che con tutta probabilità non si sono mai fatte un Naked Lunch come dio comanda in un bar dell’interzona, né hanno mai dovuto ficcare le loro manine nel buco del culo d’un’isterica Remington per cercare di cavare dal cervello una frase un minimo poetica e non banale.

venerdì 12 novembre 2010

Giancarlo De Cataldo inventa di sana pianta il suo Risorgimento per un revisionismo storico mafiosetto

di Iannozzi Giuseppe

Giancarlo De Cataldo con “I traditori” (Einaudi) tenta la strada del romanzo storico, o d’avventura.
Giancarlo De Cataldo pecca di presunzione: ricostruisce la Storia in maniera assurda. E’ il suo un revisionismo storico più che mai arbitrario e disgraziato. La tentazione sarebbe di dire che De Cataldo violenta la Storia d’Italia in maniera mafiosetta tenendo il piede in due staffe. Non un romanzo sul Risorgimento, ma un pastrocchio sfuggito alla penna di un parvenu che dojavascript:void(0)po il mediocre “Romanzo criminale” ha saputo produrre schifezze raffazzonate con il solo scopo di ingombrare il mercato editoriale.

Mussolini Bompiani e Dell’Utri. I diari del Duce pubblicati da Bompiani. Dell’Utri è il solo a crederli originali!

di Iannozzi Giuseppe

Il tentativo di riabilitare Mussolini, l’uomo e il politico, con tutti i metodi possibili, non è cosa di oggi. Nel corso dei decenni non si contano i tentativi falliti di dare un volto, seppur minimamente umano, al Duce italiano.
La riabilitazione del mostro italiano è diventata una macchina del marketing che ingrassa le pulegge del sistema editoriale e non. Purtroppo oggi nessuno si fa meraviglia che negli autogrill – e non solo – vengano venduti busti del Duce e altra paccottiglia del genere, paccottiglia che vende forte, sintomo questo che l’Italia ha ancora in sé devastanti radici littorie.
“Veri o presunti”: fra parentesi dopo il titolo questa sorta di avvertenza per i diari di Mussolini pubblicati da Bompiani. Il primo diario risalirebbe al 1939. Il primo volume riporta anche la riproduzione anastatica dell’intera agenda, affinché gli studiosi possano esprimersi sulla autenticità o meno del diario pubblicato. L’editore non assicura dunque l’autenticità del materiale pubblicato.
I diari di Mussolini, quelli che Marcello Dell’Utri indica essere autentici, sono stati detti da più parti un falso ideologico. Ciò non ostante Bompiani, quindi Elisabetta Sgarbi, a differenza di altri editori, ha deciso per la pubblicazione pur mettendo le mani avanti sulla loro autenticità.
Che siamo di fronte a una mera operazione di marketing è fuor di dubbio. Di contraffazioni la Storia dell’uomo ne è piena, sin dalla notte dei tempi. Ad esempio, ne “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco (Bompiani), il protagonista è in realtà un falsario, uno che confeziona su misura documenti storici altrimenti inesistenti e che poi vende a destra e a manca per screditare il popolo Ebreo.

giovedì 11 novembre 2010

d’Amore 2 di RomanticaVany & King Lear (iannozzi giuseppe) su Lulu.com

d'Amore 2 di RomanticaVany & King Lear

d’amore 2

di RomanticaVany & King Lear

90 pp – collezione privata – 6 Euro


Nuova raccolta di poesie felici, d’amore e passione per la coppia RomanticaVany & Iannozzi Giuseppe aka King Lear. Come per la fortunata precedente raccolta “d’Amore”, anche questa silloge accoglie sfrenate fantasie e tenerezze non disgiunte da una passionalità discreta ma non per questo meno autentica e vivida. Amore per sognare, amore per vivere. Una carrellata di poesie che dipingono il più grande e forte dei sentimenti al mondo. Tanti i personaggi in “d’Amore 2″: creature fatate e celestiali, angeli sognanti e adamitici, dongiovanni orsini, principesse sospiranti al chiar di Luna, diavoletti dal cuor di burro… ce n’è per tutti i gusti, per ogni cuore romantico che non ha dimenticato il suo proprio spirito bambino.

