giovedì 25 febbraio 2016

Iannozzi Giuseppe intervistato da Giovanna Amoroso. Cinque domande sul futuro della letteratura, della poesia, etc. etc.

Cinque domande a Beppe Iannozzi


di Giovanna Amoroso

Giovanna Amoroso mi intervista sul neonato magazine online Divine Parole.
Ringraziando la collega Giovanna, colgo l'occasione per invitarVi a leggere le pagine di Divine Parole e augurare a Lei ogni fortuna per questo nuovo progetto culturale. - giuseppe iannozzi


- Beppe Iannozzi: scrittore, giornalista e critico letterario. Cosa rappresenta per te la parola, sia scritta che parlata?

Le parole significano sempre qualcosa. Non esiste una parola che sia priva di significato. In maniera assai riduttiva, potremmo dire che le parole sono dei segni che utilizziamo per farci comprendere dai nostri simili. Ci sarebbe bisogno di un approfondimento semiologico, ma, per ovvie ragioni, ciò non è possibile. Il punto è che il discorso non lo si può esaurire con una frase ad effetto, ragion per cui dirò qual è per me l’importanza della parola sia essa scritta o portata a voce. I nostri pensieri sono catene di parole e i pensieri la nostra anima, l’unica che abbia un peso, un significato verificabile e interpretabile. [...]

Leggi l'intervista completa a questo indirizzo:


divine-parole-giovanna-amoroso 

Iannozzi Giuseppe

domenica 7 febbraio 2016

Miracolo a Piombino. Gordiano Lupi: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire…” - recensione di Iannozzi Giuseppe

Miracolo a Piombino. Gordiano Lupi


"Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno

di dire che questa è la più bella età della vita."


Iannozzi Giuseppe


Miracolo a Piombino - Gordiano Lupi - Historica edizioni 


Miracolo a Piombino
(Historica edizioni) è, a mio giudizio, il romanzo più lieve, delicato e poetico di Gordiano Lupi. Un piccolo Capolavoro di 140 pagine circa, un romanzo che fa abile commistione di quelle tematiche care a Luis Sepúlveda, Antoine de Saint-Exupéry, Dino Buzzati. Ma nella scrittura di Gordiano Lupi è anche possibile riscontrare una vena dolcemente malinconica che strizza l’occhio a quel piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro, oltreché all’immarcescibilità dell’amore, quello tragico e romantico di Johann Wolfgang von Goethe.

Miracolo a Piombino
è una storia semplice, che non ha l’assurda pretesa d’insegnare alcunché a nessuno, pur accogliendo in sé una ben nota morale – che, purtroppo, oggi, in questo nostro presente storico sempre più contaminato dalla balordaggine di un egoismo avvitato su sé stesso, abbiamo noi dimenticato: volare, imparare a volare, continuare a volare contro tutto e tutti, anche quando sembra che il cielo ci frani addosso e che tutti gli dèi ci additino la strada per l’esilio, per una disperazione senza fine. In Miracolo a Piombino il tema dominante è il dolore esistenziale, lo stesso che Paul Nizan, in “Aden Arabia”, sintetizzò con dure e veritiere parole: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Tutto congiura per mandare il giovane alla rovina: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra gli adulti. E’ duro imparare la propria parte nel mondo”.

Marco è un adolescente e un anticonformista. La ribellione che si annida nel suo animo, Marco un po’ se la conosce e un po’ no, una cosa però la sa con piena certezza: se non si è capaci di comprendere sé stessi, non sarà mai possibile comprendere gli altri. Marco non si nasconde dietro un dito, riconosce che l’adolescenza lo spinge a naufragare nel mare magnum di una inadeguatezza “temuta e aspettata”. Marco ama i cantautori, i poeti, e in particolar modo ama Francesco Guccini e Fabrizio De André, che Gordiano Lupi non manca mai di citare, quasi sempre a forti dosi, attraverso le loro canzoni-poesie, nel corpus narrativo. Parallelamente alla storia del giovane Marco corre la storia del gabbiano Robert, un gabbiano votato alla solitudine che non crede nella legge dell’appartenenza a un gruppo, né alla misericordia e alla bontà della Natura.

