domenica 5 ottobre 2014

Tiresia il peccatore (racconto di fantascienza) – versione alternativa non presente in “Angeli Caduti” (Cicorivolta edizioni) di Beppe Iannozzi

Tiresia il peccatore


di Iannozzi Giuseppe


Tiresia il peccatore (racconto di fantascienza) – versione alternativa non presente in “Angeli Caduti” (Cicorivolta edizioni) di Beppe Iannozzi 


Questo racconto, in una diversa versione, è contenuto in Angeli Caduti (Cicorivolta edizioni), mio primo lavoro pubblicato da Cicorivolta edizioni.

leggi il racconto qui

“Il mare per le conchiglie” di Mimma Leone. L’autrice riscopre il Nouveau Roman consegnandoci un gioiellino letterario

Il mare per le conchiglie

MIMMA LEONE


L'autrice riscopre il Nouveau Roman
 consegnandoci un gioiellino letterario


di Iannozzi Giuseppe


Il mare per le conchiglie 


Il mare per le conchiglie (Edit@ edizioni) di Mimma Leone: dieci racconti al femminile, legati da un fil rouge. Il mare per le conchiglie, lo dico sin d’ora, è un ottimo libro, al femminile; e dico di più, è una conchiglia rara, se non rarissima, perché l’Autrice sa scrivere in maniera molto corretta, tenendo viva l’attenzione del lettore, scavando e mettendo in evidenza la psicologia dei personaggi senza impelagarsi nel suo proprio vissuto. E se delle sue esperienze personali ci sono, frammischiate al tessuto narrativo, queste non sono facilmente distinguibili: Mimma Leone fa dunque Letteratura e non diarismo, e nemmeno è votata a quel lialismo purtroppo oggi imperante più che mai. I suoi racconti sono dieci, dieci polaroid, talvolta dai colori sgranati, altre dai toni pastello, e sempre ritraggono la femminilità e i problemi a essa correlata


.Mimma Leone 


Il tratto distintivo della scrittura di Mimma Leone è di non abusare dei suoi personaggi per ridurli a delle stupide marionette. Mimma Leone tratteggia le spigolosità e le debolezze delle donne, senza mai inscatolarle dentro a degli stereotipi e senza concedere loro delle attenuanti per quello che hanno fatto o non hanno fatto. Sarebbe stato facile per l’Autrice dar la stura a un romanzetto o a dei racconti minimali, dove gli accadimenti e le vicende narrate scadessero nella banalità e nel risaputo; tuttavia Mimma Leone ha imparata bene la lezione di Marguerite Duras - non a caso citata nel corpus de Il mare per le conchiglie. La Duras, oltre ad aver scritto mirabili romanzi, oramai patrimonio della grande Letteratura, ha anche scritto parecchi racconti brevi. Mimma Leone usa, con somma maestria, la tecnica del flashback per portare a galla le vicende delle sue protagoniste, una tecnica questa non poco difficile e che è uno dei tanti tratti distintivi della Duras (si guardi, ad esempio, alla sceneggiatura da lei scritta per il film "Hiroshima, mon amour").

Félix Luís Viera: la meglio poesia. La patria è un’arancia – di Iannozzi Giuseppe

Félix Luís Viera: la meglio poesia

La patria è un'arancia


di Iannozzi Giuseppe


La patria è un'arancia- Felix Luis Viera 


Di rado i poeti contemporanei mi emozionano. Il perché è presto detto: nel corso dei secoli i poeti hanno detto tutto il possibile, e l'impossibile anche. I contemporanei, nel migliore dei casi, non fanno altro che scimmiottare i poeti passati alla Storia: si ripetono, dicono con altre parole ciò che è stato detto migliaia di volte in milioni di poesie da assai più valenti poeti. Certi poeti contemporanei, o poetastri che dir si voglia, non hanno né la tempra del poeta illuminato, né hanno alcuna capacità di innovazione linguistica. Va da sé che valgono poco, che valgono niente, nonostante i tanti immeritati allori che gli vengono tributati da alcuni critici prezzolati e senza scrupoli (da critici che solo pensano a immettere sul mercato un poetastro con un bel faccino candido, spacciandolo per Arthur Rimbaud o Jack Kerouac, con il fine di farne un personaggio, forse utile solo a reggere il microfono in certi talk-show notturni dappoco).