mercoledì 10 novembre 2010

Qualunque cosa succeda … una scelta esiste sempre. Umberto Ambrosoli

di Iannozzi Giuseppe


“Qualunque cosa succeda”, scritto dall’amorevole mano di Umberto Ambrosoli, figlio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, assassinato a Milano da un killer la notte tra l’11 e il 12 luglio 1979 mentre faceva ritorno a casa dopo una serata fra amici, è un libro che in un’ottica di compromissione personale riprende quel discorso di eroicità borghese romanzata da Stajano, di un uomo che operando per il “giusto” ha pagato con la propria vita.
Umberto Ambrosoli ripercorre la breve e intensa vita dell’avvocato, del commissario liquidatore che ebbe la sola colpa – se tale la si può mai considerare – d’aver agito nell’interesse della giustizia, dello Stato italiano, mettendo a nudo gli sporchi intrallazzi finanziari di Michele Sindona. Risalgono al lontano 1971 i sospetti intorno al banchiere siciliano Michele Sindona, anche se già da prima il suo nome era fin troppo ben conosciuto in certi ambienti, tanto che già nei primissimi anni Cinquanta godeva immeritata fama di genio della finanza. Ma è negli anni Settanta che Sindona diventa un pericolo per il sistema bancario italiano e non solo. La Banca d’Italia, attraverso il Banco di Roma, cominciò a investigare intorno ai due istituti, Banca Unione e Banca Privata Finanziaria. L’allora Governatore Carli, nonostante l’evidenza che si era di fronte a una frode colossale, accorda un prestito a Michele Sindona nel vano tentativo di non far fallire i due istituti di credito da esso fondati. Il Direttore Centrale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, fu incaricato di effettuare le transazioni necessarie: ecco così che le due Banche – che fanno capo a Sindona – si fondono per dar vita alla Banca Privata Italiana di cui Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Ben presto Fignon comprese d’essersi cacciato in un impiccio di proporzioni colossali, per cui decise per una immediata sospensione. La decisione a Roma non piacque affatto, tanto più che il banchiere siciliano gode purtroppo di altolocate conoscenze tra le fila della DC nonché del Vaticano. Sul finire del 1974 Fignon presentò la sua relazione circa l’effettivo stato di salute della Banca. Giorgio Ambrosoli fu dunque ordinato unico commissario liquidatore. Ambrosoli consapevolmente si gravò del compito di esaminare tutte le operazioni finanziarie legate a Michele Sindona o ad esso riconducibili. Furono anni di duro lavoro: l’avvocato arrivò a dormire poche ore a notte, due o tre, come racconta il figlio in “Qualunque cosa succeda”.

Ivo Mej – Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.

di Iannozzi Giuseppe

Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi. (Aldo Moro)

Il motto, l’idea, lo scopo della lotta armata, tutto per le Brigate Rosse è riassumibile nel loro motto, nel tragico slogan che ancora riecheggia nell’aria: “Colpiscine uno per educarne cento”. Le BR, di matrice marxista-leninista, fondate da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol nel 1970, non sono morte: brigatisti nuovi di zecca sono a piede libero, e molti di quelli di vecchia data indicati come ex brigatisti sono o latitanti o nascosti chissà dove, e quasi certamente imprendibili. Nel giugno del ’77 Indro Montanelli viene gambizzato da Franco Bonisoli, che è legato al giornalista da un vincolo di amicizia, come si appurerà in seguito alla cattura del brigatista. Sul finire del 1999, neanche poi troppo a sorpresa, le nuove Brigate Rosse fanno la loro apparizione: Massimo D’Antona nel 1999 viene freddato; non passano tre anni che Marco Biagi, nel 2002, fa la stessa fine. Nel 2003 le Brigate Rosse occupano ancora le colonne dei giornali: due esponenti delle Nuove Brigate Rosse – Nuclei Comunisti Combattenti (BR – NCC), Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce e degli agenti della Polizia Ferroviaria sono nel bel mezzo del fuoco delle pistole. Galesi e l’agente Emanuele Petri moriranno.
Nella storia italiana c’è una data che non sarà dimenticata, il 16 marzo 1978: quel giorno il nuovo governo, guidato da Giulio Andreotti, era al suo battesimo. In via Fani un commando delle BR assalì l’auto con a bordo Aldo Moro. Moro non arrivò mai alla Camera dei Deputati, né la sua scorta. Furono uccisi tutti: i brigatisti non risparmiarono pallottole. Il presidente della Democrazia Cristiana fu sequestrato. Dopo 55 giorni il cadavere di Moro fu ritrovato nel cofano di una Renault 4 a Roma, in via Caetani: l’auto era posteggiata nei pressi di Piazza del Gesù e di via delle Botteghe Oscure, ovvero vicino alla sede nazionale della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.
Dopo il 16 marzo l’informazione, il modo di fare informazione è cambiato: se non proprio radicalmente, ha però smesso di essere quello di Peppone e Don Camillo. Il perché ce lo dice Ivo Mej nel suo saggio “Moro Rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: l’autore analizza nel profondo la notizia e come essa è stata trattata da giornalisti e testate giornalistiche. Il rapimento di Aldo Moro intercetta le coscienze assopite degli italiani e le proietta in una centrifuga mediatica, dove le notizie arrivano veloci e sconnesse, animate dall’apprensione, senza che dietro ci sia uno spirito del tutto razionale. L’emotività diventa parte integrante della notizia. La notizia, suo malgrado, diventa anche sensazionalità. Ivo Mej fa un’accurata analisi del fenomeno “terrorismo”, delle notizie che vengono portate all’opinione pubblica e come essa reagisce.

