lunedì 27 dicembre 2010

Derek Raymond disperato re del noir d’autore. Incubo di strada tra violenza e indifferenza – Meridiano Zero

di Iannozzi Giuseppe

In “Incubo di strada”, vero e proprio testamento letterario di Derek Raymond, Kleber vive insieme al suo unico amore, Elenya, una ex prostituta che ha strappato al suo protettore. I due si amano d’un amore tanto forte da far male. Derek è uno spirito inquieto, la sua vita non è stata mai facile. Ogni notte è vivere un incubo, un tuffo dentro le mal de vivre: le strade che ha camminato gli hanno insegnato che l’uomo è votato all’indifferenza, che in esso non c’è traccia alcuna di bontà né di spontaneità, e non da ultimo che Caino è un dilettante rispetto agli assassini ai papponi agli spacciatori che brulicano sù i boulevard.
Kleber, che ha da poco superato la quarantina, adora la sua giovane moglie, la ama più di sé stesso e ogni giorno che insieme a lei trascorre si rende conto che la vita non ce lo avrebbe un senso senza di lei. Elenya ha avuto una vita difficile, a quattordici anni il padre ha abusato di lei, è stata poi costretta a battere in strada fino a quando non ha incontrato Kleber che si è innamorato della sua anima prima che della sua bionda bellezza. La giovane si è così aperta all’uomo confidandogli i suoi trascorsi senza nulla tacere e il poliziotto ha fatto altrettanto.

La Realtà in Trasparenza è che Tolkien non appartiene né alla destra né alla sinistra. Le lettere di J.R.R. Tolkien

di Iannozzi Giuseppe

La realtà in trasparenza è una selezione di lettere dal 1914 al 1973 di J.R.R. Tolkien a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien. Il volume si contraddistingue per l’ampia scelta di lettere, molte volte personali, altre strettamente legate al lavoro di Tolkien in qualità di creatore di mondi fantastici. La realtà in trasparenza si lascia leggere come il migliore dei romanzi: anche nelle missive il professore oxfordiano Tolkien non lesina sullo stile e sulla chiarezza, e questa raccolta di lettere ne è la prova. Ben presto, leggendo il volume, ci si rende conto che è come se si stesse ascoltando la viva voce di Tolkien che racconta la propria vita investendola di una forte carica umana ma anche di una forte componente fantastica: John Ronald Reuel spiega con estrema delicatezza il suo rapporto con il mondo reale, con quello fantastico e lo fa senza assumere pose dottorali bensì con tutta umiltà, la stessa che caratterizza i suoi scritti sulla Terra di Mezzo.

Contro il mondo, contro la vita la biografia del genio di Providence H.P. Lovecraft in un saggio Michel Houellebecq

di Iannozzi Giuseppe

Solo dopo la morte, Howard Phillips Lovecraft è stato riconosciuto dalla critica come scrittore, scrittore dotato di notevole intelligenza e di una smisurata fantasia paranoica, ma assolutamente privo di stile; e in molti si sono pronunciati sulla sua opera con parole tutt’altro che benevole, accusandolo di aver ignorato le più elementari regole sintattiche, grammaticali e stilistiche nel creare i suoi racconti.
Oggi, la critica non è poi molto più ben disposta nei confronti di HPL rispetto a quando proponeva agli editori i suoi scritti su invito dei pochi estimatori del suo tempo, difatti si esprime in termini pressoché uguali a quando ancora era in vita, nonostante il pubblico dei suoi ammiratori sia sconfinato. H.P. Lovecraft, un gentleman vittoriano, oggi è più oggetto di discussione biografica e agiografica, mentre, poco o nulla, è valutato a livello letterario; non a caso tutti sembrano esser interessati a conoscere le tappe della sua vita, però pochi conoscono appieno le sue mirabili opere anticipatrici dell’orrore cosmico.
H.P. Lovecraft è stato un genio: ha scritto centinaia di racconti, e nei confronti di molti giovani scrittori si è dimostrato un maestro, apportando sui loro scritti correzioni e revisioni senza nulla pretendere in cambio; ha dato nuovo smalto all’horror ed è morto in solitudine.