Félix Luís Viera 


Dopo questa necessaria premessa, l'incontro con il Poeta cubano Félix Luís Viera è stata per me una folgorazione, che ha attraversato cuore mente spirito. Il perché è presto detto: Félix Luís Viera è un poeta che narra la vita, quella vera. Leggere Luís Viera è incontrare la vita, senza inutili abbellimenti e orpelli. "La patria è un’arancia" (traduzione di Gordiano Lupihttp://www.ilfoglioletterario.it/catalogo_cubana_la_patria.htm - Il Foglio letterario) è una silloge tra le più significative della poesia mondiale e non, semplicemente, di quella cubana. In Italia, grazie a Gordiano Lupi, le sue poesie sono per nostra somma fortuna disponibili; non sono invece disponibili i suoi romanzi eccetto uno, ed è un vero peccato, perché se la narrativa di Viera è della stessa pasta della sua poesia, allora ci stiamo perdendo una fetta inimmaginabile di Cultura.

Il rapporto del Poeta con la sua terra è, per certi versi, uguale e tanto forte come quello con la donna amata. Viera riconosce i soprusi e le ingiustizie, che circolano tra Cuba e il Messico. Ama la sua terra, quella che gli ha dato i natali, ma non la patria, la patria di Fidel Castro, che, purtroppo, è per nulla dissimile a un grande campo di stermino, dove ogni giorno vengono ordinati pogrom in perfetto stile stalinista. Ogni poesia di Viera pulsa di vitalità, di passione, di coraggio, di benevola forza atta a contrastare la tirannia dilagante. E così, se un giovane tredicenne punta il coltello alla tua gola di poeta chiedendoti di scegliere fra la borsa e la vita, ecco che "questa storia non la sa quasi nessuno" e che "è solo un esempio". Non sopravvive il poeta, forse neanche le sue poesie sopravvivono, e non sopravvivrà a lungo il giovane uomo (di 13 anni) che nel quartiere di Tepito vive a metà, consapevole e inconsapevole che la sua vita sarà breve, perché nei testicoli, già da ben prima che nascesse, c'era già il veleno della droga, veleno trasmessogli da padre e madre. Questa è la poesia di Félix Luís Viera, quella di un vero Poeta che rifiuta gli allori di moda, che sa tradurre la vita, anche la più cruda, in poesia senza omettere realtà o abbellire la verità con verminosi giri di parole.

La patria è un'arancia - Félix Luís Viera - traduzione di Gordiano Lupi - Il Foglio letterario - ISBN 9788876063138 - pagine 200 - € 15,00

Kleist di Andrea Leone (20090 Ventizeronovanta microcasa editrice). Recensione di Iannozzi Giuseppe

Kleist come Spartaco

Andrea Leone


di Iannozzi Giuseppe


Kleist - Andrea Leone 

Il sito di Andrea Leone: http://andrealeone.weebly.com/

Kleist - Andrea Leone - Editore: 20090 Ventizeronovanta microcasa editrice - (collana Miyagawa) - 112 pagine - Prezzo: € 8,00

