giovedì 5 dicembre 2019

Servizi di editing libri e correzione bozze

Servizi di editing libri

e correzione bozze


Chi è l'editor e cosa fa? È il redattore al quale è affidata la cura di un testo altrui al fine di prepararlo per la pubblicazione.

Chi è il correttore di bozze e cosa fa? È lo specialista che si preoccupa di leggere le bozze di un testo destinato alla stampa, in modo da trovare e correggere errori di battitura.

Scrivere Libri - Iannozzi Giuseppe - editing

Hai scritto un libro e non sei sicuro d’esser del tutto padrone della tua grammatica? Hai paura che qualche cosa sia sfuggita al tuo seppur vigile occhio? Ciononostante vorresti presentare il tuo lavoro a un editore.
Un libro, anche se l’idea potrebbe essere buona, se presenta delle lacune grammaticali, poco ma sicuro che l’editore lo rimetterà al mittente senza pensarci su nemmeno una volta.

Scrivere Libri

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– Il servizio di editing e correzione bozze è un servizio a pagamento; chi volesse usufruire di una mia consulenza è pregato di contattarmi in privato tramite e-mail: giuseppe.iannozzi[at]gmail.com;

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lunedì 30 settembre 2019

ESSERE SALINGER

ESSERE SALINGER


Salinger

[...] Dentro di sé andava ripetendo: Essere o non essere Salinger, questo è il problema!
Fu un pensiero quasi fugace, ma l’ebbe: Forse ho scritto un po’ poco. Sarò ricordato per i secoli a venire?
Suo malgrado pensò anche che la sua non era stata una esistenza felice, nonostante i successi. Aveva scritto Il prenditore nella segale per dimostrare a Oona O’Neil che lui, Jerome David, non era secondo a nessuno. Il suo unico romanzo, dato alle stampe nel 1951, era subito diventato un bestseller. Non c’era generazione che non se ne fosse innamorato. E però era l’unico suo romanzo. Aveva poi scritto diversi racconti, alcuni brevi, altri più o meno lunghi. In realtà niente di complicato; e ammetterlo gli costava non poca fatica, perché, in fondo, lui era il Messia degli Ebrei.
Forse era ancora in tempo, avrebbe potuto scrivere qualcosa, un nuovo romanzo: non aveva idee.
Sullo scrittoio stava una pila di fogli bianchi, suppergiù un migliaio.
Era stanco e infelice. Soprattutto si credeva non felice: non ricordava giorni del tutto lieti, tranne quei pochi passati insieme a Oona O’Neil. Si era sposato, aveva avuto due figli, Matt e Margaret. Entrambi erano diventati attori affermati. E poi? E poi c’era lui, Jerome David che aveva scritto un solo romanzo. Uno solo.
Con animosità fissò la pila di fogli bianchi che mai avrebbe usato per scrivere.
Oona O’Neil aveva dato a Chaplin ben otto figli. Era morta nel 1991: tumore al pancreas.
Sarebbe morto dello stesso male di Oona; e lui, Jerome David Salinger, non desiderava la morte, non la desiderava affatto.
Da tempo aveva fatto testamento, mettendo nero su bianco la ferma volontà affinché i suoi lavori inediti venissero pubblicati non prima di cinquant’anni dalla sua dipartita.
No, non aveva scritto un solo romanzo, anche se, con tutta probabilità, sarebbe stato ricordato per Holden e non per gli altri personaggi da lui creati. Se non ricordava male, aveva scritto almeno cinque storie incentrate sulla famiglia Glass, ma anche un romanzo autobiografico basato sul suo rapporto con Sylvia, la sua prima moglie; e poi un altro romanzo, un diario sul controspionaggio nella Seconda Guerra Mondiale. E sì, era tornato a parlare di Holden Caulfield in alcuni nuovi racconti. Tutto questo sarebbe bastato per assicurargli l’eternità?
Sarebbero passati cinquanta anni prima che i suoi inediti venissero stampati. Era cosa da folli, lo sapeva.
Non stava per niente bene.
«Li ho scritti davvero questi libri?», gridò.
Non ne era sicuro. Forse aveva solo immaginato di averli scritti.
Fissò ancora la pila di fogli bianchi sullo scrittoio.
Forse era ancora in tempo a scrivere un ultimo romanzo.
No, impossibile. Il suo tempo era finito, anche se il cancro se lo stava portando via con una lentezza esasperante. E poi, e poi lui non voleva morire a novantuno anni.
Si portò dietro allo scrittoio, si accomodò in poltrona e abbandonò il capo sulla risma di fogli, facendola presto franare.
Farfugliò qualcosa, a voce alta, con tono piuttosto disperato, tanto non c’era nessuno accanto a lui: «È questo il mio capolavoro, l’ultimo.» [...]

da IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €


Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio


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- Lidia Popolano parla de "Il male peggiore"

sabato 13 luglio 2019

Primula Galantucci - Accadde tutto in un attimo - Intervista all'Autrice di Iannozzi Giuseppe

ACCADDE TUTTO
IN UN ATTIMO

L'esordio letterario
di Primula Galantucci

Intervista all'Autrice


di Iannozzi Giuseppe

Accade tutto in un attimo - Primula Galantucci - Chiado Books

1. Primula Galantucci, “Accade tutto in un attimo” (Chiado Books) è il tuo primo romanzo. Qual è stata la necessità principale che ti ha fatto decidere di metterti alla prova con la scrittura?

Ho sempre amato scrivere sin dai tempi delle scuole elementari; in terza vinsi una borsa di studio (il primo premio) con un tema partecipante ad un concorso letterario indetto da vari istituti scolastici che piacque molto per la profondità del suo contenuto, considerando che a scriverlo fosse stata una bambina di circa otto anni. Ricordo che, sempre quando frequentavo le scuole elementari, scrivevo dei raccontini brevi che vendevo ai miei compagni di classe. Ehm, sì, sono sempre stata attratta dal commercio! Da adolescente ho iniziato a scrivere poesie ed appunti riguardanti storie che avrei voluto trasformare in romanzi ma che non trovavano mai fine. Poi a ventitré anni purtroppo ho avuto l’incidente che mi ha portato via i miei genitori, lasciandomi con due fratelli più piccoli e con tutte le responsabilità di un capofamiglia. Da quel momento in poi non ho più avuto alcuna ispirazione poetica o letteraria fino a quando, dopo aver compiuto la mia analisi personale (perché amo la psicologia anche se non sono una psicologa) e per superare il trauma subito, ho deciso di diventare volontaria in Croce Rossa riuscendoci alla grande. Svolgendo il servizio da volontaria mi sentivo importante, utile a qualcuno, vedevo e toccavo con mano molteplici situazioni, incontravo tanta gente alla quale mi sentivo vicina, e, di sera, quando tornavo a casa ho ricominciato un po’ alla volta a scrivere quelle che erano le mie impressioni, le sensazioni e le riflessioni su ciò che vedevo e sulle persone con cui mi confrontavo: volontari, ammalati, disabili, infermieri, medici, ecc. Qui è nata l’idea di scrivere il mio primo romanzo, partendo proprio dal mio incidente fino ad arrivare al momento in cui sono diventata una soccorritrice, perché soccorrendo gli altri era un po’ come farlo per i miei genitori che dal momento dell’impatto frontale con il camion che ci ha travolto non avevo più rivisto. Ho deciso quindi di mettermi alla prova con la scrittura per esorcizzare un trauma che tenevo rinchiuso nel cuore, ed anche perché non riuscivo a parlarne con nessuno; ma sapevo anche che non potevo tenermi tutto dentro e man mano che scrivevo dei miei genitori era un po’ come averli ancora accanto a me e quindi se avessi pubblicato il libro li avrei resi immortali.