C’è più di un valido motivo per leggere il saggio di Ivo Mej, “Moro rapito! Personaggi. Testimonianze. Fatti.”: ci aiuta a comprendere la notizia e come essa viene confezionata e poi distribuita, ci indica in maniera netta come è cambiato il modo di fare informazione dopo il rapimento di Moro. Cambiare la Storia non è mai possibile; è però possibile comprenderla meglio, senza distorsioni, ed è appunto quanto si prefigge l’autore in questo saggio su Moro e l’informazione.

Cristian Adriano Porcino: “Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa

Intervista a
Cristian Adriano Porcino
“Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa”

a cura di Ianozzi Giuseppe



0. Cristian, tu sei credente, sì o no? E se sì, a quale chiesa (o religione) senti di appartenere?


Caro Giuseppe il credere è davvero una questione complicata. Parafrasando Gianni Vattimo ho la sensazione di credere, forse la speranza remota di accettare l’idea di un qualcosa che ha dato inizio alla nostra esistenza. Sono figlio di un pensiero filosofico che si ritrova nello scetticismo di Hume; il quale proprio in mancanza di prove si astenne dal sentenziare categoricamente sull’autenticità o sulla falsità di un dio. Di certo non appartengo a nessuna religione; perché credo che ogni cammino spirituale che porti l’uomo verso un senso di felicità e di pace con se stessi sia da ammirare, qualunque esso sia. Poiché come diceva Gandhi se potessimo cancellare il mio e il tuo dalla politica e dalla religione vivremmo in sintonia con il mondo.

1. Il titolo del tuo breve saggio, “Pensieri sparsi su Dio, Ratzinger e la chiesa”: pensieri, che tipo di pensieri?

I pensieri a cui mi riferisco nel mio libro sono dei pensieri che analizzano in sezioni diverse “le tre” persone che compongono la chiesa Cattolica odierna; è come dire che un nuovo “triteismo” smuove le acque della chiesa per tralasciare molto spesso la prima Persona del momento dialettico con l’uomo, Dio. Pensieri che oggi come oggi subiscono ritorsioni da un laicismo di facciata e da persone che sanno, pur non ammettendolo, di appartenere ad una sorta di Repubblica Pontificia Italiana.

martedì 9 novembre 2010

"Racconti di Giganti e Nani" di Iannozzi Giuseppe - Lulu.com

Lulu.com

Racconti di Giganti e Nani
 
Iannozzi Giuseppe

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Gordon Houghton è l’Apprendista morto ma non sepolto

di Iannozzi Giuseppe

Provate a morire. Una volta, una sola non potrà farvi poi troppo male!
Sul letto di morte quale sarà il vostro ultimo pensiero? E: avrete tempo di formularlo un pensiero, o piuttosto tirerete le cuoia punto e basta?
I più non se ne accorgono proprio che la loro vita è bell’e finita: un momento prima tenevano in mano l’ennesimo drink, quello dopo non sono più. Un proiettile vagante e quella strana cosa che è la vita gli scivola via fra le dita. Non sono poi pochi quelli che passano le loro giornate in attesa della Grande Falciatrice, peritosi, incapaci persino di respirate tanta è la paura di buscarsi un raffreddore. E c’è però anche chi la morte la insegue quasi la ritenesse l’unica degna amante da allattare al seno, dalla culla alla tomba: Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix, per tutta la loro breve esistenza non hanno fatto altro che sedurre la Morte provocandola stuzzicandola interpretandola con voce chitarra e scimmie sulla schiena.
Gordon Houghton immagina una storia, quella di uno zombie, o meglio di un tizio che è andato incontro alla morte in giovane età per un incidente capitatogli fra capo e collo proprio mentre stava svolgendo il suo lavoro di investigatore privato se non proprio alle prime armi quasi.