Cani sciolti di Muhammad Aladdin. Perfetta Polaroid dell’attuale società egiziana

Cani sciolti di Muhammad Aladdin


Perfetta Polaroid dell'attuale società egiziana


Iannozzi Giuseppe


Cani sciolti - Muhammad Aladdin - Il Sirente 

Cani sciolti (Il Sirente edizioni) dell’autore egiziano Muhammed Aladdin (trad. dall’arabo di Barbara Benini) racconta la società egiziana, e più in particolare il Cario. Come Naguib Mahfouz, l’autore di Cani sciolti scrive di ciò che conosce, senza ricorrere a perifrasi o ad eufemismi. Lo stile del giovane Muhammed Aladdin è diretto, privo di fronzoli. L’autore privilegia la crudezza, talvolta appena delineata seppur esplicita. Non di rado, anche situazioni e personaggi vengono appena abbozzati; e però l’autore ben sa cosa e che cosa non dire, ne consegue che il magma narrativo è perfettamente bilanciato. Siamo di fronte a un romanzo breve che potrebbe essere una gran bella sceneggiatura per un film.
Cani sciolti, tipica espressione gergale, indica una generazione cresciuta allo sbando, dominata dal consumismo e dalla dittatura per trovarsi presto proiettata nel mondo moderno, quello del Duemila, dove solo ci si può riconoscere come una “generazione perduta”. Muhammed Aladdin descrive giovani senza grandi ideali, che arrancano, che vivono cercando di sbarcare il lunario e che il più delle volte solo sopravvivono a sé stessi. Tutti o quasi si trascinano, cercano di non fare grossi danni anche se poi la malasorte sempre li prende alle spalle. Cani sciolti sì, ma sempre costretti a fuggire da qualcosa o qualcuno.
Non c’è una vera e propria trama in Cani sciolti: c’è il romanzo, diverse microstorie che si legano fra di loro, senza una apparente coerenza che eppur c’è. Al pari dei molteplici protagonisti di Cani sciolti, anche la scrittura di Muhammed Aladdin è, per così dire, sciolta. Ahmed è forse il protagonista principale del romanzo. Ahmed scrive racconti pornografici per 3 dollari. I soldi che riesce a tirar su sono davvero pochi, servono giusto a pagare la bolletta della luce, ma Ahmed spera – e forse sogna – che un giorno sarà finalmente un grande scrittore, riconosciuto in patria ma soprattutto all’estero. Per l’intanto si accontenta di scrivere, perché scrivere è quello che sa fare e lui lo sa fare bene. Avrebbe preferito scrivere sul serio, ma “il porno” è il solo mercato letterario che paga, che gli dà qualcosa. Gli amici di Ahmed sono un po’ tanto degli sbandati, ragazzi diventati presto adulti e disillusi: Abdallah è un inguaribile menefreghista e un consumato cocainomane; El-Loul è invece un regista televisivo che fa quel che può. E Nadine è una che non si fa scrupoli, non troppi quando si tratta di fare del sesso occasionale o no. E’ lei una sorta di femme fatale, che alla fine trascinerà Ahmed, Abdallah ed El-Loul in una vicenda torbida, a tratti noir.
Cani sciolti di Muhammed Aladdin è perfetta Polaroid della nuova società egiziana, quella di una generazione perduta che, tra gli anni Ottanta e Novanta, ha creduto che qualcosa potesse cambiare in positivo.
Muhammad Aladdin (Il Cairo, 7 ottobre 1979) è un autore egiziano di romanzi, racconti e sceneggiature. Considerato tra i più brillanti esponenti della nuova generazione di scrittori egiziani emergenti, ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti nel 2003 e ad oggi è autore di quattro romanzi – Il Vangelo di AdamoIl trentaduesimo giornoL’idoloIl piede – e tre raccolte di racconti – L’altra rivaLa vita segreta del Cittadino M. e Giovane amanteNuovo amante – sofisticati affreschi, spesso dai toni noir, di una società invischiata in segreti e reticenze. “Cani sciolti” è il suo ultimo romanzo.
Cover designed by Magdy El Shafee autore di Metro ed. il Sirente/collana Altriarabi

