mercoledì 16 novembre 2011

Matteo Strukul e “La ballata di Mila”. Intervista all’Autore – di Iannozzi Giuseppe

Matteo Strukul

La ballata di Mila

Intervista all’Autore

di Iannozzi Giuseppe

1. Il Veneto che è nel tuo ultimo romanzo, “La ballata di Mila”, racconta le sanguinarie imprese dei Pugnali Parlanti affiliata alla triade cinese e di Rossano Pagnan, un losco individuo, un intrallazzatore che non disdegna affatto l’assassinio pur di acquistare sempre più potere. La regione Veneto che fotografi è una terra di nessuno, dove impera il malaffare. E’ questa una situazione reale, specchio della società che oggi nostro malgrado sopportiamo, o più semplicemente siamo di fronte a della mera finzione?

La scelta di un genere come il pulp anzi lo sugarpulp certamente porta ad amplificare, in alcuni passaggi, la realtà, ad esasperarla diciamo. D’altra parte il Veneto è – almeno in parte – un far west, una terra di nessuno. Basta leggere romanzi come “Arrivederci amore ciao” o “Alla fine di un giorno noioso” di Massimo Carlotto, tanto per citare alcuni esempi illustri. Certo, il romanzo non è la realtà, ma “La ballata di Mila” si apre con un esergo, un appello lanciato da un magistrato veneziano. Un paio di mesi fa a Padova è stata smantellata una cosca cinese con una cinquantina di esercizi commerciali affiliati, perciò alla fine credo ci sia molto di vero in quello che scrivo che del resto è il frutto di ricerche, letture, studio, colloqui. Poi, appunto, io provo a inventare delle storie, ma le pesco dal mondo reale, quello che conosco meglio: il Nord Est d’Italia.

2. Mila Zago aka Red Dread, dopo che suo padre è stato ucciso e lei violentata, ha accolto in seno una sola legge e una sola religione, occhio per occhio dente per dente. Per certi versi Mila non è poi troppo diversa da Beatrix Kiddo, personaggio creato da Quentin Tarantino per il suo Kill Bill. Per il personaggio di Red Dread, a chi ti sei ispirato?

No, non è troppo diversa da Beatrix Kiddo. Ma nemmeno dalla Bloodrayne dell’omonimo videogame, o dalla Nikita di Luc Besson, dalla Crimilde del Nibelungenlied, da Elektra, protagonista di una fortunata serie Marvel. Come vedi le fonti sono varie e molto, molto contemporanee, senza per questo rifiutare ispirazioni più letterarie e classiche, a patto che siano sanguinarie. Volevo un personaggio destabilizzante, violento, moderno, in grado di abbattere quel machismo italiano duro a morire, specie di questi tempi in cui il velinismo sta uccidendo qualsiasi velleità femminile d’affermazione. Siamo un Paese in pieno regresso culturale. E gli scrittori non fanno molto per cambiare le regole, almeno in narrativa. Anche se recentemente ho letto due romanzi “Il carnefice” di Francesca Bertuzzi e “Fuego” di Marilù Oliva che provano a ribaltare questa comprimarietà forzata dei personaggi femminili, due libri che in modo diverso mi sono piaciuti molto.

Sangue garofano e cannella, di Cinzia Pierangelini e Giovanni Buzi. Intervista all’Autrice di Iannozzi Giuseppe – Arduino Sacco editore

Sangue garofano e cannella

Cinzia Pierangelini e Giovanni Buzi

Intervista all’Autrice C. Pierangelini


di Iannozzi Giuseppe


Amalgamando sapientemente verità e invenzione, proprio come in un’ottima ricetta, gli autori del romanzo di fantasia Sangue, garofano e cannella tornano a puntare i riflettori su una delle vicende criminose che più hanno scosso l’Italia degli anni ’40: gli efferati delitti di Leonarda Cianciulli, detta La saponificatrice di Correggio. Accostando gli articoli, la biografia e le testimonianze reali, e di pubblico dominio, a personaggi e dialoghi di fantasia e a un ‘sentire’ immaginario dell’assassina, scritto in prima persona, questo libro intende continuare a scavare nel Male in cerca delle sue, spesso, incomprensibili origini.
In copertina un quadro di Giovanni Buzi, Angelo avvoltoio. 2005

1. “Sangue, garofano e cannella” è allo stesso tempo un giallo e un romanzo storico. Perché riesumare la storia, non mai perfettamente chiarita, della Saponificatrice Leonarda Cianciulli?