Anatole France Il premio Nobel ribelle torna con “La rivolta degli angeli”

di Iannozzi Giuseppe

La rivolta degli angeli ha inizio nella Parigi di inizio Novecento perché le figlie degli uomini sono belle e gli angeli non sono immuni alla bellezza. Ma c’è anche un altro motivo, ben più importante: Dio è stato riconosciuto colpevole di crimini contro quella umanità che lui asserisce d’aver creato di punto in bianco dal niente.
Il Dio che Anatole France disegna ne “La rivolta degli angeli” è una divinità talmente fragile, sottomessa al peso del suo stesso nome, che assomiglia più a un azzeccagarbugli male in arnese che non a un creatore di infinite possibilità. E’ un demiurgo, un impostore che ha avuto ragione dei Cieli solo grazie all’inganno e alla menzogna. Arcade, angelo ribelle, decide di affrontare di petto la questione, giacché i mortali sembrano interessarsi di tutto fuorché del problema che è Dio. Arcade comprende che l’umanità è sottomessa a un Dio di parvenze e menzogne; e comprende pure che forse qualcuno ha sospettato la verità ma per la pace della propria anima – cioè per calcolata convenienza – fa finta di niente e continua così ad adorare un “falso” gridando i suoi alleluia in Chiesa, genuflettendosi al cospetto di ogni pretino e non mancando quasi mai di baciare la Croce. Anatole France è un distruttore di idoli, che nega la bontà di un Dio creato ad arte dagli uomini per nascondere le proprie malefatte e per sottomettere e schiavizzare interi popoli.
Contro il naturalismo, contro Émile Zola, il pensiero di Anatole, convinto classicista, par essere indirizzato verso quei filosofi che scavarono nel subconscio umano: il mondo è volontà e pessimismo, come Arthur Schopenhauer sottolineò in “O si pensa o si crede”: “Quando uno comincia a parlare di Dio, io non so di cosa parli, infatti le religioni, tutte, sono prodotti artificiali”. Ed ancor più, Anatole abbraccia l’idea axiologica nietzschiana che Dio è morto, che tutto è eterno ritorno, che non c’è volontà senza spirito dionisiaco. In “Ecce Homo” il celebre filosofo sottolineò che “l’ateismo non è un risultato, e tanto meno un avvenimento – come tale non lo conosco: io lo intendo per istinto. Sono troppo curioso, troppo problematico, troppo tracotante, perché possa piacermi una risposta grossolana. Dio è una risposta grossolana, un’indelicatezza verso noi pensatori. In fondo è solo un grossolano divieto che ci viene fatto: non dovete pensare!”. E Anatole France, attraverso la rivolta degli angeli, invita quel poco che resta dell’umanità a pensare. A ribellarsi. E’ sempre F.W. Nietzsche a mettere a nudo la scomoda verità, che è poi al centro del capolavoro di Anatole France: “C’è un solo mondo, ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso… Un mondo così fatto è il vero mondo… Noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa verità, cioè per vivere… La metafisica, la morale, la religione, la scienza… vengono prese in considerazione solo come diverse forme di menzogna: col loro sussidio si crede nella vita”.

lunedì 8 novembre 2010

Vitobenicio Zingales in “Da mezzanotte a zero” ci racconta dei drughi che infestano Palermo