Cani sciolti
 - Muhammad Aladdin - Traduttore Barbara Benini - Il Sirente edizioni - Collana Altriarabi - Prima edizione: 07/10/2015 - Pagine: 105 Lingua - Isbn: 9788887847499 - prezzo: 15 Euro

Il futuro è la memoria conservata nei libri – Sotto un cielo di carta – Roberto Ritondale – recensione di Iannozzi Giuseppe

Il futuro è la memoria conservata nei libri


Sotto un cielo di carta - 
Roberto Ritondale


Iannozzi Giuseppe

sotto un cielo di carta - Roberto Ritondale 

In un mirabile saggio firmato da Umberto Eco e Jean-Claude Carrière, “Non sperate di liberarvi dei libri” (uscito per Bompiani nel maggio del 2009), i due intellettuali mettevano in nuce l’oscurantismo galoppante di questo nostro tempo storico sempre più versato a introdurre entro i canali della comunicazione, di massa e non, un disastroso numero di bubbole. Per Eco e Carrière la memoria raccolta nei libri non è (o non sarebbe) destinata a morire, per cui né l’incessante trascorrere del tempo, né la mutevolezza delle mode potranno mai ridurre la cultura a un cumulo di cenere, o peggio ancora a un flusso di dati elettronici per soli e-reader. Il libro cartaceo si fa dunque mezzo culturale immortale, proprio di tutti quegli uomini che non possono (e non vogliono) rinunciare alla realtà per seppellirsi in una anarchia scomposta e deviante, quella di internet, che purtroppo sta abituando molti e moltissimi a non pensare più con la loro propria testa; diretta conseguenza di tutto ciò è quella di dire, quasi o sempre, giusta e corretta la stupidità carnevalesca prodotta nel web.

Sotto un cielo di carta di Roberto Ritondale, romanzo d’esordio con Leone editore, conduce il lettore in un mondo dove il controllismo è quella politica che, dopo la Terza Guerra Mondiale, ha sostituito il comunismo e il capitalismo. Ma che cos’è il controllismo? E’ una brutta cosa che si propone di essere democrazia attraverso il controllo sistematico di tutta la sfera affettiva e culturale dei singoli. Nella società immaginata da Roberto Ritondale, la gente sottostà a un regime orwelliano che impone a ogni singolo individuo quali sentimenti provare e quali invece no. I libri sono stati banditi così come ogni altra forma di comunicazione che non avvenga attraverso un tablet governativo. La gente non pensa, non pensa più con la propria testa né prova sentimenti che non siano stati preventivamente approvati dal governo e che non siano costretti entro i ristretti limiti della virtualità.

Sotto un cielo di carta
è un romanzo che bene si colloca fra le grandi distopie immaginate da George Orwell, Aldous Huxley, Edgar Pangborn, Philip K. Dick, Ray Bradbury, José Saramago, Diego Cugia.

