domenica 26 gennaio 2014

sabato 25 gennaio 2014

Space-Time. Spin-off di “L’ultimo segreto di Nietzsche” di Giuseppe ‘Beppe’ Iannozzi – illustrazione di Walter Togni

Space-Time


di Iannozzi Giuseppe

 SPACE-TIME by Walter Togni 

SPACE-TIME by Walter Togni


Spin-off da L’ultimo segreto di Nietzsche (Il ritorno del filosofo a Torino) di Giuseppe “Beppe” Iannozzi (2013, Cicorivolta edizioni)


Giunto a Torino, Friedrich respirò a pieni polmoni. L’emicrania, che lo perseguitava da tanto tempo, parve allentare la sua presa. La stazione brulicava di gente. Non gli piaceva la confusione, gli dava il voltastomaco doversi scontrare con persone inadatte alla sopravvivenza, prive di volontà, più simili a manichini che non a dei perfetti Zarathuštra. A malincuore scavò in mezzo alla ressa, soffrendo le gomitate e gli aliti pesanti di quanti lo urtavano. Torino gli faceva uno strano effetto. A differenza di altre, era ancora una città non del tutto corrotta.
“Tu sei uno che parla poco”. Era un giudizio, non un’osservazione. Ma Herr Nietzsche quel giorno non era ben disposto. “Una società che si rispetti non può fare a meno delle puttane”, sentenziò. Giuseppina si alzò dal letto con nonchalance. Non aveva capito e non le interessava approfondire. Che era una puttana lo sapeva bene, era la vita che si era scelta quando aveva poco più di quattordici anni. Non nutriva né rimorsi né rimpianti. Da bambina aveva sofferto la fame, aveva visto suo fratello morire di tisi, e i suoi genitori un orrore che non intendeva riesumare. Non dubitava che il tedesco che era venuto nella sua fica fosse un grand’uomo. Nei suoi occhi severi ci leggeva una profondità che le gonfiava il petto, ma, alla fin dei conti, lui avrebbe pagato lei, la donna, la puttana, e solo questo contava; e lui sarebbe tornato da dov’era venuto, col naso nei suoi libroni polverosi di filosofia. Le avevano detto di trattarlo bene e lei aveva fatto il suo dovere. Non era la prima volta che donava il suo corpo a uomini importanti.

mercoledì 22 gennaio 2014

La lebbra. Capitolo bonus. Di Iannozzi Giuseppe

La lebbra - Capitolo bonus

di Iannozzi Giuseppe

La lebbra - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario


La lebbra - Giuseppe Iannozzi - Ass. Culturale Il Foglio – Collana: Narrativa – Data di Pubblicazione: 2013 - Pagine: 150 – ISBN-10: 8876064540 – ISBN-13: 9788876064548 – Prezzo: € 14


Sebbene con un piede nella fossa, sua madre aveva ragione a dirgli, giorno dopo giorno, che era un fallito. Era questo e non altro, Martino. L’accusa, benché pesante e in una certa maniera veritiera, Martino l’ingoiava di malavoglia, talvolta ribellandosi, alzando la voce contro l’anziana donna. Non reggeva più la vita in quel dannato paese di bifolchi, tutti pronti a farsi in quattro per lo straniero ma incapaci di muovere un solo dito in favore d’un loro compaesano.

La solita processione, la Madonnina portata a braccia da quattro vecchi incartapecoriti monopolizzava l’attenzione dei presenti sulle due sponde dell’arteria principale del paese. Martino non poté non provare disgusto: il delirio e l’ipocrisia dei compaesani era più grande d’ogni male a lui conosciuto. Era orgoglioso d’aver incontrato Oriana Fallaci. Lei gl’aveva aperto la mente. La luce era penetrata nel suo spirito dopo tanti anni passati nell’oscurità. Odiava e odiava bene. Odiava perché ne aveva il sacrosanto diritto. Bigotti, beghine, radical chic si accompagnavano in testa alla processione, dietro venivano gli stranieri. Martino non avrebbe saputo dire chi essi fossero, a quale religione s’erano mai votati nei loro cazzo di paesi d’origine, ma qui fingevano e fingevano bene tacendo, accettando d’essere in coda alla processione. Furbi ipocriti. A loro il sindaco avrebbe concesso acqua, elettricità, una casa popolare e un lavoro, poi, davanti alla stampa, si sarebbe fatto bello dicendo: “Questo è il vero spirito cristiano!”. ‘Fanculo. Se era un fallito la colpa era di quelli lì che si facevano passare per lo scarto dell’umanità quando invece ottenevano tutto, senza sforzo alcuno, perché c’era chi li difendeva per andare incontro a una convenienza e connivenza politica.