di Iannozzi Giuseppe

Quando nel 1962 Anthony Burgess arrivò in libreria con il suo distopico “Arancia Meccanica” la società era già abituata a farsi massacrare corpo e mente dai drughi. L’America subiva il maccartismo, ma faceva finta che tutto andasse a gonfie vele. L’Europa finiva invece schiacciata dal tallone dei democristiani, ma era troppo imbelle per opporsi: fiorirono così, soprattutto in Italia, mafia, camorra, ‘ndrangheta, e negli anni Settanta i brigatisti non risparmiarono nessuno; l’idea della lotta armata insanguinò il paese in lungo e in largo, i brigatisti gambizzavano e ammazzavano chiunque fosse a loro insindacabile giudizio una pedina scomoda sullo scacchiere della politica. E il peggio fu che non pochi mitizzarono questi drughi. La lezione di George Orwell con l’apologo “La fattoria degli animali” e con la distopia di “1984” fu dimenticato. Le chiese italiane ancora invitavano i comunisti a tenersi lontani dall’altare di Cristo; i preti predicavano contro Satana, che nella cecità dell’opinione comune era incarnato nel solo Stalin. Ci si dimenticò che l’Italia era infestata non solo dai fascisti rossi, cioè dai futuri brigatisti; ci si dimenticò delle camicie nere, dei repubblichini, nell’illusione che fosse bastato levar di mezzo Benito Mussolini e Hitler per scongiurare il ritorno del nazifascismo in Europa. Nel 1962 Burgess ricordò ai pochi cervelli pensanti rimasti in circolazione che la società era malata ab imis. Solo nel 1971, quando Stanley Kubrick trasse dall’opera di Burgess il film “A Clockwork Orange”, Burgess conobbe un successo straordinario accompagnato anche da ignominiose critiche. Tuttavia le critiche più pesanti furono rivolte al film di Kubrick: nominato a ben quattro premi Oscar oltreché in lizza per tantissimi altri premi, alla fine il film ne raccolse ben   pochi. Perché? Perché Kubrick aveva ritratto in maniera fin troppo spettacolare (perfetta) la società e la sua ipocrisia: questo Hollywood non lo poteva proprio tollerare e difatti punì pesantemente l’opera kubrickiana, che portò a casa un ben misero Hugo Awards e un Nastro d’Argento. La violenza estetizzante che il regista aveva denunciato nella pellicola fece tremare intellettuali e sociologi. Alex De Large, rappresentazione estrema e purtroppo veritiera della bestialità dell’uomo, si scontra con la violenza delle istituzioni sociali e governative. Alex De Large è un violento, ma la società che lo combatte è peggiore del male che finge di osteggiare.
Vitobenicio Zingales oggi con “Da mezzanotte a zero” ci ricorda che lo scontro fra destre e sinistre non si è arrestato in un sottopasso nella zona di Wandsworth, né con il massacro del Circeo, né con l’11 settembre 2001, né con l’esecuzione di Saddam Hussein.

Bright Star. La vita autentica di John Keats raccontata da Elido Fazi

di Iannozzi Giuseppe

Chi non conosce John Keats, Colui il cui nome fu scritto sull’acqua, sa poco o niente della Poesia. Keats, uno dei principali esponenti del Romanticismo, scriveva in una lettera a John Taylor (27 febbraio 1818): «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente». E in un’altra missiva indirizzata invece a John Hamilton Reynolds (3 febbraio 1818): «Non sopportiamo la poesia che ha un disegno chiaro per noi [...] La poesia dovrebbe essere grande ma discreta; qualcosa che ti penetra dentro senza farti trasalire, senza colpirti in sé stessa, ma col suo messaggio. Come sono belli i fiori nascosti! Come se ne sciuperebbe la bellezza se si spingessero dalla strada gridando: “Ammiratemi: sono una violetta! Adoratemi: sono una primula!”». E poco prima di morire, rivolgendosi a un altro grande poeta esponente anch’egli del Romanticismo inglese, ovvero a Percy Shelley, in una lettera datata 16 agosto 1820: «La mia immaginazione è un monastero e io sono un monaco».

Francesca Mazzucato. Romanza di Zurigo mosaico eretico e visionario

di Iannozzi Giuseppe

1. “Romanza di Zurigo. mosaico eretico e visionario”: non è un diario di viaggio, è invece un insieme di mosaici, di inserti in prosa poetica dove tu, Francesca, dipingi Zurigo e le emozioni che essa ti suscita. Per quale esigenza tua, letteraria, è nata la “Romanza di Zurigo”? Un po’ della sua genesi la racconti nel libro, vorrei però che aggiungessi dei particolari inediti.