In Sotto un cielo di carta l’utopia negativa, che Roberto Ritondale sottolinea, è tanto attuale quanto allarmante: “Quanto più crescevano i rapporti virtuali, tanto più diminuivano quelli reali. Anche l’idea che tutti controllassero tutti, grazie a Internet, era solo un imbroglio. La rete si era fatta ragnatela, intrappolando invece di liberare, con una ristretta élite che controllava la massa inconsapevole”. In una ipotetica ma non impossibile Grande Nazione del Nord, il potere e la legge sono nelle mani di un solo uomo, il generale Sainon: attraverso l’utilizzo di un tablet governativo in dotazione a tutta la popolazione, il governo del controllismo traccia ogni movimento, desiderio, sentimento, lettura… Il tablet è parte integrante dell’individuo mai libero di esprimere sé stesso, sempre controllato per ogni virgola o punto, in più o in meno, nel lento fluire senza uno scopo dell’esistenza. L’ideologia del controllismo è tanto semplice quanto lobotomizzante: chiunque tenti di evadere dai dettami dell’ideologia del controllismo, subito viene richiamato, messo in riga o tradotto in specialissimi istituti di ricovero. L’ex cartolaio Odal Clean però non ci sta e si ribella forgiando slogan che sono dei veri e propri ossimori. E’ questo il solo modo che ha per tentare di rovesciare il regime, di portare un po’ di sale in una società oramai ridotta ai minimi termini, senza più sogni e desiderio di vivere sotto l’egida del libero arbitrio. Odal non è solo, ma non si può neanche dire che possa contare su delle grandi forze. Al fianco dell’ex cartolaio Odal resiste un pugno di nostalgici rivoluzionari, che s’impegnano a far conoscere ai giovani la forza della libertà, la bellezza di esprimersi attraverso ciò che soltanto le parole possono trasmettere quando vergate su dei fogli di carta. Il Codice 2435 ha abolito l’utilizzo della carta, vale a dire la possibilità di creare e trasmettere della cultura libera da ogni servaggio. Odal lotta per un mondo che non sia un drammatico limbo, lotta per un mondo che torni a essere reale, palpabile, perché se capitalismo e comunismo hanno portato alla Guerra, il controllismo ha dato luogo al peggio del peggio riducendo gli uomini a dei meri burattini privi di coscienza, ben lontani dalla possibilità di un dio di bontà e soprattutto da sé stessi.

Cinzia Tani
, scrittrice e giornalista (nominata Cavaliere nel 2004 su iniziativa del Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi), spiega che in Sotto un cielo di carta di Roberto Ritondale c’è “lucentezza e tenebre” per quello che è un “magico talento letterario”.
Sotto un cielo di carta è un invito a non sottovalutare i libri come strumento di cultura e di memoria, perché soltanto leggendo i libri di ieri e di oggi si può imparare a pensare con la propria testa e quindi a essere liberi. La lezione che Roberto Ritondale porta ai suoi lettori è che un futuro migliore è possibile a patto che si abbia memoria di quella memoria storica che è nei libri, nella carta stampata.


Roberto Ritondale
è un redattore dell’Ansa, è nato a Pagani (Salerno) il 9 ottobre 1965 ma vive a Milano. Ha collaborato alla stesura di sceneggiature per il programma radiofonico La storia in giallo, in onda su Radio-Rai3 nel 2004 e 2005. È autore di romanzi e racconti per importanti case editrici. Sotto un cielo di carta è il suo romanzo d’esordio con Leone Editore.

Sito ufficiale dell'autore:
 http://www.robertoritondale.it/


Sotto un cielo di carta
- Roberto Ritondale - Leone editore - collana: Sàtura - pp: 224 - prima edizione: 2015 - ISBN: 978-88-6393-256-0 - Prezzo: 9.90 Euro

Profumo di caffè e cardamomo. Realtà quasi omerica nel romanzo di Badriya al-Bishr – recensione di Iannozzi Giuseppe