2. “Accade tutto in un attimo” è, in linea di massima, un lavoro autobiografico che non manca di presentare al lettore immagini crude, la realtà che è di vita e di morte. Temi che qualcuno possa riconoscersi nelle situazioni da te descritte e per chissà quale ragione dispiacersene?

No, non credo assolutamente che questo possa accadere e cioè che qualcuno possa immedesimarsi in qualche personaggio da me descritto, in quanto nella stesura del romanzo ho narrato ciò che facevo in Croce Rossa ed in altre situazioni, come sul lavoro che svolgevo ai tempi ma sempre con la massima attenzione, facendo in modo che nessuno potesse riconoscersi nei propri ruoli: ho modificato i luoghi dove facevamo gli interventi, ho cambiato i nomi di tutti gli attori che compaiono nel libro e ne ho inventati alcuni di sana pianta. Si può dire che l’unico personaggio autentico dell’opera sono io.

3. Con tutte le sue contraddizioni, l’umanità è al centro del tuo lavoro: che cosa significa, oggi come oggi, impegnarsi in qualità di volontario/a della Croce Rossa?

Diciamo che al giorno d’oggi anche il ruolo di volontario, di qualsiasi associazione si tratti, assume responsabilità non indifferenti. Il corso (che in Croce Rossa per esempio dura nove mesi) prepara il volontario ad affrontare non soltanto gli aspetti infermieristici del caso, ma anche gli aspetti giuridico-legali portandolo a conoscenza di quelle che potrebbero essere le conseguenze derivanti da una “manovra” sbagliata. Impegnarsi in qualità di volontario vuol dire amare il prossimo e mettersi a sua completa disposizione, rendersi utili e fare di tutto per salvare una vita umana, ovviamente nei limiti del possibile.

4. Non è facile, non lo è mai raccogliere dalla strada qualcuno che sta esalando l’ultimo respiro, e magari promettergli, sapendo di mentire, che se la caverà. “Accade tutto in un attimo” racconta vite spezzate, per colpa di incidenti stradali o malattie incurabili, anche se qualcuno direbbe per colpa del destino (del “fato”). Tu credi che la vita di noi tutti sia in mano alle Parche?

Nel mio caso specifico, molte volte mi è capitato di pensare: se non fossi andata in quel luogo di vacanza dove mi trovavo quel giorno, sarebbe successa la stessa cosa? Se fossi uscita cinque minuti prima o cinque minuti dopo, avrei incontrato ugualmente sul mio cammino il camion che ha travolto me e la mia famiglia nell’incidente? Non so dare una risposta e neanche una spiegazione plausibile, comunque non credo ci sia un destino che determini le nostre sorti; le cose, semplicemente, avvengono o non avvengono, e nessuno di noi potrà mai sapere il perché. Posso solo affermare con certezza che “Accade tutto in un attimo”.

5. Talvolta il rapporto con i colleghi non è facile, vuoi lo stress quotidiano, vuoi perché vedere la vita negli occhi di chi se ne sta andando ci porta a considerare che siamo fragili, fin troppo. Nel tuo romanzo, ogni giorno bisogna combattere per cacciare indietro la fragilità umana, e i miracoli non accadono troppo spesso, quasi mai. Con “Accade tutto in un attimo” intendi forse portare qualche forma di insegnamento a qualcuno?

Nel mio romanzo ho cercato di sensibilizzare la gente su tutto ciò che riguarda il soccorso, la malattia e la disabilità umana. Per quanto mi riguarda la scelta di diventare volontaria è stata fatta proprio perché, dopo essermi trovata varie volte in situazioni d’emergenza nelle quali non sapevo come intervenire, ho sentito il bisogno di apprendere le nozioni di primo soccorso ed ho voluto descrivere le mie emozioni, anche per fare in modo che qualcuno potesse seguire il mio esempio, perché, a volte, basta soltanto saper fare un massaggio cardiaco nella maniera corretta per salvare una vita umana.

6. Secondo quella che è la tua esperienza sul campo, quando si tratta di strappare qualcuno dalle braccia della morte è più importante avere fede nell’abilità dell’uomo di scienza o nella benevolenza di un qualche Dio?

Pur essendo credente, devo comunque dire che in certe situazioni bisogna agire immediatamente e non c’è il tempo per pregare nessun Dio, quindi opto proprio per l’abilità dell’uomo, della scienza e della medicina.

7. Questa è sicuramente una domanda urticante: il tuo romanzo ha pretese di letterarietà?

No, il mio romanzo non ha nessuna pretesa. Ho voluto scrivere questo romanzo nonostante le mie contraddizioni interiori, perché sappiamo tutti che un romanzo autobiografico porta a conoscenza del pubblico e, soprattutto, di chi ti conosce tutto ciò che narri di te stesso. Ma il mio lavoro spero serva anche a sensibilizzare, almeno un po’, la gente verso l’importanza del primo soccorso. Direi che questo è il motivo principale, per ricordare i miei genitori prematuramente scomparsi ai quali ho dedicato il libro.

8. So che hai frequentato un corso di scrittura creativa e che coltivi altri hobby. Qual è il tuo modo di intendere la letteratura? Quali autori ti hanno maggiormente influenzata e formata? Per quali motivi?

Ho frequentato un corso di scrittura creativa proprio perché, avendo sempre amato scrivere, ero e sono tuttora alla ricerca di una forma di perfezione letteraria forse un po’ difficile da raggiungere. Sono da sempre stata legata al marketing ed alla pubblicità (per motivi lavorativi e personali), e nello scrivere cerco ogni volta di raggiungere il cuore dei miei lettori e di farli immedesimare nei miei personaggi, e nelle emozioni delle storie che narro. Le mie letture preferite sono sempre state i grandi classici che in alcuni casi ho riletto più volte, senza tralasciare Freud ed i grandi psicologi, Kafka. Ma ho letto anche moltissimi autori contemporanei che non sono da meno di tanti autori classici. In ogni caso, la letteratura e il modo di narrare si evolvono con i tempi.

9. Come definiresti lo stile che hai adottato per “Accade tutto in un attimo”? Siamo di fronte a un romanzo diaristico, di formazione, o che altro?

Ecco, lo sapevo che avrei incontrato una domanda difficile che mi avrebbe messa un po’ in difficoltà! Dunque, posso dire che un romanzo autobiografico come il mio si avvicina più ad un lavoro diaristico che ad un romanzo di formazione, però, come ho già avuto modo di dire, è anche vero che guardandola sotto il punto di vista della sensibilizzazione delle persone, forse anche la formazione potrebbe trovare un giusto riscontro.

