domenica 3 aprile 2011

Giosuè Rizzi. Giudizio e pregiudizio. La storia dell’ex papa di Foggia tra manicomi, pratica zen e arte



“Nella mia vita sono stato sempre un irrequieto, un attaccabrighe, la maggior parte delle volte ho litigato per prendere la parte degli altri, in poche occasioni ricordo di avere litigato per me stesso”

Angelo Cavallo e Giosuè Rizzi scrivono a quattro mani la storia dell’uomo che per molti anni è stato considerato “il papa di Foggia”. In “Giosuè Rizzi. Giudizio e pregiudizio”, edito da PerdisaPop nella collana Rumore bianco diretta da Luigi Bernardi, è Rizzi in prima persona a narrare gli accadimenti mai facili della sua vita per la maggior parte trascorsa in galera.
Oggi l’ex “papa di Foggia” ha 57 anni suonati ed ha alle spalle qualcosa come 38 anni di galera. I suoi crimini li ha scontati tutti. Difficile oggi come oggi trovare un uomo che il carcere se lo fa tutto invece di farsi latitante, di scappare di fronte alle proprie responsabilità. Non che Giosuè non ci abbia provato a stare lontano dalle patrie galere e di non essere beccato dalla ‘pula’ soprattutto; però a suo onore c’è da sottolineare che ha pagato per i suoi crimini, e forse ha pagato sin troppo diventando suo malgrado un capro espiatorio.

Beppe Sebaste per due fantasmi in cerca d’autore


“Ho raccontato la mia vita del ‘98. Non ho mai voluto fare un istant book, infatti il libro è uscito a sette anni di distanza dal fatto di cronaca. L’unica cosa che mi interessava era la vita privata di una persona comune.” Beppe Sebaste
Di proustiano “H.P. l’ultimo autista di lady Diana” non ha niente, nemmeno l’intenzione, tranne nel caso si voglia credere, a occhi chiusi, che gli asini hanno le ali e volano. Giuseppe Marchetti, quando il libro di Beppe Sebaste uscì per il piccolo editore Quiritta, disse: “Questo è un romanzo proustiano, dove la continua ricerca della verità si raggiunge nella ricerca stessa. Beppe Sebaste butta avanti Henry Paul, ma dietro c’è lui. Vuole scoprire perché questo personaggio, nella privazione, è così simile a se stesso, in una sorta di autocompiacimento punitivo. Un romanzo che vuole dimostrare di non poter dimostrare niente, ma che tra la nascita e la morte c’è solo un lungo e tragico compromesso”. E’ invece vero che il romanzo è in realtà un diario, quello di Beppe Sebaste: scrittura diaristica, ombelicale, che fa sorridere per l’ingenuità psicoanalitica che l’autore mette in scena, intercalando qua e là il racconto con delle schegge impazzite, con delle riflessioni su Henry Paul, Lady Diana, la morte.

Free Karma Food . Wu Ming 4 (Riccardo Pedrini) e la carne Manzotin riciclata



La palma per il romanzo più brutto apparso negli ultimi dieci anni spetta, senz’ombra di dubbio, a Wu Ming 5 (ovvero a Riccardo Pedrini che – dopo l’uscita dal collettivo nel 2008 di Luca De Meo aka Wu Ming 3 - è diventato Wu Ming 4 ) con il suo impossibile “Free Karma Food”: prima di lui solo Cesare Battisti era riuscito a scrivere l’incomprensibile.
Riccardo Pedrini ha voluto mettersi alla prova e ci è riuscito, ha letteralmente stracciato Cesare Battisti consegnando alle stampe un libro che dirlo brutto o strano o stranissimo è fargli un complimento troppo significativo. “Free Karma Food” si configura come un pasticcio di luoghi eventi cut-up: imitazione pallidissima degli stilemi à la W.S. Burroughs con contaminazioni avant-pop in un clima ballardiano. Come per i precedenti lavori di Wu Ming 5, anche in questo caso la narrazione è una girandola incomprensibile di eventi, che portano il lettore a un punto morto, dove è impossibile porsi domande o trarre conclusioni certe. Un lavoro che è soltanto incomprensibile.
Oltre i limiti dello splatter, un libro di eventi aggiustati malamente e compressi a forza in una scatoletta di carne riciclata: con “Free Karma Food” non c’è dubbio alcuno che il peggio di quella narrativa, che si spaccia per epica d’avanguardia, è (forse) solo alla sua alba.

Luca Marcolivio contro Garibaldi


Forse anche una provocazione “Contro Garibaldi” di Luca Marcolivio edito da Vallecchi editore, un saggio biografico che ci consiglia di dimenticare Garibaldi in quanto spocchioso e narcisista, in alcuni casi dipinto al pari d’un dittatore. Per l’autore l’eroe risorgimentale è stato soprattutto un megalomane, e non da ultimo uno schiavista fedele solamente alle sue posizioni anticlericali. Ma i discorsi politici dell’Eroe dei due mondi mettono in nuce un uomo tutto d’un pezzo, di volta in volta internazionalista e anticlericale, socialista ed operaista. Alexandre Dumas padre ci restituisce l’immagine romanzata dell’uomo, di quel tipo di uomo che il Risorgimento aveva plasmato sù i suoi ideali.  I garibaldini tributavano a Giuseppe Garibaldi il titolo di duce, titolo che deriva dal verbo latino ducere da cui dux ovvero “colui che conduce”. Gli anni del fascismo hanno purtroppo assegnato (anche) un valore negativo al titolo duce. L’eroe scrive nel suo ‘Testamento politico’: “Per pessimo che sia il Governo italiano, ove non si presenti l’opportunità di facilmente rovesciarlo, credo meglio attenersi al gran concetto di Dante: ‘Fare l’Italia anche col diavolo’”. E in ‘Scritti politici e militari’: “Un brigante onesto è un mio ideale”.

Non tagliate il Festivaletteratura di Mantova. Firmare per fermare i tagli alla cultura

Non tagliate il Festivaletteratura di Mantova

Anche il Festivaletteratura di Mantova è messo a rischio dai tagli ai fondi alla cultura decisi dagli enti locali, dopo la riduzione dei trasferimenti da parte del governo centrale. Mantova e la cultura italiana rischiano di perdere un appuntamento atteso e apprezzato in tutto il mondo.