Profumo di caffè e cardamomo

Realtà quasi omerica
nel romanzo di Badriya al-Bishr


traduzione dall'arabo di Federica Pistono


Iannozzi Giuseppe

Profumo di caffè e cardamomo 

Il caffè si beve, si butta giù, quasi sempre più volte al giorno, è una tradizione, un piacere, per affrontare le fasi della vita che facile non è, non in Arabia Saudita, in una società dove vige il maschilismo, dove la morte è tangibile, impietosa e nera, appostata a ogni angolo di strada. Non si può parlare, la schiavitù è antica, radicata, sfrenata: non vale la vita e men che meno quella di una donna schiavizzata, violentata, e non poche volte eliminata su due piedi, per crudele divertimento anche. E’ solo possibile sopravvivere a sé stessi a patto che si accetti il mutismo e l’oscurantismo: è così, lo era ieri, quando il Novecento era appena sbocciato e ancor oggi è così che il Duemila, tra mille false predizioni, ha superato se stesso per proiettarsi in un impossibile futuro; per questo motivo, ma non solo per questo, si beve caffè e ci si fa i denti gialli. I giorni trascorrono monotoni in una devastante cecità: inutile gridare, nessuno ascolta e se un semplice nessuno, per puro caso o distrazione, coglie le urla di disperazione di una donna, subito china il capo.
Hind conosce la storia, conosce sua madre Hyla che da tempo ha sottoposto la propria vita al servizio degli uomini: Hyla non sogna, non spera, nemmeno tenta di andare contro le imposizioni maschiliste, si adopera invece per rafforzarle, per ottenere un ben misero cadeau, per tenere in catene la figlia affinché abbia destino non dissimile a quello di tante e tante altre donne. Ma Hind, per sua natura, è una ribelle: la ribellione è parte di sé, non accetta l’uomo che le viene imposto né intende rinunciare a scrivere perché è suo marito a dettar legge. Mansur è uno, uno dei tanti; da lui Hind ha una figlia, May, che subito viene ricusata dal genitore in quanto femmina. C’è ben più di un motivo perché Hind chieda il divorzio, nel tentativo ostinato ma non disperato di emanciparsi.
Badriya al-Bishr tiene vivo uno stile privo di fronzoli, descrittivo. L’autrice non intende dar voce a una stucchevole lamentazione, si preoccupa invece di portare ai suoi lettori la Storia, un ritratto della condizione della donna in Arabia Saudita e lo fa adottando una linearità quasi omerica. Profumo di caffè e cardamomo di Badriya al-Bishr (Atmosphere Libri, traduzione dall’arabo di Federica Pistono) non è un romanzo diaristico – bene è mettere i puntini sulle “i” -, è invece il resoconto puntuale e storico della realtà sociale araba, senza concessioni o edulcorazioni.
Badriya al-Bishr è nata a Riadh (Arabia Saudita) nel 1967. Con una laurea in Sociologia presso la King Saud University e un dottorato di ricerca conseguito all'Università Americana di Beirut, attualmente è docente presso la King Saud University presso il dipartimento di Studi Sociali. Dal 1991 al 1993, ha curato una rubrica settimanale dal titolo 'Half Noise' per il quotidiano al-Youm a Dammam. Ha scritto anche per il giornale Riyadh e ha collaborato per Middle East Newspaper. Attualmente scrive per la famosa testata giornalistica Al Hayat. Ha pubblicato in Italia alcuni suoi racconti (La bidella e Diario scolastico) in Rose d'Arabia, a cura di Isabella Camera D'Afflitto, Edizioni e/o, 2001. Profumo di caffè e cardamomo (Hind wa al-'askar, Beirut) è stato pubblicato in lingua araba nel 2006.

Profumo di caffè e cardamomo - Badriya al-Bishr - Traduttore: Federica Pistono - Atmosphere Libri - Collana: Biblioteca araba - Pagine 168 - Isbn o codice id: 9788865641569 - Prezzo: 15 Euro

Clown senza talento. O la dittatura dell'ignoranza

Clown senza talento


O la dittatura dell'ignoranza


Iannozzi Giuseppe


clown


- Difficile essere, o fare, il critico letterario. Difficile perché ci sono dei libri che non si possono recensire, e non perché brutti, semplicemente perché insignificanti. Questa è la tragedia. Fossero brutti, in due righe un bravo critico li stroncherebbe e morta lì; coi libri insignificanti invece non è possibile, perché il NULLA non lo si può descrivere, nemmeno con una critica feroce.