Un giallo e anche un noir, direi. La colpa è mia, sono io che ho provato un’istintiva attrazione per questa vicenda e forse proprio perché ambientata negli anni ’40, ma anche per l’atrocità dei delitti compiuti da questa ‘amorevole’ madre e per l’ultimo sacrificio che, secondo me, ha compiuto ancora in nome dell’amore.

2. Nel romanzo c’è anche il diario, scritto in prima persona, da Leonarda la Saponificatrice: chi è l’autore di questo diario, tu o Giovanni Buzi?

Qui ti volevo! Il mio rapporto con Giovanni è stato speciale, non ci siamo divisi i compiti e i personaggi, né abbiamo steso un canovaccio dell’opera. Credo che in comune avessimo una certa maniera di scrivere: senza piani, schede, progetti etc. molto istintiva. Questo ci ha permesso di andare avanti con il libro in un gioco stupendo: uno scriveva finché aveva voglia e l’altro proseguiva da lì… finché aveva voglia! La Cianciulli, comunque, ha scritto davvero un memoriale mentre era in manicomio e le parti di pubblico dominio sono state da noi utilizzate nel falso diario, così come abbiamo fatto con articoli, interviste etc.

3. I macabri omicidi attribuiti a Leonarda Cianciulli sarebbero tre: Faustina Setti, Virginia Soavi, Virginia Cacioppo. In “Sangue, garofano e cannella” un giornalista, un po’ così e così, tenta di portare alla luce dei nuovi particolari per un articolo giornalistico. Chi è il giornalista-investigatore che tenta di scrivere la biografia di Leonarda Cianciulli?

Be’, lui è forse l’unico personaggio di fantasia dell’intero libro, chissà forse rappresenta la nostra ricerca della verità, o magari il contrario: l’avvoltoio che dalle disgrazie altrui vuole cavare sangue, e fama notorietà. D’altronde siamo pieni di ‘nobili esempi’ di questo tipo, no? Forse tutti noi che scriviamo siamo un po’ quel triste giornalista…

Non leggere Stephen King di Iannozzi Giuseppe

Non leggere Stephen King


di Iannozzi Giuseppe

Molto più salutare rovistare senza guanti nei cassonetti dell’immondizia piuttosto che toccare con mano la merda prodotta da Stephen King. Un autore che non ha alcunché da dire, noiosamente ripetitivo dalla prima alla milionesima pagina.
Credo che Stephen sia morto molti moltissimi anni or sono, all’inizio degli anni Novanta. Non l’ho mai considerato Letteratura. La mia opinione su di lui è uguale a quella di Harold Bloom, forse anche peggiore. Non è la scrittura auspicabile. Se c’è un modo per disimparare a scrivere, a non godere dell’arte, basta sporcarsi le mani con i romanzetti seriali del sedicente re dell’orrore facile.