Un giorno si trovava a fare la spesa in un discount. Martino studiava i prezzi dei prodotti, o meglio dei sottoprodotti cercando qualcosa di conveniente, quando il caporeparto gli si fece dappresso posandogli una mano sulla spalla.
“Qui non si ruba, è chiaro?”
Martino si senti prima cedere le gambe, poi la rabbia gli montò al cervello.
“Non ho fatto niente. Guardavo solo i prezzi.”
“Se non ti piacciono, faresti meglio a smammare.”
Nemmeno due metri più in là, due donne con lo chador aprivano e richiudevano il freezer. In tutta tranquillità scartavano un prodotto, gli davano un’occhiata, un’annusata, e lo riponevano insoddisfatte. Perché quel dannato caporeparto non andava da loro? Perché faceva finta che tutto fosse a posto?
“E quelle lì?”, balbettò indicando le due donne. “Vada da loro a dirglielo.”
L’uomo per poco non gl’affibbiò un ceffone.
“Fatti gli affari tuoi”, sbottò. E subito aggiunse: “Ti conviene cambiare aria, qui non li sopportiamo gli stronzi come te.”
Suo malgrado Martino, un po’ per viltà un po’ per un indefinito senso di impotente dignità, scelse di portare via le chiappe.
Teneva voglia di menar le mani, ma era un pavido. Fosse stato un altro, un vero uomo, si sarebbe gettato in mezzo alla calca e non avrebbe esitato un solo istante a cacciare il coltello nella panza di qualche testa di cazzo. E invece il coraggio gli mancava. Era meno d’un coniglio. La vergogna fece presto a seppellirlo. Che cazzo ci faceva lì? I compaesani lo spiavano di sottecchi e se la ridevano sotto i baffi.
A un certo punto, forse per colpa del crepuscolo, ebbe l’impressione che la Madonnina stesse piangendo sangue. Un bagno di luce serotina, per un istante, aveva ammantato l’immagine sacra e a Martino parve di vederla piangere. Presto gli si formò un groppo in gola. Doveva darsi una mossa, dimenticare il suo paese, forse l’Italia. Doveva dimenticare e in fretta. Forse, forse a Nord avrebbe trovato un paese un po’ più pulito, diverso dall’Italia meridionale. Aveva sentito dire che a nord, molto a nord, in uno di quei paesi dove fa sempre freddo, un tizio aveva fatto una strage. Non ricordava il nome, ma si diceva che fosse un fanatico. Per lui, invece, era un eroe, uno che la Fallaci avrebbe allattato al seno. Il difensore del Cristianesimo (*) aveva falciato 77 persone. Lui era un con le palle quadrate. Nessuno era riuscito a fargli cambiare idea. Le sue parole le sapeva a memoria: “Ho portato a termine il più sofisticato e spettacolare attacco politico mai commesso in Europa sin dai tempi della Seconda guerra mondiale. Sono mosso da Dio e non dal demonio.”
A un certo punto si sentì soffocare. Gli mancava l’aria. Un velo nero gli cadde davanti agl’occhi. Il cuore gli martellava nelle tempie. Al Pronto soccorso gl’avevano detto che soffriva di attacchi di panico. Martino inciampò. Non riuscì a mantenere l’equilibrio. Rovinò a terra come un sacco di patate, prigioniero dell’afonia. Non lo avrebbe aiutato nessuno. E anche volendo non era in grado di proferire una sola parola. Intuiva però che la gente gli passava accanto ridendo.
(*) Anders Behring Breivik

“LA LEBBRA” di Iannozzi Giuseppe. Un libro scandalo che farebbe infuriare Oriana Fallaci

LA LEBBRA

Un libro scandalo che farebbe
infuriare Oriana Fallaci


LA LEBBRA - IANNOZZI GIUSEPPE


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La lebbra - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario - acquista 

La lebbra
Giuseppe Iannozzi
Ass. Culturale Il Foglio

Collana: Narrativa
Data di Pubblicazione: 2013
Pagine: 150
ISBN-10: 8876064540
ISBN-13: 9788876064548
Prezzo: € 14

sabato 18 gennaio 2014

La lebbra di Iannozzi Giuseppe. recensione di Federico Castelli (aka Folletto Peloso)

La lebbra di Iannozzi Giuseppe


Romanzo contro l’islamofobia ambientato a Torino


recensione di Federico Castelli (aka Folletto Peloso)


La lebbra - Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario
Se Marte va alla guerra brandendo la spada, Martino va alla guerriglia urbana tenendo nelle tasche delle brache una copia di un famigerato sermone.
In realtà Martino non va dove ci sono i focolai perché gli piace menar le mani, ma perché è lui stesso un focolaio, ma in senso medico. E’ ammorbato dall’odio verso i musulmani e da un risentimento generale verso il mondo. Scappa dalle tenaglie di un sud miserrimo per trovarsi in una Torino ancor peggiore. Qui non ci saranno i cremini Fiat o i gianduiotti ad aspettarlo ma solo una grettezza umana tout court. Uno squallore miserabile che passa dai pezzenti di Porta Nuova fino ad arrivare ai medici delle Molinette che di bianco hanno solo il camice, come i sepolcri imbiancati. Tutto il romanzo si snoda in colpi di scena, che in realtà sono colpi nello stomaco, e in specchi deformanti che rimandano immagini di verità disperate.
Anche il sermone, alla fine, si rivelerà buono solo per essere messo sotto i piedi di un tavolo traballante. In realtà, inservibile anche per quello, perché già macero di suo. Tutto si sfalda. Tutto è fallace.
Non c’è spazio neppure per un po’ di pietà. Solo un pomodoro ancora commestibile tirato fuori da un cassonetto riesce a dare quella piccola consolazione di poter tirare avanti la giornata. Tutto cade nell’oblio. Eppure, c’è una grandiosità anche nella rovina.
Così, una notte, dopo aver letto La lebbra di Giuseppe Iannozzi.

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La lebbra
Giuseppe Iannozzi
Ass. Culturale Il Foglio

Collana: Narrativa
Data di Pubblicazione: 2013
Pagine: 150
ISBN-10: 8876064540
ISBN-13: 9788876064548
Prezzo: € 14





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