20090

La condanna è una sola: vivere, essere, esistere, ma solo per replicare le azioni e i pensieri della massa. Andrea Leone, attraverso Kleist, monologo tanto dostoevskiano quanto camusiano, con qualche accenno a un esistenzialismo kierkegaardiano, è un miracolo, un accadimento speciale nella Letteratura italiana, un lavoro controcorrente che disegna alla perfezione lo sbandamento sociale dell’uomo contemporaneo, pressato da troppa inutile informazione e viàtici massificati.
Kleist è un romanzo, una pièce teatrale, una opera filosofica. E’ tutto questo, e forse di più.
Kleist, protagonista assoluto del romanzo, non ama la società, perché questa gli è stata cucita addosso facendolo prigioniero. Il solo modo, che ha per non allungare le fila dei Kleist, è quello di darci un taglio. Seppur sia evidente che Kleist è febbricitante, ciò non toglie una virgola alle verità che egli espone con una lucidità esistenzialista che non teme le scalfitture del tempo.
Kleist si rende conto che continuare a vivere significherebbe soltanto diventare un altro morto tra i tanti morti che compongono una società di mannequin, tutti uguali e omologati: “Il capolavoro irripetibile della letteratura clinica sono io. Sono l’opera più grande della letteratura clinica, un’opera che si è scritta da sola. La malattia matematica che ci ostiniamo a chiamare esistenza. Ospedali della veglia. Una quantità infinita di ospedali e veglie. Ogni età è una malattia mortale superata. Noi ci ammaliamo del tempo come di una malattia mortale. I nostri corpi sono il sintomo allarmante dell’epidemia di famiglia, i nostri stessi pensieri sono il sintomo dell’epidemia di famiglia, i nostri pensieri sono l’allarme, il punto di chiarezza massima dell’epidemia di famiglia. Una lotta contro il libro genealogico, un compito glorioso, compito di fronte al quale noi non abbiamo tempo per nient’altro, non abbiamo tempo per vivere ma solo per portare a termine il compito, per portare a termine questo compito abbiamo impietosamente sfruttato ogni goccia della nostra giovinezza”.

“La perla di Labuan. Una leggenda salgariana” di Fabio Negro. Una perfetta avventura salgariana da una idea di Emilio Salgari – recensione di Iannozzi Giuseppe

La perla di Labuan.
Una leggenda salgariana


Una perfetta avventura salgariana
da una idea di Emilio Salgari


Fabio Negro


di Iannozzi Giuseppe

La perla di Labuan - Fabio Nego - Il Foglio letterario 


"La perla di Labuan. Una leggenda salgariana" (Il Foglio letterario di Gordiano Lupi) di Fabio Negro è, a tutti gli effetti, un romanzo d'avventura, o meglio ancora di avventure: Sandokan (ri)vive la sua ultima avventura grazie alla penna del giovane scrittore Fabio Negro, che rispolvera una vecchia idea irrealizzata di Emilio Salgari, per consegnarci un romanzo godibilissimo, adatto a tutte le fasce di lettori. Per nostra somma fortuna, Fabio Negro non cede alla tentazione di trasformare Sandokan e i suoi tigrotti in un prodotto di propaganda politica.

Paco Taibo II, in un pastiche, che di salgariano ha poco o nulla, tempo fa (nel 2010) consegnò alle stampe un romanzo, "Ritornano le tigri della Malesia" (Tropea editore, 2011, traduzione di Pino Cacucci). Pastiche di stili diversi, il romanzo - sempreché lo si possa dire tale -, è soprattutto un obsoleto manifesto politico di stampo marxista-leninista, che, poco ma sicuro, avrà fatto rivoltare nella tomba il povero Salgari, morto in miseria, suicida, oppresso dai debiti, dalle pretese degli editori (che suo malgrado aveva fatto ricchi grazie ai suoi romanzi). Salgari, con Sandokan, non ha mai usato il suo personaggio per svenderlo alla politica: pirati libertari, che parlano usando un vocabolario marxista, sono quanto di più lontano e di offensivo Taibo II potesse fare per omaggiare il grande scrittore veronese. Uno scartafaccio, quello di Taibo II, da seppellire senza pensarci su due volte.