Plagiari, manuale di autodifesa. Anila Hanxhari citata da Il Corriere della Sera per aver portato, per la 2nda volta in tribunale, Tiziano Scarpa

Plagiari, manuale di autodifesa. Anila Hanxhari
citata da Il Corriere della Sera per aver portato,
per la 2nda volta in tribunale, Tiziano Scarpa

a cura di Iannozzi Giuseppe

Su Il Corriere della Sera un non poco interessante articolo, Plagiari, manuale di autodifesa a firma di Luca Mastrantonio.
L’articolo cita anche la poetessa Anila Hanxhari, che ha portato in tribunale, per la seconda volta Tiziano Scarpa con il “suo” Stabat Mater: l’accusa è di ‘elaborazione creativa non consentita’.
Le scuse, questo sì, sono spesso fantasiose. Sgarbi diede la colpa alla madre, rea di aver commesso un errore da «garzone di bottega». Melania Mazzucco, per i brani di Vita intrisi di Guerra e pace, parlò di reminescenze adolescenziali di Tolstoj. Qualcuno, invece, preferisce il silenzio. Come Tiziano Scarpa, che prima ancora di vincere un controverso premio Strega, è stato accusato di essersi ispirato troppo a Lavinia fuggita di Anna Banti per Stabat mater. Poi, è finito in tribunale perché l’autrice albanese Anila Hanxhari si è sentita da lui saccheggiata.” (dall’articolo su Il Corriere della Sera)
Maggiori dettagli sul caso Anila Hanxhari contro Tiziano Scarpa si possono trovare tutti ben documentati in questa serie di articoli (firmati dal sottoscritto, Iannozzi Giuseppe) di cui dabbasso forniscono i relativi link cliccabili, invitandoVi a leggere il tutto con molta molta attenzione.

1. Anila Hanxhari contro Tiziano Scarpa. Stabat Mater in tribunale con l’accusa di “elaborazione creativa non consentita”. E alcune riflessioni di Iannozzi Giuseppe

2. Tiziano Scarpa ha copiato da Anila Hanxhari per il suo Stabat mater? In esclusiva il confronto fra Maria delle caramelle di Hanxhari e Stabat mater di Scarpa

3. Tiziano Scarpa meritava il 63mo Premio Strega? Anila Hanxhari contro Stabat mater

4. Per il Premio Strega 2011 streghe e stregoni

Vittorio Sartarelli. Una vita difficile di Iannozzi Giuseppe

Vittorio Sartarelli. Una vita difficile


di Iannozzi Giuseppe



Il più delle volte la vita non è facile, e forse è più vero dire che non lo è quasi mai per nessuno. Ma per gli umili manzoniani, in una certa misura, il futuro è sempre più incerto che per tanti altri.
Quella di Vittorio Sartarelli è una storia in gran parte autobiografica, forse simile a tante altre, o forse no.
La vicenda di Marco e Sara, che è in Una vita difficile, par quasi ribadire le parole di Tancredi “bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla”. E però la storia di Sartarelli non è quella di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, non ci troviamo difatti immersi in una aristocrazia avviata verso il declino, bensì in una Sicilia rurale che si regge sulla Fede e la Provvidenza, dove il lavoro schianta la schiena e dove troppo spesso vivere significa sopravvivere. La Sicilia Occidentale degli anni Sessanta, che l’autore ci racconta, non è diversa da quella di oggi; le difficoltà che ieri, Marco e Sara, protagonisti principali del romanzo, sono stati loro malgrado costretti ad affrontare,  sono ancora quelle dell’attuale momento storico. Il tempo par si sia fermato in Sicilia: tutto cambia, però a ben guardare nulla cambia mai realmente. Il cambiamento è mera illusione che giorno dopo giorno, da politicanti e vili mestieranti, viene sventolata davanti agl’occhi dell’opinione pubblica, troppo spesso incapace di penetrare le barriere dell’apparenza. Ecco dunque che la Sicilia potrebbe anche apparire una terra felice, senza grossi problemi. Così invece non è.

venerdì 2 settembre 2011

Gabriele Dadati. Piccolo testamento. Intervista all’autore di Iannozzi Giuseppe

Gabriele Dadati
Piccolo testamento
Intervista all’autore

di Iannozzi Giuseppe

1. Piccolo testamento è, per buona misura, un lavoro autobiografico. Prima di addentrarci nel particolare, vorrei da te sapere perché, a tuo avviso, solo ieri i romanzi autobiografici erano non poco invisi agli editori; e tu, peraltro, sei anche un editore, non solo uno scrittore.