10. A chi consiglieresti di leggere “Accade tutto in attimo”? Perché?

Consiglio di leggere “Accade tutto in un attimo” a tutti quelli che si sentono soli, tristi, che si sentono vuoti, sconfitti dalla vita, senza una meta né una speranza; a chi ha subito un torto, una malattia, un incidente, una perdita o qualcosa di brutto e per questi motivi pensa non ci sia più nessun valido motivo per cui valga la pena di vivere. Forse, nel mio libro potrebbero trovare la forza che serve loro per credere in qualcosa. Lo consiglio anche e soprattutto a tutte le persone che hanno voglia di vivere, che sanno che esistono anche tante cose belle, come un sorriso o un gesto d’amore che ti gratifica; e lo consiglio a quanti apprezzano i colori, i fiori e le belle canzoni, perché sanno che nonostante le avversità della vita bisogna sempre trovare un motivo per andare avanti, perché la vita è imprevedibile, ed è per questo che “Accade tutto in un attimo”.

Accade tutto in un attimo – Primula Galantucci – 1ma edizione: Ottobre 2018 –  pagine: 204  – Chiado Books – Collezione: Viaggi nella Finzione – ISBN: 9789895240302 – Prezzo: € 12,00

lunedì 1 luglio 2019

"L'arte di cavalcare il vento" di Francesco Tiberi è un piccolo grande capolavoro

L’ARTE DI CAVALCARE IL VENTO


Francesco Tiberi incastra
i suoi lettori per non liberarli più


Iannozzi Giuseppe

Francesco Tiberi - L'arte di cavalcare il vento - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni
L’arte di cavalcare il vento (96 rue de-La-Fontaine Edizioni) è un atipico romanzo di formazione e il suo autore è un certo Francesco Tiberi. Sin dal titolo possiamo arguire che il lavoro di Tiberi si discosta nettamente da quelli che, oggi, sono i canoni narrativi imperanti. Allora diciamolo subito, sul piano letterario l’autore cavalca il vento, cavalca l’originalità e resta sempre in arcione, anche quando i suoi personaggi finiscono loro malgrado con l’abbracciare situazioni impossibili, o quasi, da risolvere. Ma prima di parlare di cosa accade nelle pagine del romanzo di Tiberi, è doveroso per il critico fare il punto sullo stile letterario dell’autore, uno stile che, volutamente e arditamente, si discosta da più o meno tutti i cliché che oggi vanno per la maggiore. Con uno stile ricercato, talvolta roboante, sfiorando un costrutto narrativo barocco, non dimenticando di porre, in più di una occasione, l’accento a favore di un umorismo grottesco – lo stesso che è in certi lavori di Paolo Villaggio –, Francesco Tiberi non dimentica di sparare sentenze di vita che il lettore butta giù come un buon Rosolio di Finocchietto. In alcuni passaggi, nella scrittura di Tiberi par di scorgere la benefica influenza di Gesualdo Bufalino, Luigi Pirandello ed Elio Vittorini, ma anche quella più giovanilistica di Enrico Brizzi e quella più cannibale di Niccolò Ammaniti. Senz’ombra di dubbio, Tiberi ha avuto modo di leggere parecchio, autori disparati per stile e per tematiche trattate, e tutti, chi più, chi meno, hanno influenzato il modo dell’autore di guardare alla vita e alla letteratura. Scriveva Pirandello che è “sorte miserabile quella dell’eroe che non muore, dell’eroe che sopravvive a se stesso” (I vecchi e i giovani), e Jacopo detto l’Errante, il personaggio principale de L’arte di cavalcare il vento, non ci tiene affatto a essere eroe, in nessuna foggia.

L’arte di cavalcare il vento racconta di Jacopo l’Errante, personaggio che, verosimilmente, si ispira ad alcune vicissitudini dell’autore, quasi tutte dal sapore picaresco e donchisciottesco. L’Errante è un giovane non troppo giovane di nobili ideali, e qualche volta cade e si sbuccia le ginocchia e l’anima, ma non demorde mai: suo destino è di andare controcorrente, poco ma sicuro. Jacopo non ce l’ha un lavoro, vive in famiglia e cerca di sbarcare il lunario come può. La madre si preoccupa per il futuro del figlio, e pure il padre malato che vive i suoi giorni cacciato dentro a un letto, al buio, in una camera dove non filtra mai un raggio di sole. Vivere con i genitori, anziani ed entrambi cagionevoli di salute, non è affatto facile, bisognerebbe avere orecchie piene di cera o di cerume bello spesso per non sentire i rimproveri (non sempre giustificati), per non avvelenarsi il fegato, e bisognerebbe non essere mai in casa; e Jacopo cerca di stare fuor di casa il più possibile, e incontra amici e sbruffoni d’ogni sorta, poeti, arruffapopoli incapaci, mafiosetti locali che dalla loro hanno soltanto una laurea per la stupidità dimostrata nel corso di tanti e tanti anni, avvinazzati con le pezze al culo, sognatori che sognano sempre i soliti sogni vecchi e abusati, folli un po’ santi e un po’ stronzi. Non di rado, l’Errante chiama in causa Don Euro che, ovviamente, si spampana, senza mai far piovere un centesimo per chi caduto nella disperazione più nera.

L’umanità che ci racconta Francesco Tiberi è molto variegata, a tratti vestita di maschere pirandelliane che si sgretolano nel tempo di un batter di ciglia. L’Errante ha un amico, probabilmente l’unico che gli è fedele, Porthos, un cagnone francese che ne ha passate di cotte e di crude. Jacopo l’Errante e Porthos sono fatti l’uno per l’altro, osservano il mondo che li circonda e non ci stanno a farsi sbranare dalle sue fauci. Ce la faranno Jacopo l’Errante e Porthos a non finire in malo modo, soffocati dal sistema, da Don Euro che gonfia la pancia per sfiatare pesanti pernacchie da almeno due orifizi?

L’arte di cavalcare il vento è un lavoro che non manca di poesia, che è quasi sempre arrabbiata e quasi mai pacata. Tiberi non si risparmia e sciorina antitesi, allegorie, metafore, similitudini, e chi più ne ha più ne metta; l’autore non può davvero fare a meno di bastonare tutte le brutture che gli si parano davanti agli occhi, con un estro che cavalca la rabbia di Cecco Angiolieri e l’umorismo grottesco di quel Paolo Villaggio creatore del mitico ragioniere Fantozzi. Nel romanzo di Francesco Tiberi confluiscono tante cose (esperienze), così tante che si corre il rischio di essere catapultati per sempre dentro al piccolo grande universo disegnato a parole dall’autore, il quale, forse, desidera proprio questo, incastrare i suoi lettori per non liberarli più.

Francesco Tiberi vive a Tolentino (Macerata). Laureato in ingegneria, scrive da oltre dieci anni. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulle principali riviste letterarie italiane (“Inchiostro”, “Ellin Selae”, “Osservatorio Letterario”, “Inverso”, “Storie”…). Nel 2010 è uscita una sua antologia intitolata Fumo Acre. L’arte di cavalcare il vento è il suo primo romanzo edito.


