sabato 8 settembre 2018

Silvia Stucchi: intervista alla curatrice e traduttrice di “Lettera sul suicidio” di Lucio Anneo Seneca (Dehoniane edizioni) - di Iannozzi Giuseppe

Silvia Stucchi: intervista alla curatrice e traduttrice
di “Lettera sul suicidio”
di 
Lucio Anneo Seneca


di Iannozzi Giuseppe

Dehoniane edizioni


Lettera sul suicidio - Lucio Anneo Seneca - EDB

1. Il suicido, tema oggi più che mai attuale, dal latino sui caedere, vale a dire uccidere se stessi, non è cosa nuova, né in Occidente né nella cultura orientale. I più pensano che darsi la morte sia una libertà dell’uomo, una liberazione da una condizione non più sostenibile, a volte per colpa di una malattia non curabile. La Chiesa come si pone difronte a chi sceglie la morte anziché la sofferenza?

            In verità, il testo senecano è stato da me scelto non perché io sia un'esperta di etica, o bioetica, o di teologia, ma perché sono una latinista e credo che non esista figura più affascinante, pur nelle sue contraddizioni, di Seneca. In effetti, se si prova a chiedere a un filologo classico e uno studioso di letteratura  latina con quale autore, se potessero, vorrebbero scambiare quattro chiacchiere, qualcuno risponderà Cesare, altri Tacito o Petronio; qualcuno sarà catturato dal fascino di Catullo o dall'idea di fare una conversazione con il misteriosissimo Lucrezio. Ma, in ultima analisi, credo che tutti, ma proprio tutti, vorrebbero conoscere Seneca. Chi comanda è sempre solo: e Seneca lo sapeva benissimo, visto che si è trovato ai vertici dell'Impero per molto tempo, e impegnato con un princeps e allievo dal carattere diciamo un po' particolare, assertivo, diremmo, come Nerone. Seneca era un uomo di intelligenza splendida, ma anche dalle contraddizioni innegabili: pensiamo alla Lettera 51 delle Epistulae morales ad Lucilium, dove biasima come superficiali i passatempi dell'élite socio-politica dell'Impero, che trascorreva i periodi di villeggiatura in località alla moda, come Baia. Ovviamente, se Seneca descrive e conosce così bene gli svaghi dei potenti, è perché anche lui vi ha preso parte, in qualche occasione...

            Ciò detto, il testo di Seneca della Lettera 70 è interessante perché ci propone una delle più ampie discussioni su un problema, quello del suicidio e della libertà del sapiens, che l'etica stoica - e tutta l'etica antica, in verità, - valutava come primario, in un momento in cui essa non era una alternativa all'etica cristiana, visto che ci troviamo in un contesto pre-cristiano. Il cristianesimo all'epoca è già diffuso a Roma (probabilmente in quegli stessi anni in cui Seneca mette mano alle Lettere a Lucilio, Paolo è nell'Urbe: ma attenzione, Seneca scrive le Epistulae ad Lucilium con ogni probabilità dal 62 al 65, anno della sua morte, quando ormai è avvenuto il suo ritiro a vita privata, e probabilmente deve avere tenuto in quegli anni un profilo bassissimo, limitando le sue apparizioni pubbliche e forse, possiamo immaginare, trattenendosi più nelle sue ville e dimore suburbane che a Roma). Il Cristianesimo, invece, è ancora un culto minoritario, che balzerà agli onori della cronaca con la persecuzione del 64; del resto, ancora cinquant'anni dopo Plinio il Giovane, nella famosa Lettera a Traiano (epist. 10, 96), sul trattamento dei cristiani e sui processi istituiti a loro carico, dimostrerà che, agli occhi di chi non segue la nuova religione, i principi del Cristianesimo sono ancora piuttosto vaghi, e Plinio stesso non riesce a coglierne lo specifico.