Direi: abbiamo in qualche modo perso la fiducia nella possibilità di conoscere il mondo. Con la conseguenza che ci siamo ripiegati sempre di più sulle nostre vite, piccole e private. Così, negli ultimi anni, si sono scritti sempre più romanzi autobiografici anche laddove non c’era una vita “eccellente” da raccontare (una cosa infatti è l’autobiografia di un grande statista, che da sempre è ritenuta interessante, una cosa invece l’autobiografia di una vita privata di cittadino uguale a tutte le vite private di cittadini). Scrivendone molti ne sono saltati fuori anche di buoni (ed eccellenti) e gli editori hanno, forse, iniziato a crederci maggiormente.

2. Qual è la cifra ideale perché una esperienza personale, traumatica o anche solo lieta, possa diventare qualche cosa di utile, da condividere con il pubblico?

Direi che la cosa funziona laddove si riesce, dalla polpa dell’esperienza, a far emergere un traliccio narrativo. La vita è piuttosto informe, insensata e piena di sprechi (false partenze, scene ridondanti, vicoli ciechi): quando la si racconta l’abilità nel montaggio e nell’individuazione di una lingua rendono la cosa potabile anche per gli altri.
LEGGI TUTTA L'INTERVISTA QUI

lunedì 15 agosto 2011

Il caso Marrazzo. Molte ombre e poca luce. Un instant ebook di Iannozzi Giuseppe al prezzo simbolico di 1€


Sono trascorsi due anni da quella notte brava (di via Gradioli) per l’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo. Oggi 15 agosto 2011 Marrazzo rilascia una intervista fiume a Concita De Gregorio, subìto pubblicata dal quotidiano La Repubblica. L’ex governatore del Lazio cerca di giustificarsi. Marrazzo ammette d’aver sbagliato e chiede scusa: “Sconto il mio errore come è giusto”. Ma, sinceramente, non è abbastanza: chiedere scusa è facile, troppo facile sia in qualità di ex governatore del Lazio sia da uomo pubblico.

prezzo simbolico 1 €


Ebook, Formato, PDF per Adobe Digital Editions
Acquista: http://www.lulu.com/product/ebook/il-caso-marrazzo-molte-ombre-e-poca-luce/16550762

venerdì 8 luglio 2011

Sangue del suo sangue, uno dei libri più brutti che abbia mai letto

di Iannozzi Giuseppe

[ Queste sono delle riflessioni. La recensione critica è invece qui. ]

Il problema è che il taglio che la Cenciarelli ha indarno tentato di conferire al plot narrativo è confusionario oltreché inventato. Anche quando si scrive della fiction, è buona norma conferire organicità alla storia, e proprio questa manca al libro, l’organicità. La storia inventata, commista a dei rari fatti storici purtroppo in una salsa revisionista, salta di palo in frasca; introduce personaggi che spuntano dal nulla e che spariscono nel nulla senza che ci sia una vera e propria necessità. Anche volendo considerare il libro come una non-storia sulle BR, la narrazione difetta in tanti punti: personaggi stereotipati e non credibili per un tema, quello del padre-padrone e della violenza, fin troppe volte affrontato da altri autori e quasi sempre in malo modo.