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L’arte di cavalcare il vento - Francesco Tiberi - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Anno edizione: 2018 - Pagine: 308 - EAN: 9788899783631 - € 15,00

domenica 30 giugno 2019

Le voci dell'autorità - Marco Purita - 96 rue de-La-Fontaine edizioni - recensione di Iannozzi Giuseppe

Le voci dell'autorità - Marco Purita


Un romanzo distopico che strizza l'occhio
a George Orwell, R.H. Benson, P.K. Dick


di Iannozzi Giuseppe

Marco Purita - Le voci dell'autorità - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni
“Accrescere”, è questo il significato più puro quando si parla di autorità (auctoritas, da augeo). C'è voluto poco perché l’autorità sposasse il potere. Per Platone il potere è «la definizione dell’essere», il tratto distintivo dell’esistenza reale: ossia la capacità di «influenzare un altro, o di essere influenzati da un altro.» (Sofista, 247e – citato in Treccani, Enciclopedia delle scienze sociali) Nel corso dei secoli, filosofi e politici hanno detto la loro sull’autorità e sul potere, portando quasi sempre l’acqua al loro mulino. In Così parlò Zarathustra (Delle cattedre della virtù) F.W. Nietzsche sottolinea: «In Rispetto ed obbedienza ai magistrati, anche se sono contraffatti! Ciò vuole il buon sonno. Che colpa ci ho io, se l’autorità ama di preferenza camminare con gambe storte?» Il filosofo di Basilea è dell’idea che l’autorità sia qualcosa di falso e menzognero. E George Orwell invita a non credere alle favole, ma è anche fortemente critico nei confronti delle rivoluzioni pur ritenendole necessarie. Nell’introduzione a 1984 di Orwell, Umberto Eco evidenzia: «Orwell ha intuito che nel futuro-presente di cui egli parla si dispiega il potere dei grandi sistemi sovranazionali, e che la logica del potere non è più, come al tempo di Napoleone, la logica di un uomo. Il Grande Fratello serve, perché bisogna pur avere un oggetto d’amore, ma basta che egli sia un’immagine televisiva.» (Umberto Eco Orwell o dell’energia visionaria)

Le voci dell'autorità è il primo romanzo di Marco Purita, che dà corpo a un impianto narrativo la cui identità è fortemente distopica; l’autore ritrae il nostro tempo presente e non esita a ritrarlo compromesso, guastato da troppa tecnologia che rende l'individuo schiavo di smartphone e personal computer. Fuor di dubbio, Marco Purita amplia quel discorso iniziato tanto tanto tempo fa da Robert Hugh Benson con Il padrone del mondo, romanzo pubblicato nel 1907 e oggi tornato a godere di nuova fortuna, per la sua attualità ribadita più volte da Papa Francesco. In sostanza, ne Il padrone del mondo l’autore evidenzia come la tecnologia ha preso il sopravvento sulla fede, per cui l’Apocalisse non potrà che essere prossima e inevitabile.

Mirko Pagnotta era giovane e di belle speranze, ma il maledetto fato ha voluto che premesse il grilletto per uccidere. Fu un incidente, qualcosa che Mirko non aveva programmato e le cui ripercussioni sembrano non avere mai fine. Mirko passa diversi anni fra le sbarre, ma non sta con le mani in mano, cerca di darsi una istruzione. Dopo dieci anni di prigionia, Mirko rivede la luce del sole. Ma non ha ancora finito di scontare la pena inflittagli, le notti se le fa ancora dentro. In carcere ha avuto modo di incontrare una donna che gli resta accanto anche quando lui esce. Chiara e Mirko, durante le ore di sole, vivono in via Barbaroux, in una Torino pressoché normale. Mirko è più che mai deciso a riprendere in mano le redini della sua vita, quando all’improvviso legge sul giornale che a Milano il direttore di un giornale è stato preso di mira da quelle che sono state ribattezzate le Nuove Brigate Rosse. Per Mirko inizia il dramma, perché comincia a sentire delle voci. Vorrebbe dire tutto a Chiara, alla sua compagna, ma non è sicuro che sia la cosa giusta da fare. Le voci continuano a penetrargli il cervello e l’anima, e Mirko non sa più a che santo votarsi. I giorni diventano mesi e le voci non scompaiono. Mirko teme che, in qualche modo, l’Autorità si sia installata nel suo cervello. Le voci gli dicono che ogni cosa che lui pensa e scrive è un atto politico che non potrà non avere delle conseguenze nel mondo reale. Mirko crede d’impazzire. Come se tutto ciò non bastasse, Chiara lo tradisce e Mirko si vede costretto ad allontanarla. Al coro di voci che gli assicurano che la pagherà cara se ne aggiunge un’altra, quella di una giovane, della figlia di Dio. Ci vuol davvero poco perché Mirko impari ad amarla! Poi, sulla sua strada incontra una donna divorziata, Ingrid. La lotta per tentare di uscire dalla follia, se di questo si tratta, è appena iniziata.

Marco Purita dà alle stampe quello che, chiaramente, è un romanzo distopico. Non è difficile indovinare quali autori abbiano maggiormente influenzato l’autore: George Orwell, Robert Hugh Benson, Philip. K. Dick, F.W. Nietzsche, e non da ultimo il libro dei libri, la Sacra Bibbia. Lo stile di Marco Purita è piuttosto lineare, tant’è che si ha quasi l’impressione di leggere la sceneggiatura di un film. Ogni capitolo inquadra un ben preciso momento della vita di Mirko, sollevando nell’animo del lettore inquietanti interrogativi: viviamo all’interno di una enorme stanza, siamo di essa prigionieri come polli d’allevamento? Ed ancora: i pensieri che diciamo nostri li abbiamo veramente pensati noi o siamo vittime delle Autorità, di un condizionamento psicosociale e politico?

Le voci dell'autorità di Marco Purita, come si può ben intuire, è un romanzo che strizza l’occhio alle tematiche esposte nelle opere di autori quali Orwell, Benson e Dick, ed è anche una accusa contro una civiltà ipertecnologica che sta annientando l’umanità di ognuno di noi e che ci sta facendo dimenticare il piacere di avere un rapporto veritiero, come Dio comanda, con il nostro prossimo, senza sms e stupide app (applicazioni mobile).

Marco Purita è dottore di ricerca (XXIV ciclo) presso l’università degli studi di Torino. Ha vinto numerosi riconoscimenti per le sue tesi, ha pubblicato articoli su riviste specializzate del pensiero politico, racconti, romanzi non di genere, e due saggi politici su Nietzsche: Nietzsche, la politica dell’antipolitico (2013); Nietzsche, l’antipolitico e i regimi totalitari del Novecento (2018). Le voci dell’autorità è il suo primo romanzo.