            Diciamo allora che il testo della Lettera 70 ci fa capire molte cose, come pure quello, per esempio della Lettera 41, a proposito della natura della divinità: da un lato, lo Stoicismo ha innegabilmente inciso e contribuito a plasmare l'etica cristiana. Del resto, il "mito" della sopportazione del dolore e della sofferenza, del sacrificio in nome di un bene comune, della pronoia, di una forma di Provvidenza, sono tutti elementi ancora a noi familiari (pensiamo anche al modo di dire banalizzato che usiamo spesso, "sopportare stoicamente", "sii stoico", e simili). Tuttavia, ci sono anche profondissime differenze, proprio inconciliabili: è vero che il Dio di Seneca intus est, è "dentro di noi", anche se la sua presenza viene percepita magari con più acutezza in contesti dove la solennità di certi ambienti naturali (grandi foreste con piante secolari, paesaggi maestosi, etc.) sembra esaltare la sua potenza creatrice e dove si avverte un senso di numinoso. Però è anche vero che lo Stoico di stretta osservanza crede che, con l'esercizio strenuo, l'uomo, o meglio, il sapiens, non solo possa elevarsi al di sopra della massa, ma persino essere superiore alla divinità, perché quella perfezione che la divinità possiede per statuto, il sapiens l'ha dolorosamente conquistata, a prezzo di rinunce e di una autoeducazione severa, un tratto che per noi si connota come hybris, come "tracotanza". E, del resto, il messaggio dello Stoicismo è un messaggio elitario: non tutti sono adatti a recepirlo, a sostenerne le richieste, e il saggio deve essere  consapevole che la cosa più disumanizzante è la folla, la massa, con le sue passioni vergognose e turpi: quella, davvero, è irredimibile.

2. Lucio Anneo Seneca, filosofo un poco ambiguo ma non per questo contraddittorio, in "Lettera sul suicidio" parla di libertà, senza fare, almeno apparentemente, una apologia a tutto spiano a favore del darsi la morte con piena consapevolezza. Papa Francesco, nel novembre del 2017,: “È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito proporzionalità delle cure.” Non si è dunque pronunciato a favore dell’eutanasia, tutt’altro. Dehoniane propone ai suoi lettori Seneca con la sua "Lettera sul suicidio": perché?

            Credo che un tratto che possa avere interessato la direzione editoriale sia sviscerare un aspetto così interessante del pensiero di Seneca, e che ci dà il polso di come, spesso, gli "utilisti", cioè coloro che, pur animati da buone intenzioni, vogliono fare l'apologia degli studi classici e della lettura degli autori latini greci, prendano, pur in perfetta buona fede, una strada a mio avviso sbagliata; e non sono la sola a pensarlo, perché così dicono anche N. Gardini e, prima, E. Cantarella.  In altre parole, talora ci troviamo a sentire ripetere che "gli antichi, i Latini e i Greci, erano proprio come noi, senza nessuna differenza". Sbagliato: gli antichi erano diversissimi da noi, e dobbiamo sottolinearlo, pena la banalizzazione di un pensiero anche molto complesso, come quello di Seneca, che rischia di venire ridotto a un "bigino". Ringrazio allora il Dottor Alessandrini, delle EDB, che mi ha dato la possibilità di approfondire questo tema così interessante.

             Va poi detto che il suicidio antico aveva motivazioni diversissime da quelle che si riscontrano nei nostri tempi: per esempio, il suicidio non sembra essere stato, da quanto possiamo intuire dalle fonti, un rischio cui erano sottoposti gli adolescenti (ma esisteva poi, l'adolescenza, come la intendiamo noi, a quell'epoca?); spesso si trattava di suicidi politici. Non dimentichiamo, infatti, che c'era anche una motivazione pratica: talvolta anticipare di propria mano la condanna a morte inflitta per crimen maiestatis, delitto di lesa maestà o di congiura contro il princeps, era la sola via per non disonorare definitivamente il proprio nome. Inoltre, in  simili frangenti, fare testamento assegnando metà del proprio patrimonio all'imperatore poteva garantire agli eredi di entrare in possesso almeno di una parte di quei beni, che, in caso contrario, sarebbero stati acquisiti interamente dal fisco imperiale.

