sabato 25 gennaio 2014

Space-Time. Spin-off di “L’ultimo segreto di Nietzsche” di Giuseppe ‘Beppe’ Iannozzi – illustrazione di Walter Togni

Space-Time


di Iannozzi Giuseppe

 SPACE-TIME by Walter Togni 

SPACE-TIME by Walter Togni


Spin-off da L’ultimo segreto di Nietzsche (Il ritorno del filosofo a Torino) di Giuseppe “Beppe” Iannozzi (2013, Cicorivolta edizioni)


Giunto a Torino, Friedrich respirò a pieni polmoni. L’emicrania, che lo perseguitava da tanto tempo, parve allentare la sua presa. La stazione brulicava di gente. Non gli piaceva la confusione, gli dava il voltastomaco doversi scontrare con persone inadatte alla sopravvivenza, prive di volontà, più simili a manichini che non a dei perfetti Zarathuštra. A malincuore scavò in mezzo alla ressa, soffrendo le gomitate e gli aliti pesanti di quanti lo urtavano. Torino gli faceva uno strano effetto. A differenza di altre, era ancora una città non del tutto corrotta.
“Tu sei uno che parla poco”. Era un giudizio, non un’osservazione. Ma Herr Nietzsche quel giorno non era ben disposto. “Una società che si rispetti non può fare a meno delle puttane”, sentenziò. Giuseppina si alzò dal letto con nonchalance. Non aveva capito e non le interessava approfondire. Che era una puttana lo sapeva bene, era la vita che si era scelta quando aveva poco più di quattordici anni. Non nutriva né rimorsi né rimpianti. Da bambina aveva sofferto la fame, aveva visto suo fratello morire di tisi, e i suoi genitori un orrore che non intendeva riesumare. Non dubitava che il tedesco che era venuto nella sua fica fosse un grand’uomo. Nei suoi occhi severi ci leggeva una profondità che le gonfiava il petto, ma, alla fin dei conti, lui avrebbe pagato lei, la donna, la puttana, e solo questo contava; e lui sarebbe tornato da dov’era venuto, col naso nei suoi libroni polverosi di filosofia. Le avevano detto di trattarlo bene e lei aveva fatto il suo dovere. Non era la prima volta che donava il suo corpo a uomini importanti.
“Che ne sai dello spiritismo?” La domanda la fece sobbalzare. Nuda si fece il segno della croce. Nietzsche mise su una smorfia di disprezzo. “Perché me lo chiede, Herr Niesche!” “Nietzsche”, la corresse. Giuseppina ci provò a pronunciare bene il nome del cliente, una due tre volte. Poi prese a piangere, senza sapere bene neanche lei perché. “Disprezzo chi piange”, sentenziò Friedrich. “E’ debolezza.” “Lei mi disprezza dunque!” “Sa o non sa rispondere?”, tagliò corto Friedrich. “Che tipo spiritismo si farebbe da queste parti?” La donna avvertì chiaramente il cuore perdere un colpo. Gli occhi severi del tedesco la fissavano. Non guardavano però la sua nudità. Il suo sguardo la penetrava, andava altrove, là dove lei non avrebbe voluto. Scavava nella sua intimità, nelle sue paure. “Non ne so niente, lo giuro”, balbettò. “Niente?” Giuseppina cadde in ginocchio singhiozzando e piangendo a dirotto, lasciando libera la pipì di bagnarle le cosce. Herr Nietzsche la fissò con sguardo accusatore: “Dunque sapete.” “Non sono discorsi…” “Voglio solo sapere perché Torino la dicono la città del Diavolo, null’altro.” “Non lo so perché.” “Menti”, ruggì Friedrich alzandosi dal letto. “Tu, puttana, menti. Parla.” Giuseppina inghiottì le lacrime e farfugliò che Torino ha una strana fama; che lei pur essendo una puttana non ha mai ficcato il naso in simili faccende; che lei ama Dio e che se fa la vita è perché così Dio ha voluto.
Friedrich uscì dal postribolo con una certa esaltazione ansiosa. Non credeva nello spiritismo. Credeva però nella stupidità dell’umanità e voleva incontrarla questa umanità repressa, succube di fantasmi e catene. Qualcuno lo urtò, Friedrich rifiutò però di lasciarsi distrarre, non gettò l’occhio verso chi lo aveva urtato e proseguì per la sua strada.
Absu Imaily Swandy lo aveva riconosciuto. Gl’era bastata un’occhiata per capire. Peccato che Friedrich fosse così tanto concentrato a dar la stura al suo delirio. Se solo si fosse fermato, forse avrebbe potuto aiutarlo, far sì che la pazzia non prendesse possesso del suo corpo e della sua mente. Forse l’avrebbe aiutato, forse che sì forse che no. Il Fato di Friedrich sarebbe stato quel che sarebbe stato. Absu sapeva bene che il filosofo sarebbe morto mangiando i suoi escrementi.
* * *
“Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla, nel leggere e nello scrivere, da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury; a lui la folla lo inebriava, ne traeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo. Ma per me non è così.”
Lo stomaco, il fottuto stomaco gli faceva un male cane. Anni e anni così, senza capire perché quel male al centro. Ma forse c’era poco o niente da capire. Il fucile a pompa, un regalo di Dylan, aspettava soltanto che lui, Kurt, facesse il suo dannato dovere. Aveva amato. Troppo però. Era un bambino, lo sapeva. Un bambino con un fucile a pompa fra le mani. Non intendeva essere l’ultimo immortale, un perfetto Zarathuštra del cazzo. Continuava a ripetersi che era meglio farla finita in maniera secca, piuttosto che spegnersi lentamente. Odiava il pubblico che gli sbavava addosso. Non era capace di donarsi come Freddie Mercury e prendere dal pubblico plaudente l’empatia necessaria per andare avanti. Il suo pubblico era un aborto che lo vomitava nel cuore della stanchezza. Ed era anche di mosconi, di mosconi neri con becchi da corvo che poco a poco, con inesorabile insaziabilità, facevano a pezzi la sua anima per divorarla. Cazzo, non poteva andare avanti così. Non amava quel cazzo di pubblico che doveva affrontare con il male a divorarlo dal centro. 5 aprile 1994. Era questo il giorno il mese l’anno? Diavolo, perché pensarci su! Era un cazzo di giorno, uno dei tanti. La lettera l’aveva scritta. Non c’era altro che dovesse spiegare a chi lasciava e nemmeno a sé stesso. Stufo marcio dei rottinculo e della musica. Avrebbe fatto un bel suono il fucile, un gran bel suono, grunge allo stato puro. Perfetto. E ‘fanculo al Götterdämmerung.
“C’è del buono in ognuno di noi e penso che amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile...! Perché non ti diverti e basta? Non lo so! Ho una moglie divina che trasuda ambizione e empatia, e una figlia che mi ricorda troppo quand’ero come lei, pieno di amore e gioia. Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.” (*)
(*) Kurt Cobain, To Boddah pronounced