10 buoni motivi per essere cattolici secondo Giulio Mozzi e Valter Binaghi. Però i due autori non dicono la verità

di Iannozzi Giuseppe

Giulio Mozzi e Valter Binaghi illustrano 10 buoni motivi per essere cattolici, anche se in realtà identificano dei molto personali motivi per essere cattocomunisti. L’indirizzo dei due autori è orientato verso una sinistra cristiana? Parrebbe di sì, con tutti i pro e i contro che ciò comporta. Per i due autori il cattolicesimo sarebbe la religione più radicata in Italia ma anche la più oscura. Tuttavia Mozzi e Binaghi non consegnano al lettore, foss’anche occasionale, alcuna scintilla di luce né dei reali buoni motivi per essere cattolici.

domenica 26 giugno 2011

Gaja Cenciarelli improbabile scrittrice per delle Brigate Rosse che non esistono

di Iannozzi Giuseppe

Gaja Cenciarelli è in libreria con “Sangue del suo sangue”, un romanzo sulle Brigate Rosse forse. Stucchevole e ridicolo purtroppo. I personaggi sono monodimensionali, appena abbozzati, spesse volte introdotti e fatti scomparire dal plot narrativo senza un vero e proprio motivo.
La Cenciarelli si affida a tanti e tanti flashback nel vano tentativo di scrivere una storia compiuta che abbia un inizio e una fine. In verità “Sangue del suo sangue” risulta essere uno spargimento di inchiostro e parole; la trama difficile individuarla, abbozzata e confusionaria com’è. Le BR che l’autrice racconta, molto semplicemente, non esistono né sono mai esistite. Non è neanche possibile parlare di una storia che con la scusa del terrorismo tenti di parlare della personale tragedia di Margherita, la protagonista di questo canovaccio male aggiustato. I personaggi appaiono e scompaiono secondo un indefinito capriccio, e sempre sparano battute a raffica, in uno stile ben al di sotto di certi romanzetti da edicola tipo ‘Segretissimo’: “Maledetto frocio”, gli ringhia contro Massimiliano. “Come ti viene in mente di chiamarmi amore?”. “Perdonami, ti prego”, Roberto implora ma Massimiliano fiuta il sangue e si sente inebriato, il suo desiderio si trasforma in violenza. Mentre guarda Roberto, Massimiliano gli sputa in faccia, gli grida che quello è l’unico modo che ha per perdere sangue, maledetto frocio, ti piacerebbe essere donna, vero?(pag. 104)

domenica 3 aprile 2011

Giosuè Rizzi. Giudizio e pregiudizio. La storia dell’ex papa di Foggia tra manicomi, pratica zen e arte



“Nella mia vita sono stato sempre un irrequieto, un attaccabrighe, la maggior parte delle volte ho litigato per prendere la parte degli altri, in poche occasioni ricordo di avere litigato per me stesso”

Angelo Cavallo e Giosuè Rizzi scrivono a quattro mani la storia dell’uomo che per molti anni è stato considerato “il papa di Foggia”. In “Giosuè Rizzi. Giudizio e pregiudizio”, edito da PerdisaPop nella collana Rumore bianco diretta da Luigi Bernardi, è Rizzi in prima persona a narrare gli accadimenti mai facili della sua vita per la maggior parte trascorsa in galera.
Oggi l’ex “papa di Foggia” ha 57 anni suonati ed ha alle spalle qualcosa come 38 anni di galera. I suoi crimini li ha scontati tutti. Difficile oggi come oggi trovare un uomo che il carcere se lo fa tutto invece di farsi latitante, di scappare di fronte alle proprie responsabilità. Non che Giosuè non ci abbia provato a stare lontano dalle patrie galere e di non essere beccato dalla ‘pula’ soprattutto; però a suo onore c’è da sottolineare che ha pagato per i suoi crimini, e forse ha pagato sin troppo diventando suo malgrado un capro espiatorio.