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dall'editore rue de-La-Fontaine


Le voci dell'autorità - Marco Purita - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Prima edizione: maggio 2019 - - ISBN: 9788893990165 - Prezzo: € 15,00

giovedì 20 giugno 2019

Scritti... dal paesello di Sergio Fiucci. In libreria il nuovo libro di un grande autore

SCRITTI... DAL PAESELLO

Il nuovo lavoro di Sergio Fiucci
è molto più di un pamphlet


Iannozzi Giuseppe

96, Rue-de-La-Fontaine Edizioni



Sergio Fiucci consegna i suoi Scritti... dal paesello al piccolo ma prestigioso editore 96, Rue-de-La-Fontaine Edizioni, anche quelli più scomodi e che la redazione de Lacerba decise di non pubblicare. In questo agile volumetto sono raccolti un gran bel numero di articoli, e tutti puntano a scattare una vera e propria fotografia del nostro presente che non è piacevole né bello. Sergio Fiucci, in arte Beato Maestro del Provvisorio, al pari di un novello Allen Ginsberg non tiene peli sulla lingua, e laddove ravvisa uno sbaglio, piccolo o grossolano che sia, lo evidenzia con verve ironica e filosofica, talvolta con una punta di rabbia e di giustificata perfidia.
Adamas Fiucci, in una nota pubblicata in Scritti... dal paesello, evidenzia: “[...] Si tratta di una parentesi poietica incentrata sull’analisi immediata, e non mediata, di fotogrammi paesani, prodotta a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila. Con questo ingresso nel mondo giornalistico, il Beato Maestro offre, da un lato, una anarchica decostruzione della forma ‘convenzionale’ dell’articolo d’approfondimento, dall’altro un faceto castigar politici e cittadini coinvolti nei ludi di sistema. [...] Con la discesa nei meandri della cultura indiana – buddista e induista –, così distante dalle logiche occidentali, si compie invece quella cesura tra il Beato Maestro e il mondo giornalistico nostrano che, inevitabilmente modellandosi sulla sontuosa morale papalina, aborra l’atavica sessualità, confondendola con il libertinismo acefalo.”
Nei pezzi di taglio giornalistico di Sergio Fiucci c’è il microcosmo ma anche il macrocosmo: infelici dettagli e vizi che sono propri del paesello sono grossomodo gli stessi che affliggono il nostro paese, da Aosta a Palermo e più giù ancora, fino a Lampedusa. Fuor di dubbio, Sergio Fiucci è un fustigatore di gran classe che, a costo di rischiare di non esser compreso  – e oggi come oggi, si sa, gl’ignoranti di professione vengono su come certi funghi velenosi; e, purtroppo, quasi nessuno trova che ciò sia indecente – indefessamente continua dritto lungo la propria strada, con la sicurezza del giusto, di chi avendo studiato con il cuore e con la mente i tanti problemi legati alla vanità degli uomini, ancor oggi trova dentro di sé la forza di dare la stura a una sana incazzatura.
Scritti... dal paesello non è soltanto una superba raccolta di articoli scritti con gran piglio letterario (di altri tempi!), è anche la summa del pensiero del Beato Maestro del Provvisorio il quale contrappone alla dilagante superficialità una ferrea profondità intellettiva, sicuramente capace di avvicinarci al terzo occhio, purché si sia disposti ad ascoltarlo senza pregiudizi.
Si racconta che Sergio Fiucci, in arte Beato Maestro del Provvisorio, Cavaliere Accademico Sezione Arte del Verbano, Accademico di Merito Sezione Arte de "i 500" di Roma, fotografo, perfomer, pittore, poeta, scrittore, "fuori da qualsiasi schema" & "studioso delle civiltà orientali", nasca a Loreto Aprutino (Pescara) il 12 aprile 1951. Nel 1969 si diploma Maestro d'Arte all'Istituto Statale d'Arte di Penne. Nel 1973 si laurea in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Roma. Dal 1976 insegna Discipline Pittoriche al Liceo Artistico Statale "Angelo Frattini" di Varese. Dall'1 settembre 1994, lasciato l'insegnamento, si dedica alla ricerca estetico-concettuale. In self-publishing ha pubblicato Taccuino, India 90, appunti per ventuno giorni di viaggio, Altalene di Eros 33 e una summa poetica, 1990 - 2012 Inseminazioni beate. "SCRITTI... Dal paesello" è il terzo libro edito, dopo Volizioni in inverno, 2016 e DOMANDE & RISPOSTE dall'eremo dell'io beato, 2017, con 96, Rue-de-La-Fontaine Edizioni.
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Scritti... Dal paesello - Beato Maestro del Provvisorio - Editore: 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Anno edizione: maggio 2019 - Pagine: 130 -ISBN: 9788893990103 - Prezzo: € 12,00

venerdì 22 marzo 2019

Cesare Pavese - estratto da "Il male peggiore" (Edizioni Il Foglio) di Iannozzi Giuseppe con una nota critica di Lidia Popolano

Cesare Pavese - estratto da
"Il male peggiore"


di Iannozzi Giuseppe


con una nota critica di Lidia Popolano

L’autore affronta con grande determinazione e notevole coraggio la tragica e mitica dipendenza dell’uomo dalla bellezza femminile per poter sperare di raggiungere l’assoluto. Per far questo, accanto al personaggio principale Giacobbe, così come si presenta al mondo e a se stesso, inserisce in un modo inedito le storie di celebri scrittori, quali infinite e sfaccettate rappresentazioni interiorizzate della tragedia, nel protagonista stesso. Un’opera complessa, sincera e spietata che non passa sul lettore senza conseguenze. - Lidia Popolano

[...] Cesare Pavese morto in un piccolo albergo, nei pressi di Porta Nuova: sconfitto dai sonniferi. Aveva deciso, con lucidità, di addormentare la sua cazzo di vita in una camera d’albergo, al Roma di Torino ingoiando una generosa dose di barbiturici, dodici bustine. 27 agosto 1950, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza, l’epitaffio scritto di sua mano: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. 
Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
Constance Dowling, l’ultimo amore, non corrisposto, troppo difficile fra le Langhe, l’aveva portato a una depressione fulminante, una depressione che, a onor del vero, da quarantadue anni buoni lo tallonava: il ragazzo timido, amante dei libri e della natura, sempre pronto ad allontanarsi dagli uomini, sempre pronto a nascondersi per poi inseguire farfalle e uccelli, per sondare il mistero dei boschi, quel ragazzo si era addormentato una volta per tutte insieme a Cesare Pavese, un uomo che, dopo i quaranta, aveva raggiunto una certa notorietà con in tasca delle lire non proprio da buttare. Durante il periodo universitario non era troppo difficile trovarlo impegnato in focose discussioni nelle trattorie, assieme a operai e venditori ambulanti, insieme alla gente comune. Erano bastati dei sonniferi per togliersi di mezzo, senza pestare i piedi a nessuno.
Tutte le amiche le dicevano che somigliava a una diva di Hollywood: «Sei bella, bella come Constance». Francesca alzava le spalle, abbozzava poi un sorriso di sfida: «No, nient’affatto». E sulla fronte un presentimento di dolore, una ruga non ancora matura. Emilia le correva accanto, quasi: Francesca teneva un passo svelto e la gamba lunga l’aiutava senza che dovesse affannarsi. Via Po illuminata a festa: il Natale stava per cadere. Luci e luci, perlopiù di dubbio gusto. [...] da IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio


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martedì 12 marzo 2019

Lily Amis per Destinazione libertà - recensione di Iannozzi Giuseppe

Destinazione libertà


Lily Amis scrive per tutti quelli
che una voce non ce l'hanno


Iannozzi Giuseppe


 Lily Amis - Destinazione libertà - Armando editor

La penna di Lily Amis rifugge inutili fronzoli specificatamente letterari e privilegia uno stile diretto, molto colloquiale, affinché tutti possano calarsi nei suoi panni e in quelli della sua famiglia. In questo caso, l’approccio diaristico è giusto e necessario perché diventa strumento di denuncia, evidenziando in maniera non artefatta gli orrori visti e vissuti da chi racconta. Dopo esser stato tradotto in inglese e tedesco, Destinazione libertà. Una voce per tutti quelli che non ce l’hanno di Lily Amis viene pubblicato in Italia da Armando Editore. Destinazione libertà narra le peripezie di Lily e dei suoi cari costretti a fuggire da un paese dove il giogo della religione è diventato tale da non essere sostenibile. Negli anni Ottanta, l’Iran conosce un periodo profondamente oscuro, e Saddam Hussein ne approfitta per muovergli guerra, convinto che la rivoluzione e le epurazioni dei vertici militari persiani avessero inciso negativamente sulla forza del paese. In Iran il clima che si respira è di altissima tensione; il regime instauratosi in Iran farà pagare un prezzo molto alto a donne, bambini e dissidenti. Con Ruḥollah Khomeynī l’Iran viene sconvolto da un islamismo fortemente moralista di stampo sciita duodecimana, negando di fatto le libertà più elementari a un po’ tutti gli iraniani. La Guida Suprema dell’Iran si spegne nel giugno del 1989 a seguito di un cancro all’intestino; la guida del paese passa subito all’Āyatollāh Alī Khamenei, che ancora oggi dice che cosa è giusto e cosa invece non lo è.

Destinazione libertà ha un impianto chiaramente biografico. Lily lascia l’Iran quando è ancora una bambina, ci farà ritorno dopo una operazione agli occhi e scoprirà che suo padre non è più suo padre. Mentre Lily e sua madre erano via, l’uomo ha venduto tutto quello che si poteva vendere e che era loro. Perché l’ha fatto? Per costruirsi una nuova vita insieme a una giovane donna. Ma il tradimento del genitore è solo la punta dell’iceberg; in Iran la vita è cambiata in maniera radicale, le donne devono portare il velo, la libertà di stampa non esiste più e non c’è giorno che passi senza dover temere di morire per mano del regime o a causa di un attacco iracheno. Bisogna fuggire, ricostruirsi una vita altrove, ma uscire dall’Iran è difficile, molto: chi può cerca di raggiungere la Germania o gli USA. Per Lily inizia una vera e propria odissea che la porterà a conoscere la cattiveria dell’uomo nei suoi molteplici aspetti: pregiudizi, cinismo, cattiveria di stampo xenofobo e fascista saranno solo alcuni degli ostacoli che la giovane Lily troverà davanti a sé. Ma il karma esiste e alla fine metterà a tacere le malelingue.

Comprendere la storia odierna è atto rivoluzionario; e se è vero che la Storia si ripete, le nuove generazioni hanno il dovere, etico e progressista, di non replicare gli errori di quelle passate. Destinazione libertà di Lily Amis è un romanzo necessario perché dà voce a quanti, confidando in Dio, oggi lasciano il proprio paese per sfuggire alla morte, a una politica di soppressione.

Lily Amis è autrice di libri per bambini, illustratrice e blogger. Nata a Tehran, vive in Svizzera da oltre trent'anni. Laureata in Web editing, Marketing e Pubbliche Relazioni e parla farsi, tedesco e inglese. Impegnata sul fronte dei diritti umani, crede fermamente che tutti meritino felicità, libertà e una vita degna, indipendentemente dalla nazionalità, dal colore della pelle, dall'età, dall'orientamento sessuale o dal credo religioso. A tal fine, si è esposta all'attenzione dei media  e all'interesse del pubblico durante la crisi per i rifugiati dell’estate del 2015. Conta due apparizioni nel giornale nazionale britannico “the Daily Mirror” e interviste nel popolare sito britannico “Female First” e “Frost Magazine”.

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Destinazione libertà - Lily Amis - Armando editore - collana: scaffale aperto - pagine: 160 - Prima edizione: novembre 2018 - ISBN: 9788866779391 - prezzo: € 16,00

martedì 5 marzo 2019

Irène Némirovsky – Lo sconosciuto – EDB – Recensione di Iannozzi Giuseppe

Irène Némirovsky - Lo sconosciuto


Anche oggi fratelli che uccidono altri fratelli


Iannozzi Giuseppe

Irène Némirovsky - Lo sconosciuto

Forse, Lo sconosciuto faceva parte di un progetto più vasto, di un romanzo, non possiamo saperlo, non con assoluta certezza. E però noi lettori siamo fortunati perché Lo sconosciuto, sotto forma di novella, è lettura che è arrivata sino a noi e che non manca di compiutezza. Irène Némirovsky, di origine ebraica, convertita al cristianesimo nel 1938, non riuscì a sfuggire alla follia nazista; arrestata dai nazisti, fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì di tifo dopo un mese di prigionia. Le opere Irène Némirovsky hanno cominciato a interessare la critica e il pubblico italiano grazie ad Adelphi editore, che nel 2005 ha iniziato a pubblicare le opere della scrittrice.

Come si è già detto, Lo sconosciuto (L’Inconnu, 1941) è un racconto sul destino, sulle tragedie che il destino riserva a chi vive in tempo di guerra. Due fratelli, entrambi soldati, François e Claude si ritrovano, si incontrano nel viavai di una stazione ferroviaria. François, molto più giovane di Claude, è felice di partire, di andare alla guerra: “Aveva venticinque anni ed era contento di andare a combattere. Tutto l'inverno era stato di stanza nel Nord e aveva incontrato solo due avversari: la noia e il freddo.” Claude invece ha moglie e figli, e ha già visto il sangue, ha già visto morire amici e compagni. François pensa che “non è giusto” che il fratello non venga lasciato in pace.
François e Claude chiacchierano, mentre in stazione la confusione è forte: Claude racconta al fratello quello che gli è accaduto, di come si sia trovato faccia a faccia con la morte; e alla fine gli mostra una foto. Gli spiega che l’uomo nella foto non può che essere loro padre: le cicatrici che ha sul volto non lasciano spazio a dubbi. E gli fa anche capire che il padre non era morto durante la Prima Guerra Mondiale, nel maggio del 1917, come credevano, si era invece rifatto una vita in Germania. E alla fine ammette – o confessa – che nel corso di uno scontro fra tedeschi e francesi, lui, Claude, per non essere ucciso, era stato costretto a uccidere un giovane soldato tedesco, un certo Franz, il loro fratellastro. Claude è purtroppo sicuro di quello che va confessando al fratello François: Franz aveva una fossetta sul mento, un segno caratteristico di famiglia e che anche lui, Claude, ha ereditato dal padre. La tragedia è definita, è compiuta, non è possibile cambiare una sola virgola. A François, Irène Némirovsky mette in bocca queste parole che riassumono appieno l’insensatezza e la drammaticità della guerra: “Non ci si pensa mai, ma con i quattro anni dell’altra guerra, l’invasione, poi le nostre truppe sul Reno, dei fratelli hanno dovuto già trovarsi gli uni contro gli altri in campi nemici.”

Nella traduzione di Giovanni Ibba, con una molto chiara nota di lettura di Jean-Louis Ska, Lo sconosciuto di Irène Némirovsky torna in libreria per EDB Edizioni. L’attualità de Lo sconosciuto, ieri come oggi, è allarmante: in questa novella dai toni apparentemente pacati, anche quando il dramma viene esplicitato, non c’è solo la Storia, c’è il nostro momento storico fatto di incertezze, di guerre, di fratelli che, con consapevolezza o no, uccidono altri fratelli.