3. Nella tua Premessa a “Lettera sul suicidio”, Silvia Stucchi, fra le altre cose, sottolinei: “Ai tempi di Seneca era ancora lontana l’affermazione del cristianesimo, che ha plasmato la nostra etica: esso era un culto minoritario, oggetto della persecuzione del 64, e il suicido era valutato in un’altra ottica. [...] La dottrina della libertà stoica si basava sulla facoltà di liberarsi della vita in ogni momento: anche Seneca pensa che vivere non sia un bene in sé e per sé, in quanto non ogni vita è comunque degna d’essere vissuta  [...]”. Oggi, qual è l’etica maggiormente accettata? E, soprattutto, Seneca ha ancora qualche cosa da insegnarci, o è sol più materia di studio per i latinisti e per pochi eruditi?

            Il mondo antico aveva in un certo senso il "mito" della libertà: ma quello che ci separa da quel tempo è, forse, il fatto che la libertà di cui poteva parlare un sapiens stoico- assodati tutti i punti di divergenza dall'etica cristiana che ho sottolineato già sopra - è che, mi sembra, il modo in cui molto spesso si intende la libertà oggi sia estremamente solipistico e autoriferito, senza quasi più alcun addentellato con il profilo pubblico dell'essere cittadino, del mettersi al servizio di un ideale, di spendersi per la comunità. Certo, Seneca da questo suo "impegno" pubblico alla corte di Nerone ricavò anche immensi vantaggi materiali, tanto che - lo riporto anche nel libro - dovette più volte giustificarsi agli occhi dei critici che gli rimproveravano scarsa coerenza fra i precetti di sobrietà della Stoà e il suo stile di vita. Il Nostro, infatti, era uno degli uomini più ricchi dell'Impero e cedeva eccome agli status symbol, dato che possedeva, giusto per fare un esempio, oltre cinquecento mense di preziosissimo legno di cedro. Ma ciò fa parte del fascino di Seneca, che, come sottolineavi anche tu, non è esente da ambiguità.

            In generale, se dovessi dire che cosa rende ancora attuale Seneca, e il pensiero greco e latino, non solo filosofico, direi per prima cosa questo: che ci ha insegnato a pensare per problemi. E poi, il mondo greco - romano ha in sè germi di modernità importanti: il nostro concetto di "persona" nasce dal Diritto Romano, oltre che dal Cristianesimo, e, tuttavia, non era un concetto applicato a tutti. Il mondo classico è un mondo di immense contraddizioni: esalta la libertà, ma la schiavitù è diffusissima ed è diffusa anche l'idea che ci siano individui "schiavi per natura", come dice Aristotele. Ancora, Seneca, e non certo solo lui, esalta la ragione, ma all'uso maturo della razionalità non tutti hanno accesso: le donne, il vulgus, il popolaccio, la folla disumana e disumanizzante, ne sono esclusi (anche se vi sono talora esempi luminosi, come i due oscuri gladiatori di cui Seneca parla nell'Epistola 70).

            E pensiamo, ancora, agli schiavi: il mondo romano, così fine e sottile nell'esaltare le prerogative e la dignità del civis, li considerava, secondo la nota definizione di Varrone Reatino, "instrumenta vocalia", cioè "oggetti, strumenti di lavoro dotati di parola": come una zappa, o un piccone, insomma, con il vantaggio che però essi potevano esprimersi a parole, e potevano così rispondere a stimoli complessi e svolgere anche attività di concetto. Ed è anche interessante vedere come possa il sapiens stoico, che crede in una divinità, ma impersonale e immanente nella Natura (come oggi pensano in fondo in molti), e in una Pronoa, una Provvidenza, spesso enigmatica e imperscrutabile, elaborare un sistema, o, comunque, una visione del mondo che rassicuri un'umanità la quale, senza più la fede ingenua e arcaica nelle antiche divinità olimpiche, era di fatto sola nel cosmo...Ecco, potrei dunque dire che il fascino e anche per certi versi l'attualità del pensiero senecano sta nel fatto che questo grande personaggio si è messo in gioco cercando di sviscerare i problemi dell'uomo del suo tempo - che poi sono spesso, questo sì, i problemi dell'uomo di ogni tempo -, con le sole armi dell'intelletto.