Cormac McCarthy e il suo figlio di Dio fotografano l’attualità nera della società

di Iannozzi Giuseppe

Cormac McCarthy, nato nel Rhode Island nel 1933, è cresciuto in Tennessee, dove ha frequentato l’Università, abbandonandola per ben due volte. Entrato nel ‘53 nell’Air Force, vi è rimasto per quattro anni. Attualmente vive a El Paso, in Texas, lontano dal clamore. McCarthy non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani: un uomo che non ha bisogno di amicizie mondane per essere scrittore. Tra le sue opere, tutte di grande sapienza artistica e letteraria, è giusto ricordare almeno, Il guardiano del frutteto, Il buio fuori, Meridiano di sangue, Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura. Cavalli selvaggi, ha conquistato il National Book Award.
Il serial killer americano è intelligente, quasi sempre un colletto bianco, un uomo di cultura, addirittura di lettere, quasi mai un freak. Cormac McCarthy ha dato vita ad un serial killer anomalo, un freak: infatti, Figlio di Dio racconta la storia di Ballard, un freak la cui quotidianità placida e noiosa, all’improvviso, diventa un’orgia di sangue e d’amore. Il romanzo è la biografia di un uomo, che nella vita non ha alcuna ambizione, solo quella di vivere, e forse non ha neanche tanta voglia di vivere. Ballard affronta la vita così come affronterebbe un raffreddore: la vita, per Ballard, non è una malattia da combattere, piuttosto è una “cosa” che accade a chi è una cosa viva o meglio un figlio di Dio. Ma il figlio di Dio di McCarthy è uno che non prega e non crede in un piano divino; invece crede nel suo istinto, marchio a fuoco nella sua carne: “Aveva deciso di continuare il suo viaggio perché tornare indietro non poteva, e quel giorno il mondo era bello come lo era stato tutti i giorni fin dal principio, e lui viaggiava verso la morte… Forse percepivano un allentarsi dell’oscurità che il viaggiatore, invece, non poteva ancora cogliere, benché continuasse a guardare verso Oriente. Forse una nuova freschezza dell’aria. In ogni punto della terra addormentata i galli lanciavano i loro richiami e si rispondevano l’un l’altro. Oggi come nei tempi andati. Qui come in altri Paesi.” (da Figlio di Dio di Cormac McCarthy)

Candida non conosce l’alfafabeto. Esordio inutile

di Iannozzi Giuseppe

“La mania per l’alfabeto”
di Marco Candida, al suo esordio in libreria, è uno zibaldone, scritto da un simpatico ragazzo volendo: ma niente che si possa avvicinare anche solo lontanamente a una categorizzazione letteraria. Molti pensieri, alcuni pregevoli, scritti in una prosa elegante, a tratti minimalista – come purtroppo è segno dei tempi – ma slegata nell’essenza, tutto ciò nel vano tentativo di dare l’illusione d’una continuità narrativa.
Quando scrivo “niente che si possa avvicinare anche solo lontanamente a una categorizzazione letteraria”, mi par apodittico che sottolineo il fatto che il libro di Candida non è letteratura; “La mania per l’alfabeto” non è neanche narrativa, piuttosto è un diario, investito di pretese intellettuali, in chiave solipsista. Un diario-zibaldone che non poche volte evidenzia come lo scrittore – scrittore nella sua accezione più pura, quindi uno scrivàno che penna alla mano scrive parole e pensieri – abbia messo nero su bianco pensieri che risentono di forti forzature, quasi non sapesse dove andare a parare. Un filo d’Arianna strappato, sfilacciato, in più punti, quello che è in la “La mania per l’alfabeto”. O meglio ancora, tanti post-it malati di auto-referenzialità su più pagine che tracimano parole e pensieri e che non riescono mai a sposarsi assieme, nemmeno per un istante o una pagina che sia. Marco Candida ha i limiti di un ragazzo, la cui cultura è solamente per sentito dire, non data dall’esperienza diretta. Non è di certo l’Umberto Eco de “La misteriosa fiamma della regina Loana”, né è un novello Carver – di cui purtroppo l’editoria è stracolma fino all’ottusità. Né serve l’espediente fin troppo abusato d’una risoluzione onirica, o come vuole la moda critica, lisergica: realtà e fantasie vivono in mondi separati, sono a sé stanti, l’autore ha tentato una amalgama e il risultato è un diario-zibaldone. L’ennesimo libro inutile.