Irène Némirovsky (1903-1942), nata in Ucraina, di religione ebraica, convertita al cristianesimo nel 1939, è morta ad Auschwitz nel 1942. Riscoperta solo dopo la morte, in seguito alla pubblicazione postuma di Suite francese, è stata tradotta in molti paesi del mondo, Italia compresa, da editori come Adelphi e Garzanti.

Lo sconosciuto – Irène Némirovsky – Nota di lettura di Jean-Louis Ska  Traduzione di Giovanni Ibba  1ma edizione: 2018 – Pagine: 64 – EDB Edizioni – Collana: P9 Lampi sezione: Lampi d'autore – Preparato per la pubblicazione da Valeria Riguzzi – EAN: 9788810567784 – € 7,00

Hermann incontra la grandezza di Dio – Da “IL MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio)

Hermann incontra la grandezza di Dio


Da “IL MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe


(Edizioni Il Foglio)

 
- disegno a matita su cartoncino - (c) Iannozzi Giuseppe -
Nel corso del suo lungo peregrinare, un giorno che il sole era alto e caldo più del solito, il Siddharta trovò riparo in quella che credeva essere un’oasi di pace. [...]
[…] Finito che ebbe di leggere, Hermann lasciò cadere la stilografica sui fogli appena vergati. Di certo non era il suo racconto migliore, però ogni parola gli pareva rilucesse d’una spiritualità che nel mondo si era persa da tempo. Si alzò dallo scrittoio, accusando subito una forte stanchezza. Intuiva che presto il suo spirito sarebbe volato alto. Non glielo avevano detto che era vicina la fine, però lui lo sapeva lo stesso. Trasfusioni di sangue e iniezioni gli avevano forse allungato un po’ l’esistenza, e, a conti fatti, non era stata brutta la sua vita. Sospirò. «Diventare un uomo è un’arte», ricordò a sé stesso con un filo di voce, facendo sua, ancora una volta, la lezione di Novalis. Da giovane aveva scritto al padre che se non poteva amarlo che almeno gli prestasse i soldi per acquistare una pistola. Aveva pensato di suicidarsi e l’aveva pensato sul serio, e forse si sarebbe dato la morte se… Eugenie, la ragazza di cui si era innamorato scrivendole poesie su poesie, l’aveva rifiutato, e lui, troppo sensibile, aveva subito pensato che per lui la vita non avesse più alcun valore. Senza giri di parole, la bella Eugenie gli aveva spiegato che il suo era un amore folle e impossibile. Una vertigine colse all’improvviso il vecchio lupo della steppa e quasi rischiò di farlo rovinare a terra. […]

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €


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LA COSA SOMOGYI. PRIMO LEVI - da IL MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio)

LA COSA SOMOGYI. PRIMO LEVI


da IL MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe


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Io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz.
PRIMO LEVI I sommersi e i salvati
C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.
FERDINANDO CAMON Conversazione con Primo Levi
Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il Foglio

Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza. Oppressi e oppressori stanno sempre in una zona grigia, i salvati sono invece un numero esiguo, salvati dal caso e non da un Dio. Mordechai Chaim Rumkowski, ebreo affezionato al potere, appoggiato dalle SS, lui era un oppressore e un privilegiato che, nel ghetto della cittadina di Łódź, dettava legge nelle vesti di decano. Chi sono i salvati? Sono un numero esiguo i salvati, salvati dal caso e non da un Dio. Così andava rimuginando fra sé e sé Primo. Il mattino era di silenzio, eccetto che per delle vaghe note che una vecchia radio, tenuta a basso volume, lasciava libere nell’aria: Glenn Gould al piano suonava Bach.
Aprile 1987: non era un anno poi diverso da molti altri che aveva visto. Ad Auschwitz i mesi, i giorni, le ore non esistevano. Dio non aveva mai buttato l’occhio giù ad Auschwitz. Non lo aveva fatto perché Dio era una finzione, macabra e dilettantesca quanto si vuole. Jean Améry era sopravvissuto alla Shoah, e si era tolto la vita. Quando gli avevano chiesto il perché di quel gesto, era stato lapidario: «Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato».

Il 13 dicembre del 1943 i nazifascisti lo avevano preso in Valle d’Aosta e subito lo avevano tradotto all’inferno, prima nel campo di concentramento di Fossoli, e nel febbraio del 1944 ad Auschwitz. All’inferno c’erano gli aguzzini e le vittime. C’erano degli uomini. Da quel dicembre del 1943, di anni ne erano passati un bel po’, ma, per lui, non era cambiato granché: adesso stava in casa, in Corso Re Umberto, numero civico 75. Nel corso degli anni passati a scrivere, non aveva mai sentito l’esigenza di cambiare abitazione. Le milizie lo avevano beccato nel villaggio di Amay, sul versante verso Saint-Vincent del Col de Joux, per l’esattezza fra Saint-Vincent e Brusson. Lo avevano interrogato. Alla fine si era dichiarato ebreo. Forse loro si aspettavano che si dichiarasse partigiano.
Il 22 febbraio del 1944, insieme ad altri seicentocinquanta ebrei, fu stipato su un treno merci. Ogni vagone teneva dentro cinquanta persone. Non c’era possibilità di salvezza: erano destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Una volta in Polonia lo registrarono con il numero 174.517 e subito lo tradussero al campo di Buna-Monowitz, noto come Auschwitz III. C’era rimasto fino alla liberazione. L’Armata Rossa l’aveva liberato il 27 gennaio del 1945. Oltre a lui, l’Armata Rossa liberò altri venti ebrei italiani. Gli altri, tutti gli altri, tutti morti. Perché lui era sopravvissuto? Perché sapeva un po’ di tedesco; perché Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, rischiando la sua vita, gli portava qualche cosa da mangiare; perché era un chimico e la Buna, di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben, aveva bisogno di chimici per la produzione di gomma sintetica. «Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza», sbottò a mezza voce. Poi pensò, come tante altre volte nel corso degli anni, che (gli uomini) lo avrebbero rifatto. Auschwitz sarebbe risorta, con un altro nome, in Germania o all’altro capo del mondo. Si considerava un sopravvissuto, ma solo perché il caso aveva giocato a suo favore in quel frangente terribile dove, più e più volte, si era interrogato su cosa significasse essere un uomo. Aveva visto uomini, proprio come lui, operare il male contro altri uomini. Aveva visto l’inferno, la morte, quella più terribile, quella vestita d’un volto non troppo dissimile al suo. Da Auschwitz era uscito sulle sue gambe, ma non era del tutto vero, perché ogni giorno riviveva l’orrore. Non poteva, anzi non voleva dirlo ad alta voce, pur considerandosi a pieno diritto una vittima postuma dell’orrore. Tornare alla vita non fu affatto facile, perché, in realtà, lui la vita l’aveva lasciata in quel maledetto campo di concentramento insieme a quella di altre centinaia di persone, di ebrei. Era tornato per raccontare l’orrore, perché così il caso aveva deciso per lui. Suo malgrado era stato costretto a scrivere Se questo è un uomo, La tregua, Se non ora, quando?, I sommersi e i salvati. Il caso gli aveva affidato un compito e non gli era stata concessa la possibilità di alzarsi dal tavolo, di chiamarsi fuori dal gioco. Aveva dunque scritto, perché questo era il dovere che gli era stato assegnato. Le SS avevano tentato di distruggere tutte le prove a loro carico. Ci avevano provato, la Storia però non la si cancella, non con un colpo di spugna e nemmeno cercando di bruciare i documenti. La Storia aveva indicato i colpevoli, alcuni erano stati condannati, altri erano fuggiti e avevano trovato riparo al di là dell’Europa. Molti non avrebbero pagato per i crimini commessi. E da dove si erano nascosti, loro avrebbero fatto di tutto per far credere all’opinione pubblica che i lager non fossero mai esistiti.
Gli passavano davvero tante cose per la testa, aveva dei piani per il futuro. La radio cessò di colpo di funzionare e anche il pianoforte di Glenn Gould non sparò più note nell’aria. Fu questione d’un momento. Come quando i nazifascisti lo colsero di sorpresa nel villaggio di Amay. Non ebbe il tempo materiale per rendersi conto se il piede era caduto in fallo da sé, per colpa d’un movimento involontario, o se c’era stata una sua specifica volontà a comandarlo.
Francesco Quaglia, dentista e amministratore del condominio, amico di Levi, lo vede bene il corpo di Primo, adagiato alla base della tromba delle scale. E subito comprende che non c’è niente da fare: durante il volo, il corpo doveva aver sbattuto più e più volte contro le strutture in metallo dell’ascensore. Sul pavimento nero dell’ingresso un mare di segatura per mascherare, almeno in parte, il sangue. A chi la interroga, Jolanda Gasperi, portiera nello stabile di Corso Re Umberto, ripete quello che ha già ripetuto a un po’ tutti: «Erano passate da poco le 10. Come ogni mattina, ero salita da Levi per portargli la posta. Non ho notato niente di particolare, solo qualche dépliant, pubblicità, un libro, una rivista. Non c’era davvero niente di strano. No, non ho notato nulla di strano in lui. Come al solito ha ringraziato con un accenno di sorriso. Ne aveva passate davvero tante, davvero tante. Sì, era un po’ depresso: chi non lo sarebbe stato al posto suo?! Io ho solo sentito un tonfo. Ho gettato l’occhio oltre i vetri della guardiola e ho visto il corpo di Levi: sfracellato. Uno spettacolo terribile. No, la moglie, la signora Lucia era uscita a fare la spesa». Il portone quasi nuovo, in legno chiaro, fa a cazzotti con la facciata mezzo ammuffita del palazzetto fine Ottocento, numero civico 75. Le finestre del terzo piano, quelle di casa Levi, sono chiuse. Un bel pezzo di Corso Re Umberto è chiuso nel mutismo. Torino è incredula.