I'm your man. Vita di Leonard Cohen. Una biografia fondamentale per conoscere e comprendere Voce di Rasoio di Iannozzi Giuseppe

I'm your man. Vita di Leonard Cohen

Una biografia fondamentale per conoscere e comprendere Voce di Rasoio


di Iannozzi Giuseppe


I'm Your Man - Vita di Leonard Cohen
Una biografia che è meglio di un romanzo. C’è tutta la vita di Leonard Cohen, del Poeta, del cantautore, del cantante, dello scrittore, del pittore, e dell’uomo con i suoi tanti amori in poesia e non. Sylvie Simmons non ha scritto una semplice e arida biografia, ha invece narrato la vita del Sommo Poeta come in un vero e proprio romanzo.
In I’m your man. Vita di Leonard Cohen c’è la vera essenza di Leonard Cohen, in tutte le sue variegate sfaccettature, dai difficili difficilissimi esordi letterari e musicali fino alla consacrazione mondiale con l’album I’m your man, che ha segnato la rinascita e la riscoperta di quello che è oggi, giustamente, considerato uno dei maggiori e più raffinati Poeti al mondo, oltreché uno dei più grandi scrittori canadesi.
Una lettura appassionante, che vi terrà incollati alle pagine e vi farà venir voglia di comprare ogni libro e ogni canzone mai scritti da Leonard Cohen.

I’m your man. Vita di Leonard Cohen di Sylvie Simmons, edito in da Caissa Italia, è un capolavoro letterario, d’amore e di passione. Dopo aver letto questa biografia… questo romanzo sulla vita del Poeta, non potrete far a meno di leggere i romanzi di Leonard Cohen, Il gioco preferito e Beautiful Losers, e, ovviamente, vi sarà impossibile non innamorarvi della sua poesia, dei suoi tanti libri di poesia, dei suoi dischi, delle sue canzoni, della sua voce ruvida e tagliente come lama di rasoio.
Leonard Cohen - Suo padre, imprenditore tessile, morì quando lui aveva nove anni. A diciassette anni entrò alla McGill University dove formò i Buckskin Boys e scrisse il primo libro di poesie, Let Us Compare Mythologies (tradotto in Itala con il titolo Confrontiamo allora i nostri miti).