La Romanza è nata durante una serie di viaggi a Zurigo che ho compiuto – e che progetto di continuare riprendendo in mano presto un progetto a cui stavo lavorando – perché mi accorgevo che tante cose debordavano dalla mia rigida scaletta.
Mi accorgevo di tante cose importanti che uscivano dalla mia storia, dalle ricerche di tipo essenzialmente economico che stavo svolgendo. C’erano elementi quasi fisici della città, mi travolgevano e non riuscivo a rimanerne indenne. Diventavano brandelli, spezzoni, lembi, cose che avevano dentro un’urgenza profonda e che dovevo far combaciare.
Narrazioni di pelle, strane in un luogo che nell’immaginario non è certo caldo, affettuoso, morbido. Eppure. Così ho cominciato a sedermi negli Starbucks e a scrivere e scrivere e scrivere, oppure a stare in albergo, spiare e fotografare dalla finestra la vita e le abitudini e scrivere e scrivere e scrivere sempre (qualche distrazione, a tratti, nel libro ci sono).

Da tempo, poi, avevo questo sogni di una collana di “storie di viaggio indefinibili ed eretiche”, di carnet immaginari e anche inventati, filtrati dall’occhio dello scrittore. In uno degli intervalli del mio frenetico andirivieni con la città elvetica ne ho parlato con Francesco Giubilei, giovane ed entusiasta editore di Historica e il progetto della collana che la Romanza apre e inaugura ha preso forma.

Paolo Cherubini per un amore oltre il tempo e lo spazio. Historie d’amour



Per parlare di Historie d’amour di Paolo Cherubini è doveroso far riferimento a due autori francesi contemporanei: Marc Levy e Guillaume Musso, che nei loro romanzi inseriscono parecchi eventi più o meno sovrannaturali, appartenenti al mondo onirico e ad una linea spazio-temporale parallela. Per Paolo Cherubini questa volta c’è un romanzo che è una storia d’amore tout court, come preannuncia il titolo – non c’è via di fuga, l’amore è la prima e l’ultima necessità dell’uomo e chi non l’ha conosciuto, per codardia o paura, muore da solo e insoddisfatto.

Felice Muolo. Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta

di Iannozzi Giuseppe

Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta
Felice Muolo – Fermenti editrice

Una favola incentrata sugli accadimenti sociali dell’attuale momento storico, questo il nuovo lavoro di Felice Muolo, “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta” per i tipi Fermenti editrice. Una storia semplice ma complessa per i sentimenti coinvolti e che sono segreto, scrigno e paure di una bambina indiana adottata da una coppia di italiani senza figli.
La storia è quella di Pragasi, una bimbetta indiana che dalla povertà estrema dell’India dov’era prigioniera in un orfanotrofio, d’improvviso quasi, in un bel giorno di sole, si trova di fronte a due persone bianche che hanno deciso di essere i suoi genitori. Pragasi viene adottata in tenera età, quando ha poco più di 6 anni. Arrivata all’aeroporto, seppur spaesata, subito percepisce che l’aria è diversa e non lo è: “Ero partita dall’India per venire in Italia ma ignoravo come fosse l’Italia. Non sapevo neanche come fosse l’India”. La bambina fa la conoscenza dei suoi nuovi genitori e subito la prima delusione irrompe nel suo cuore di bimba: “Ciò che mi deluse non furono i miei genitori ma il regalo con cui mi accolsero: due orsacchiotti di peluche!”. La piccola bimba, nella sua innocenza, sognava una Barbie, una bambola che sostituisse quella di cartapesta che lei tiene stretta stretta nella sua manina. Un piccolo dolore che lei supererà piuttosto in fretta, ma non prima d’aver affrontato le sue paure di bambina indiana in una terra straniera con dei genitori adottivi – che appena la vedono la amano d’un amore viscerale. Incondizionato.

Giancarlo De Cataldo. Nelle mani giuste è schifezza allo stato puro e non un giallo fantapolitico

di Iannozzi Giuseppe

Copertina roboante, che ci fa credere d’essere in un mare di fiamme, che ci richiama alla mente uno di quei grandi kolossal americani ricchi di esplosioni mozzafiato e null’altro: così si presenta il romanzo di Giancarlo De Cataldo, famoso soprattutto per un libro piuttosto egregio, “Romanzo criminale”. De Cataldo con “Nelle mani giuste” dà alle stampe quello che dovrebbe essere l’ideale seguito del suo lavoro più riuscito, a livello commerciale: recita la bandella gialla allegata a “Nelle mani giuste”, a caratteri cubitali e neri, “Una storia che comincia dove Romanzo criminale finisce”. Non dice il falso: De Cataldo voleva portare avanti quella storia iniziata nelle 600 pagine del suo romanzo più venduto, sperando forse di ritrovare lo stesso pubblico plaudente di sei anni or sono. Non è andata proprio così: “Nelle mani giuste” è un romanzo che conta la metà delle pagine di “Romanzo criminale”, trecentoquaranta pagine circa, fitte di personaggi e di puntini di sospensione. Il linguaggio di Giancarlo De Cataldo è ridotto all’essenziale, quasi più che minimalista: unica nota degna di rilievo, lo slang dei mafiosi, per cui l’autore ha studiato il loro modo di parlare avvalendosi di alcune registrazioni telefoniche d’archivio. Ma non basta questo piccolo sforzo per fare di “Nelle mani giuste” una spy story godibile: i personaggi sono piatti, amorfi, l’autore dà per scontato che chi leggerà il romanzo abbia letto per forza di cose “Romanzo criminale”.