Beppe Sebaste per due fantasmi in cerca d’autore


“Ho raccontato la mia vita del ‘98. Non ho mai voluto fare un istant book, infatti il libro è uscito a sette anni di distanza dal fatto di cronaca. L’unica cosa che mi interessava era la vita privata di una persona comune.” Beppe Sebaste
Di proustiano “H.P. l’ultimo autista di lady Diana” non ha niente, nemmeno l’intenzione, tranne nel caso si voglia credere, a occhi chiusi, che gli asini hanno le ali e volano. Giuseppe Marchetti, quando il libro di Beppe Sebaste uscì per il piccolo editore Quiritta, disse: “Questo è un romanzo proustiano, dove la continua ricerca della verità si raggiunge nella ricerca stessa. Beppe Sebaste butta avanti Henry Paul, ma dietro c’è lui. Vuole scoprire perché questo personaggio, nella privazione, è così simile a se stesso, in una sorta di autocompiacimento punitivo. Un romanzo che vuole dimostrare di non poter dimostrare niente, ma che tra la nascita e la morte c’è solo un lungo e tragico compromesso”. E’ invece vero che il romanzo è in realtà un diario, quello di Beppe Sebaste: scrittura diaristica, ombelicale, che fa sorridere per l’ingenuità psicoanalitica che l’autore mette in scena, intercalando qua e là il racconto con delle schegge impazzite, con delle riflessioni su Henry Paul, Lady Diana, la morte.

Free Karma Food . Wu Ming 4 (Riccardo Pedrini) e la carne Manzotin riciclata



La palma per il romanzo più brutto apparso negli ultimi dieci anni spetta, senz’ombra di dubbio, a Wu Ming 5 (ovvero a Riccardo Pedrini che – dopo l’uscita dal collettivo nel 2008 di Luca De Meo aka Wu Ming 3 - è diventato Wu Ming 4 ) con il suo impossibile “Free Karma Food”: prima di lui solo Cesare Battisti era riuscito a scrivere l’incomprensibile.
Riccardo Pedrini ha voluto mettersi alla prova e ci è riuscito, ha letteralmente stracciato Cesare Battisti consegnando alle stampe un libro che dirlo brutto o strano o stranissimo è fargli un complimento troppo significativo. “Free Karma Food” si configura come un pasticcio di luoghi eventi cut-up: imitazione pallidissima degli stilemi à la W.S. Burroughs con contaminazioni avant-pop in un clima ballardiano. Come per i precedenti lavori di Wu Ming 5, anche in questo caso la narrazione è una girandola incomprensibile di eventi, che portano il lettore a un punto morto, dove è impossibile porsi domande o trarre conclusioni certe. Un lavoro che è soltanto incomprensibile.
Oltre i limiti dello splatter, un libro di eventi aggiustati malamente e compressi a forza in una scatoletta di carne riciclata: con “Free Karma Food” non c’è dubbio alcuno che il peggio di quella narrativa, che si spaccia per epica d’avanguardia, è (forse) solo alla sua alba.

Luca Marcolivio contro Garibaldi


Forse anche una provocazione “Contro Garibaldi” di Luca Marcolivio edito da Vallecchi editore, un saggio biografico che ci consiglia di dimenticare Garibaldi in quanto spocchioso e narcisista, in alcuni casi dipinto al pari d’un dittatore. Per l’autore l’eroe risorgimentale è stato soprattutto un megalomane, e non da ultimo uno schiavista fedele solamente alle sue posizioni anticlericali. Ma i discorsi politici dell’Eroe dei due mondi mettono in nuce un uomo tutto d’un pezzo, di volta in volta internazionalista e anticlericale, socialista ed operaista. Alexandre Dumas padre ci restituisce l’immagine romanzata dell’uomo, di quel tipo di uomo che il Risorgimento aveva plasmato sù i suoi ideali.  I garibaldini tributavano a Giuseppe Garibaldi il titolo di duce, titolo che deriva dal verbo latino ducere da cui dux ovvero “colui che conduce”. Gli anni del fascismo hanno purtroppo assegnato (anche) un valore negativo al titolo duce. L’eroe scrive nel suo ‘Testamento politico’: “Per pessimo che sia il Governo italiano, ove non si presenti l’opportunità di facilmente rovesciarlo, credo meglio attenersi al gran concetto di Dante: ‘Fare l’Italia anche col diavolo’”. E in ‘Scritti politici e militari’: “Un brigante onesto è un mio ideale”.