Il suo secondo volume, pubblicato nel 1961 e intitolato The Spice Box of Earth, fu apprezzato in tutto il mondo. Ma come è sempre accaduto nella sua carriera, l'enorme riconoscimento ricevuto dalla sua opera non trovò un corrispettivo dal punto di vista economico. "Non riuscivo a guadagnarmi da vivere", ha detto. Da quasi cinquant’anni Leonard Cohen incanta il mondo con le sue canzoni con le sue poesie di ribellione e d’amore, perennemente in bilico tra la vita e l’immaginazione. Scrive Giancarlo De Cataldo nella prefazione a L’energia degli schiavi: «Perennemente incapace di scegliere fra l’ascesi imposta da un millenario retroterra mistico e la pella abbronzata delle stelline di cartapesta, ha bruciato e consumato amori, rancori, droghe e dolori. Ha mollato l’azienda di famiglia (ramo tessile) per farsi poeta. Ha studiato la cabala e il Talmud ed esplorato il sesso adolescente nel lungo inverno canadese. È partito per Cuba entusiasta di Fidel e ne è stato cacciato con ignominia per aver fatto comunella con una congrega di santi bevitori e donnine di facili costumi quanto mai invisa al moralismo di regime. È stato “Capitan Mandrax”, il bipede semovente più fatto del sistema rock, e ha conteso a Erns Junger e William Burroughs il discutibile primato di tossico più longevo del XX secolo. A sessant’anni suonati s’è ritirato in cima a un eremo per assistere il vecchio maestro Roshi, a quasi settanta ha riscoperto Los Angeles, la tv e il nemico pubblico numero due (dopo l’undici di settembre) dei puritani stelle & strisce: il tabacco. Nel bel mezzo del periodo buddista ha scritto una sarcastica invettiva rivendicando la sua mai negletta appartenenza alla cultura (e alla fede) ebraica. Il suo continuo oscilare da un estremo all’altro di due visioni profondamente contrapposte dell’esistenza ne fa un esempio unico di vita vissuta e raccontata in una “presa diretta” costantemente sopra le righe.»
Dopo un breve periodo trascorso alla Columbia University di New York, Cohen ottenne una borsa di studio con la quale venne in Europa, stabilendosi in Grecia, nell'isola di Hydra dove visse per sette anni con Marianne Jensen e suo figlio Axel. Nel periodo greco scrisse un'altra raccolta di poesie Fiori per Hitler (1964) e due romanzi di successo The Favourite Game(Il gioco preferito, il suo ritratto di giovane ebreo a Montreal) e Beautiful Losers (1966). Dopo aver raggiunto la notorietà come romanziere e poeta, Cohen decise di tornare in America e dedicarsi completamente alla musica. Nel 1967 registrò per la Columbia il suo primo album The Songs of Leonard Cohen, che include brani come "Suzanne", "Hey That's No Way To Say Goodbye", "So Long, Marianne" and "Sister of Mercy".  Songs for a Room e Songs of Love and Hate del '69 e del '71 confermano il talento di Cohen come poeta e musicista della solitudine. Del '72 è il suo primo album dal vivo Live Songs. Nel 1973 New Skin for the Old Ceremony dà l'avvio a un rinnovamento stilistico che coniuga la tipica ricerca nei meandri dell'animo umano con un suono rinnovato e arrangiato con più cura. Dopo questo album Cohen si prende qualche anno di pausa fino al 1977, quando esce forse il suo album più strano Death Of a Ladies' Man. A questo fa seguito Recent Songs del 1979, un nuovo punto di partenza rispetto ai precedenti, in cui oltre ai temi riguradanti le difficili relazioni uomo/donna si affacciano quelli riguardanti la sfera religiosa che Cohen realizza in pieno nell'album del 1984 Various Positions nel quale sono incluse canzoni come "Halleluja", "The Law", "Heart With No Companion", nate da una lunga e difficile battaglia spirituale che Cohen ha intrapreso con se stesso. I'm your man del 1988 è stato forse il culmine della carriera professionale. Nel corso degli anni '90 Cohen ha continuato a scrivere poesie che sono state pubblicate in tutto il mondo: per un uomo che aspirava semplicemente ad essere "un poeta minore" tutto questo non è poco. È morto l'11 novembre 2016.

Sylvie Simmons - Nata a Londra e oggi residente a San Francisco, la Simmons ha cominciato la sua notevole carriera nel 1977 come corrispondente da Los Angeles per Sounds, uno dei tre principali settimanali rock britannici. Musicista lei stessa (suona l’ukulele) ha scritto i testi per i libretti di diversi autori, tra cui David Bowie, i Red Hot Chili Peppers, Johnny Cash e, ovviamente, Leonard Cohen. Per I'm your man. Vita di Leonard Cohen ha lavorato ininterrottamente dal 2009 al 2012.

I’m your man. Vita di Leonard CohenSylvie Simmons – Traduttore: Yuri Garrett – Caissa Italia – pagine 488 – ISBN 9788867290192 – Prezzo € 25,00

Tra Calvino e Buzzati l’esordio di Andrea Esposito con “Voragine” (Il Saggiatore) – recensione di Iannozzi Giuseppe

