domenica 6 febbraio 2011

Morire ad Alphaville con Evangelisti e Battisti La morte della critica letteraria

di Iannozzi Giuseppe


Tutto nasce. Anzi, tutto non nasce, così è più corretto. Il punto: la narrativa di genere ha fallito. Se aveva delle possibilità, se l’è sputtanate in breve tempo ripetendo cliché – già di per sé abusati nei tempi d’oro andati e perduti per sempre – in migliaia di libri-fotocopia. Sono sopravvissuti due, forse tre autori: Andrea Camilleri – uno dei pochissimi a godere dell’onore (e l’onere) d’esser accolto nella collana Meridiani Mondadori pur non essendo ancora passato a miglior vita -, Niccolò Ammaniti con il suo “Io non ho paura” che deve molto del suo successo al regista Gabriele Salvatores, e Giorgio Faletti che solo in Italia, con due romanzi appena, ha letteralmente costretto in ginocchio i tanti illusi giallisti italiani (in verità, i più risultano essere urlatori di sé stessi, perché s’illudono d’esser novellini pasolini) che urlano a squarciagola d’esser dei professionisti. Professionisti, di che…? Il resto della narrativa di genere semplicemente non esiste, se non per qualche fanatico nazionalista che non riesce proprio a fare a meno della monnezza, forse nel vano tentativo di ricordare quei tempi andati (perduti per sempre) di quand’era giovane e si viveva l’età dell’oro della fantascienza e dell’horror.

Susy Infanti sposa la speranza di una felicità (im)possibile Ed allora, “Vuoi sposarmi?”

di Iannozzi Giuseppe

Quando si è giovani si è facili all’innamoramento, ci vuol nulla per scambiare un raggio di sole per il sole intero. Quando si è giovani cadere nelle trappole dell’amore è naturale, è benefico, eleva l’anima – che ancor soffre la prepotenza dell’Innocenza – alla scoperta della sensualità. Presto si comprende che non si può vivere una vita nel buio pozzo della solitudine. Quando si è adolescenti non si pensa, si ragiona invece col cuore o coi coglioni; ma non di rado anche quei maschietti che s’atteggiano a duri e che par abbiano il cervello dabbasso, in segreto piangono per un amore perduto dimenticato non colto per tempo. Quando si è giovani si è romantici, è inevitabile; poi gl’anni segnano le prime cicatrici su anima e corpo, ed allora si comprende che amare è una parola facile a dirsi, e forse niente più di questo.

Stefania Nardini e Jean-Claude Izzo: una biografia in forma di bozza

di Iannozzi Giuseppe

Prima biografia per Jean-Claude Izzo. A scriverla è Stefania Nardini. E’ una introduzione. Scarna in verità. Jean-Claude Izzo c’è ma è quasi un fantasma perso fra le sue poesie – molte  delle quali pubblicate per la prima volta e che davvero lasciano il tempo che trovano; Izzo non era un poeta, su questo non ci piove – che di tanto in tanto si mostra con timidezza. Ma è anche la prima biografia che si tenta di scrivere su Jean-Claude Izzo, scrittore non facile, dalla vita non poco travagliata seppur breve e quasi mai felice.
Il noirista Izzo, autore della famosa trilogia marsigliese Casino totale, Chourmo, Solea, nonché di Marinai perduti, Il sole dei morenti e Vivere stanca, oltre ad altri lavori di minore importanza, è nelle parole di Stefania Nardini un personaggio purtroppo appena abbozzato.