Non tagliate il Festivaletteratura di Mantova. Firmare per fermare i tagli alla cultura

Non tagliate il Festivaletteratura di Mantova

Anche il Festivaletteratura di Mantova è messo a rischio dai tagli ai fondi alla cultura decisi dagli enti locali, dopo la riduzione dei trasferimenti da parte del governo centrale. Mantova e la cultura italiana rischiano di perdere un appuntamento atteso e apprezzato in tutto il mondo.

domenica 6 febbraio 2011

Morire ad Alphaville con Evangelisti e Battisti La morte della critica letteraria

di Iannozzi Giuseppe


Tutto nasce. Anzi, tutto non nasce, così è più corretto. Il punto: la narrativa di genere ha fallito. Se aveva delle possibilità, se l’è sputtanate in breve tempo ripetendo cliché – già di per sé abusati nei tempi d’oro andati e perduti per sempre – in migliaia di libri-fotocopia. Sono sopravvissuti due, forse tre autori: Andrea Camilleri – uno dei pochissimi a godere dell’onore (e l’onere) d’esser accolto nella collana Meridiani Mondadori pur non essendo ancora passato a miglior vita -, Niccolò Ammaniti con il suo “Io non ho paura” che deve molto del suo successo al regista Gabriele Salvatores, e Giorgio Faletti che solo in Italia, con due romanzi appena, ha letteralmente costretto in ginocchio i tanti illusi giallisti italiani (in verità, i più risultano essere urlatori di sé stessi, perché s’illudono d’esser novellini pasolini) che urlano a squarciagola d’esser dei professionisti. Professionisti, di che…? Il resto della narrativa di genere semplicemente non esiste, se non per qualche fanatico nazionalista che non riesce proprio a fare a meno della monnezza, forse nel vano tentativo di ricordare quei tempi andati (perduti per sempre) di quand’era giovane e si viveva l’età dell’oro della fantascienza e dell’horror.

Susy Infanti sposa la speranza di una felicità (im)possibile Ed allora, “Vuoi sposarmi?”

di Iannozzi Giuseppe

Quando si è giovani si è facili all’innamoramento, ci vuol nulla per scambiare un raggio di sole per il sole intero. Quando si è giovani cadere nelle trappole dell’amore è naturale, è benefico, eleva l’anima – che ancor soffre la prepotenza dell’Innocenza – alla scoperta della sensualità. Presto si comprende che non si può vivere una vita nel buio pozzo della solitudine. Quando si è adolescenti non si pensa, si ragiona invece col cuore o coi coglioni; ma non di rado anche quei maschietti che s’atteggiano a duri e che par abbiano il cervello dabbasso, in segreto piangono per un amore perduto dimenticato non colto per tempo. Quando si è giovani si è romantici, è inevitabile; poi gl’anni segnano le prime cicatrici su anima e corpo, ed allora si comprende che amare è una parola facile a dirsi, e forse niente più di questo.

Stefania Nardini e Jean-Claude Izzo: una biografia in forma di bozza

di Iannozzi Giuseppe

Prima biografia per Jean-Claude Izzo. A scriverla è Stefania Nardini. E’ una introduzione. Scarna in verità. Jean-Claude Izzo c’è ma è quasi un fantasma perso fra le sue poesie – molte  delle quali pubblicate per la prima volta e che davvero lasciano il tempo che trovano; Izzo non era un poeta, su questo non ci piove – che di tanto in tanto si mostra con timidezza. Ma è anche la prima biografia che si tenta di scrivere su Jean-Claude Izzo, scrittore non facile, dalla vita non poco travagliata seppur breve e quasi mai felice.
Il noirista Izzo, autore della famosa trilogia marsigliese Casino totale, Chourmo, Solea, nonché di Marinai perduti, Il sole dei morenti e Vivere stanca, oltre ad altri lavori di minore importanza, è nelle parole di Stefania Nardini un personaggio purtroppo appena abbozzato.