Tra Calvino e Buzzati l'esordio di Andrea Esposito

VORAGINE


di Iannozzi Giuseppe

Voragine - Andrea Esposito - Il Saggiatore

I fantasmi sono il nostro primo nemico, il più grande e pericoloso. Andrea Esposito esordisce con il romanzo Voragine (Il Saggiatore, 2018), un romanzo di formazione ambientato in un  tempo e in un luogo non definiti con dei banali e superflui nomi. Sappiamo però che siamo nei pressi della periferia romana. Da subito l’aria che si respira è claustrofobica: Giovanni, protagonista principale della storia di Andrea Esposito, vive e cerca di sopravvivere in un mondo che, giorno dopo giorno, si sbrana da sé. Le atmosfere dipinte dall’autore con pennellate secche e precise, senza mai dar corpo a delle perifrasi, a grandi linee potrebbero ricordare al lettore certi paesaggi kafkiani, ma di più certi deserti post-apocalittici tipici di Richard Matheson e H.P. Lovecraft; e poi c’è una buona dose di magma narrativo la cui connotazione è di chiaro stampo surreale, un guardare al mondo così come faceva Dino Buzzati.

Giovanni ha un fratello più piccolo che muore presto per colpa di una malattia. Giovanni resta insieme al padre che poco a poco impazzisce del tutto. Il padre è un’ombra in carne e ossa, è in realtà un essere non comprensibile. Sin tanto che è in vita mette in piedi sculture fatte di materiali di scarto e tutte impossibili da decifrare. Il padre muore e arrivano i suoi fratelli che incontrano Giovanni. Non è un incontro felice, Giovanni viene sbattuto fuori da quella che sino ad allora era stata la sua casa. Suo malgrado è costretto a vagabondare nel mondo, in un mondo che giorno dopo giorno si scioglie dentro a una pazzia collettiva. Giovanni si aggira all’interno di un paesaggio che riflette alla perfezione la deriva di violenza che la società (di oggi) ha fatto o sta facendo sua. Non c’è un solo angolo dove si possa stare al sicuro, e tutti sono dei potenziali assassini e dei cannibali. Nessuno ricorda più niente di niente: nella mente e nel cuore di più o meno tutti a farla da padrona è una pazzia che, probabilmente, ha origini ancestrali – o lovecraftiane che dir si voglia – e che si è risvegliata. Giovanni può solo andare avanti e tentare di sopravvivere. Però non è solo. Qualcuno osserva i suoi passi e i suoi comportamenti e lo guida. Un profeta retroattivo, un non meglio definito angelo tutelare, lo aiuta a diventare uomo in un mondo che ha cannibalizzato l’essenza stessa dell’umanità.

Voragine è un romanzo distopico e di formazione secondo la migliore tradizione: nella scrittura di Andrea Esposito convergono tante influenze letterarie che passano per i già citati Matheson, Lovecraft e Buzzati e che lambiscono l’ironia di Italo Calvino e quel senso del grottesco presente in molti lavori di Niccolò Ammaniti.
Andrea Esposito è nato e vive a Roma. Nel 2017 con Voragine è stato tra i finalisti del Premio Calvino.

Voragine - Andrea Esposito - Il Saggiatore - Collana: La Cultura - Anno edizione: 2018 - ISBN 9788842824299 - pagine: 190 - € 19,00

ALLEN GINSBERG, POETA-PROFETA DI IERI, DI OGGI – Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 (Il Saggiatore) – recensione di Iannozzi Giuseppe