Vasco Rossi, fumettista ha fatto il sogno sbagliato

di Iannozzi Giuseppe

Gli italiani non leggono.
In pochi si degnano di leggere anche solo un libro all’anno.
Quasi il 40 % degli italiani non legge un solo libro in dodici mesi. La più parte degli italiani vive e muore nell’ignoranza più totale – e assurda.
I pochi che leggono, che cosa leggono?
Purtroppo non è difficile rispondere: le istruzioni per usare in maniera corretta la carta igienica. Punto e a capo.
Siamo un popolo di ignoranti e di scrittori ancor più ignoranti. Il massimo che un giovinastro italiano riesce a digerire è un manga giapponese, tipo Evangelion o Dante’s Inferno, per cui non stupisce che a crescere sia solo il numero dei fascisti in erba e dei pazzi – che osano dirsi anarchici e vittime della società.

L’anno luce di Genna. Complotti e adulteri per un amore sbagliato

di Iannozzi Giuseppe

L’anno luce, questa l'ultima fatica di Giuseppe Genna. Un libro, psichedelico, come è nel suo stile. Ma questa volta si ha netta l’impressione che il Genna sia un po’ tanto stanco, di idee soprattutto: L’anno luce delude le aspettative del lettore. In sintesi, Giuseppe Genna sa dare il meglio di sé stesso quando entra nel genere, quando scrive thriller: il suo tentativo di andare oltre il “genere” l’ha portato a consumarsi come una candela romana. Non siamo di fronte né a un romanzo dai toni omerici né a uno che si possa definire neoborghese: piuttosto siamo davanti a un tentativo (a vuoto) di evadere dal romanzo di genere, che, nel bene e nel male, ha fatto la fortuna dell’autore con titoli come "Nel nome di Ishmael", "Non toccare la pelle del drago", "Grande madre rossa”.

La mania per l’alfabeto un inutile esordio per Marco Candida

di Iannozzi Giuseppe

Marco Candida, al suo esordio in libreria, è uno zibaldone, scritto da un simpatico ragazzo volendo: ma niente che si possa avvicinare anche solo lontanamente a una categorizzazione letteraria. Molti pensieri, alcuni pregevoli, scritti in una prosa elegante, a tratti minimalista – come purtroppo è segno dei tempi - ma slegata nell’essenza, tutto ciò nel vano tentativo di dare l’illusione d’una continuità narrativa.
Quando scrivo “niente che si possa avvicinare anche solo lontanamente a una categorizzazione letteraria”, mi par apodittico che sottolineo il fatto che il libro di Candida non è letteratura; “La mania per l’alfabeto” non è neanche narrativa, piuttosto è un diario, investito di pretese intellettuali, in chiave solipsista. Un diario-zibaldone che non poche volte evidenzia come lo scrittore – scrittore nella sua accezione più pura, quindi uno scrivàno che penna alla mano scrive parole e pensieri – abbia messo nero su bianco pensieri che risentono di forti forzature, quasi non sapesse dove andare a parare. Un filo d’Arianna strappato, sfilacciato, in più punti, quello che è in la “La mania per l’alfabeto”. O meglio ancora, tanti post-it malati di auto-referenzialità su più pagine che tracimano parole e pensieri e che non riescono mai a sposarsi assieme, nemmeno per un istante o una pagina che sia. Marco Candida ha i limiti di un ragazzo, la cui cultura è solamente per sentito dire, non data dall’esperienza diretta. Non è di certo l’Umberto Eco de “La misteriosa fiamma della regina Loana”, né è un novello Carver – di cui purtroppo l’editoria è stracolma fino all’ottusità.

a breve Iannozzi Giuseppe

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