- In un paese povero di Cultura possono solo fiorire le dittature.

- Un libro che parli delle vicissitudini dell’autore è un libro destinato all’oblio.

- Non è sufficiente pubblicare con un editore, grande o piccolo che sia, se questi non promuove l’opera e l’autore. In certi casi meglio non pubblicare piuttosto che subire l’umiliazione di avere un libro non distribuito, invisibile al pubblico e alla critica.

Letteratura e pedagogia!

Letteratura e pedagogia!


Iannozzi Giuseppe


macchina-per-scrivere


La letteratura non può salvare né redimere alcuno e nemmeno ha qualcosa da insegnare a chicchessia. Da giovane, perché ancora ingenuo, credevo che tra i compiti della scrittura ce ne fosse anche uno pedagogico. Oggi non più. Tutt’al più sarà il lettore a ricavare degli insegnamenti a lui utili (o comodi) dai libri letti. Leggere porta a incontrare possibili realtà ed esperienze, nessuna storia ha però un qualsivoglia potere salvifico. Anche la denuncia di un malessere sociale attraverso la Letteratura è giust'appunto una denuncia che può o non essere accolta dal lettore. Non illudiamoci dunque che i libri possano cambiare il mondo. Possono solo e forse rendere un poco migliori quelle persone che avranno la buona volontà di leggerli e quindi di ampliare il raggio della loro conoscenza. Va da sé che aver conoscenza del bene o del male non rende necessariamente una persona migliore, votata ad adoperarsi per il bene comune. Scrivere serve più allo scrittore che non a un ideale pubblico.

Biscotti selvaggi e non di Padre Pio

Biscotti selvaggi e non di Padre Pio


Iannozzi Giuseppe

Su Facebook ho condiviso un post, da un profilo che ritengo affidabile. Forse, con un po' di leggerezza, ho pubblicato anch'io sul diario la storiella dei biscotti di Padre Pio. Mea culpa, mea maxima culpa: non ho approfondito più di tanto, fidandomi della fonte. Me ne dispiace, anche se a onor del vero è sì una bufala, ma a metà, come si può leggere nell'articolo su La Stampa, a firma di Elena Masuelli, che qui segnalo:


Ma chi produce simili boiate, a dir poco bambinesche, dovrebbe quantomeno toccarsi il cuore, chiedere scusa a Tutte/i e farlo pubblicamente. L'imputata è Selvaggia Lucarelli. Chi è la Lucarelli?

Lascio a Voi il compito di scoprirlo, non sarò di certo io a farle pubblicità. La Signora Lucarelli scrive, tra le altre cose, per Il Fatto Quotidiano... a che titolo non lo voglio sapere.

Io, Iannozzi Giuseppe, sono un giornalista e anche se ho condiviso da un profilo da me ritenuto affidabile, ciò non mi esenta dal dover qui chiedere scusa. Ho agito con un po' di leggerezza, in buona fede però. Chi invece si è adoperato per far girare questa bufala, non penso lo abbia fatto in buona fede. E ne è prova inconfutabile il post originale da cui è scaturito un bel bailamme, un post che qui riporto sotto forma di immagine, un post che lascia ben poco spazio ai dubbi.

biscottiselvaggialucarelli


"A rendere virale l’immagine dei biscotti con le stimmate, la sua diffusione nei giorni in cui è a Roma la salma del Santo di Pietrelcina, una foto che Selvaggia Lucarelli, forte dei suoi quasi 800mila contatti ha postata su Facebook. Apriti cielo. Fino alle prime indagini on line che hanno svelato l’origine del singolare dolcetto, senza riuscire però a fermarne le condivisioni." - (fonte: La Stampa.it - articolo di Elena Masuelli.

Chiedo dunque nuovamente e fortemente scusa per il grossolano equivoco in cui sono incappato. Mea culpa, mea maxima culpa.