ALLEN GINSBERG, POETA-PROFETA DI IERI, DI OGGI


Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996


Iannozzi Giuseppe


Allen Ginsberg - Non finché-vivo - poesie-inedite- Il Saggiatore
Possiamo oggi dire che Allen Ginsberg è il primo e il più grande Poeta della Beat Generation  e di quel modernismo poetico che esplose dopo gli anni Cinquanta. La poesia – quasi sempre urlata e mai pacata, urlata con voce cancerosa impastata di jazz, nicotina, peyote – di Allen Ginsberg è molto superiore a quella di Jack Kerouac, e questo perché Ginsberg sulla poesia ci lavorava, e non si stancava mai di rivedere i suoi scritti. Ginsberg non era quel tipo di poeta che lasciava che la poesia fosse il semplice parto di una ispirazione improvvisa, nata per caso. Jack Kerouac, ottimo romanziere, pensava invece che la poesia dovesse essere scritta e non rimaneggiata, perché, per lui, soltanto l’ispirazione nata sul momento era giusta e in qualche modo veritiera. La poesia di Kerouac non è affatto perfetta: suscita emozioni, certo che sì, ma è rappresentativa di un movimento culturale e in esso rimane, per così dire, (parzialmente) prigioniera
.
Attraverso le sue poesie, più di chiunque altro, Allen Ginsberg ha ritratto l’America, ha denunciato l’America e i suoi sporchi affari, gli stessi che ancor oggi vengono portati avanti da uomini senza alcuna coscienza. La poesia di Allen Ginsberg non conosce censure, non ne conosce perché è il poeta stesso ad aborrire l’idea, fosse anche passeggera, di autocensurarsi.

Allen Ginsberg nacque a Newark (New Jersey) da una famiglia ebraica. Suo padre era poeta e professore di liceo, mentre la madre, Naomi Livergant Ginsberg, non godeva purtroppo di buona salute, era infatti affetta da una malattia psicologica che nessuno riuscì a comprendere appieno. La malattia della madre, la sua sofferenza, la sua instabilità segnarono in maniera profonda il giovane Allen, che, nel corso degli anni, parlerà della madre in tante e tante poesie, sempre con affetto e con rabbiosa-rassegnata disperazione. Sul finire degli anni Cinquanta, Allen strinse amicizia con Jack Kerouac e William S. Burroughs. Ma qualcuno si indispettì, perché Allen venne ritenuto il “leader” della Beat Generation; è dunque doveroso sottolineare che mai e poi mai Allen si disse leader del movimento Beat. A ogni modo, sin da subito, Allen Ginsberg, grazie a lavori giovanili di massimo spessore quali Howl and Other Poems (1956), Kaddish and Other Poems (1961), Reality Sandwiches (1963), dimostra che il suo fare poesia ha sì qualcosa che lo lega alla Beat Generation, ma non in maniera così sostanziale, definitiva. Per tutta la sua vita, fino alla fine, Ginsberg scrisse poesia. Il suo modo di fare poesia era, nello stesso tempo, semplice e articolato: partendo da uno scritto in prosa, Allen lo traduceva, con non poca passione, in veri e propri versi, sempre urlati e mai addomesticati. È fuor di dubbio che la poesia di Ginsberg subì il fascino del jazz (del suo ritmo e delle sue cadenze); e fu non poco influenzata dal modernismo, oltreché da una non mai rinnegata fede Buddhista contaminata dall’Ebraismo. Allen Ginsberg collaborò anche con Bob Dylan per l’album Desire (1976, Columbia Records); in realtà la collaborazione del poeta con Dylan iniziò ben prima, già negli anni Sessanta per la realizzazione del famoso video Subterranean Homesick Blues.

Allen Ginsberg, anche se non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, rimane il più attuale e il più grande poeta-profeta americano, dal quale ognuno di noi ha davvero molto da imparare. I mali di ieri sono gli stessi che affliggono la società di oggi, proprio gli stessi: questo e molto altro lo possiamo capire leggendo gli urli jazzati di Allen, e non è davvero poco.
Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996 di Allen Ginsberg, edizione a cura di Bill Morgan, prefazione di Rachel Zucker (traduzione di Leopoldo Carra, Milano, Il Saggiatore, 2017) raccoglie buona parte di quelle poesie che l’autore non pubblicò quand’era ancora in vita, o se sì, su qualche rivista. Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996, ovviamente, accoglie una ben documentata sezione relativa alle fonti di tutti i testi, una per tutte le referenze fotografiche e una con delle ottime e più che mai fondamentali note di lettura.

Non finché vivo. Poesie inedite 1942-1996. Testo inglese a fronte - Allen Ginsberg - Traduttore: Leopoldo Carra - Editore: Il Saggiatore - Collana: La cultura - Pagine: 378 - ISBN: 9788842822981 - Prezzo: € 28,00