Fabio Negro 


Fabio Negro, partendo da una idea di Salgari, da quello che si dice sia un romanzo andato perduto, con "La perla di Labuan. Una leggenda salgariana", fa divertire, fa sognare i lettori salgariani e non. Negro non fa politica, rimane fedele all'avventura e, per quanto possibile, ricalca con un certa destrezza quello che era lo stile letterario di Salgari, conferendo così maggior credibilità a Sandokan e al suo fratello di avventure Yanez. Va da sé che Fabio Negro non ha la presunzione di essere l'erede di Salgari, ben consapevole che gli emuli sono soggetti a sprofondare nel grande mare dell'oblio; ecco dunque spiegato perché "La perla di Labuan" è un sincero e sentito omaggio alla Letteratura avventurosa e allo scrittore veronese, Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgàri.

Giovanni Schiavone: Il dio osceno. Recensione di Iannozzi Giuseppe

Giovanni Schiavone: Il dio osceno

La grande letteratura


di Iannozzi Giuseppe


Il dio osceno - GIovanni Schiavone 

Letteratura. Dovremmo dire che la Letteratura, quella con la "L" maiuscola è morta con Pasolini o con Gadda? Sarebbe esercizio critico alquanto noioso. E dovremmo forse fare un distinguo fra letteratura e narrativa? Sarebbe un altro esercizio noioso.
Diciamo allora che esistono scrittori che sanno scrivere e scrittori che invece non sanno scrivere. Oggi come oggi, tutti dicono d'essere degli scrittori, anche se poi hanno scritto solo il loro nome e cognome sulla fatica di un ghostwriter. Tutto ciò è piuttosto osceno: la decadenza delle arti è un dato di fatto. E però ci sono scrittori veri, che per scrivere un libro ci impiegano anche dieci/quindici anni. E' il caso, ad esempio, di Giovanni Schiavone che ha dato alle stampe IL DIO OSCENO (Italic Pequod - acquista dall'editore senza spese di spedizione), un romanzo difficile, difficile perché non ricalca gli stereotipi in voga, perché non è la solita storiella campata in aria per dare sfogo al proprio ego. Giovanni Schiavone rifugge le mode, punta molto molto più in alto: non si lascia costringere nella prigione delle etichette. Il suo romanzo, IL DIO OSCENO, qualcuno potrebbe definirlo un mero romanzo di fantascienza e liquidarlo così, su due piedi. E' allora necessario sottolineare che IL DIO OSCENO non è fantascienza, non è il solito romanzetto Urania. IL DIO OSCENO è un romanzo complesso, che è escheriano e barocco al tempo stesso, dove la spiritualità si scontra con la carnalità.

Giovanni Schiavone 

Giovanni Schiavone misura, con grande sapienza, ogni parola e ogni battuta. Niente è superfluo ne IL DIO OSCENO. Il mondo che l'autore descrive è sempre in bilico, è un universo che cade a pezzi, un universo, in una certa misura dickiano, ma anche lynchiano e cronenberghiano; sarebbe difatti un torto assai grave definire l'ottimo lavoro di Giovanni Schiavone un romanzo che si preoccupa soltanto di ripescare le paranoie dickiane. IL DIO OSCENO è un lavoro eccelso, che comprende in sé una perfetta amalgama di filosofie: ben riconoscibile è il pensiero nicciano (quello de "Il crepuscolo degli dèi" e "L'Anticristo"), la fallibilità della spiritualità legata alla carnalità (Søren Kierkegaard con "La malattia mortale", "Aut-Aut" e quindi "Il diario del seduttore"); e molti sono anche gli spunti filosofici che vengono da pensatori quali Arthur Schopenhauer, Seneca e Platone. Giovanni Schiavone non si limita però a una identificazione nelle filosofie, entra a diretto contatto con un magma letterario di altissimo livello, passando dalle ossessioni di August Strindberg a quelle di H.P. Lovecraft, sino ad arrivare alle nitide allucinazioni di William S. Burroughs; e nel mezzo ci sono "Il Doctor Faustus" di Thomas Mann, e tanti temi cari a Emil M. Cioran e Michail Bulgakov. IL DIO OSCENO è un romanzo che presenta, in tutta la sua attualità, quello che potremmo definire un “nichilismo demiurgico”.