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) - Giuseppe Iannozzi -EDIZIONI IL FOGLIO- Collana: Narrativa - Pagine: 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: € 16,00

Verso Sant’Elena – Roberto Pazzi – Bompiani/Giunti – Proposto da Roberto Barbolini al Premio Strega 2019

Verso Sant'Elena - Roberto Pazzi


Bompiani/Giunti



Roberto Pazzi - Verso Sant'Elena - Bompiani/Giunti

È ormai calata la sera quando Napoleone apprende che giungerà in vista di Sant’Elena all’alba. L’imperatore si ritira presto sulla Northumberland, quel sabato 14 ottobre 1815. Da più di due mesi è in navigazione sulla fregata inglese. Che cosa mediti alla fine del viaggio e forse dell’avventura della sua vita, nessuno potrebbe saperlo, mentre cigola la porta della cabina, non per un colpo di vento. Chi è mai la bella clandestina entrata? È davvero l’Eugénie, l’eroina del suo romanzo giovanile rimasto nel cassetto? Dopo la donna, nel dormiveglia compaiono la madre e alcune inquietanti presenze protagoniste degli eventi della sua vita dalla Rivoluzione alla battaglia di Waterloo. In Europa intanto si diffondono reazioni contrastanti. A San Pietroburgo lo zar Alessandro comincia a prevederne imbarazzanti rivelazioni. Pio VII accoglie a Roma i congiunti rifiutati dalle dinastie che avevano sollecitato l’onore d’imparentarsi coll’imperatore. A Vienna la moglie Maria Luisa, in procinto di recarsi a governare Parma, si concede al generale Neipperg. Il governatore designato di Sant’Elena a Londra riceve segrete istruzioni. Sulla Northumberland a poche ore dalla meta tutti dormono. La sola Eugénie veglia, custode del sonno di Napoleone: “dormi, sogna, riposa, ma sogna con la stessa potenza con cui hai combattuto, e non arriveremo mai a Sant’Elena.” E scrive sul diario di bordo il diverso corso che Napoleone immagina ancora d’imprimere alla Storia, mentre la nave sembra sparire in un folto banco di nebbia. L’epica visionarietà ispiratrice dell’autore di Cercando l’Imperatore, riconosciutagli dal “Times Literary Suppliment” e “The New York Times”, umanizza un altro imperatore, quel Napoleone che già la poesia di Manzoni aveva trasfigurato. Il viaggio infinito sulla nave del grande prigioniero, con le sue fughe in avanti e indietro, si eleva così a simbolo di quella sognata reinvenzione dell’esistenza, tentata di visitare altre vite possibili, che in vista della fine si annida forse in ogni anima umana.


«Richiamandosi idealmente al suo folgorante esordio narrativo con Cercando l’imperatore, epica rievocazione degli ultimi giorni dello zar Nicola II, Pazzi focalizza qui il suo sguardo affabulante su un altro imperatore nel momento del declino: Napoleone prigioniero degli Inglesi sulla nave in rotta per Sant’Elena. E lo fa in maniera magistrale, mescolando romanzo storico e diario intimo, memento mori e fantasmagoria narrativa, con grande lucidità intellettuale e visionaria capacità di rivisitare momenti e figure della Storia. Nel tedio e nei malanni del viaggio, Napoleone rivive memorie e fantasmi della sua vita inimitabile: da Maria Luisa d’Austria a Metternich, da Talleyrand a maman Letizia Ramolino, da Paolina Borghese a papa Pio VII, una ridda di illustri ectoplasmi bussa alla porta della sua cabina. Sono figure nate dal ricordo, che come personaggi sfuggiti al loro autore via via prendono corpo e si trasformano in interlocutori in carne e ossa, rubandosi a vicenda il testimone in un’appassionata staffetta narrativa. «Non era finita, lui non credeva a quell’epilogo della sua storia, dopo Waterloo. Qualcosa di inaspettato sarebbe sopraggiunto»: nel condottiero sconfitto non si è spenta la sete di romanzesco che, giovanissimo, l’aveva spinto a tentare la strada delle lettere con il romanzo Clisson et Eugénie . E qui Pazzi ha l’intuizione davvero felice di resuscitare da quelle pagine giovanili il personaggio di Eugénie, come a dirci che la verità della letteratura sopravanza i clangori della Storia, dandocene la chiave di lettura più autentica e profonda. Eugénie che scrive sul quaderno di bordo è insieme l’appassionata deuteragonista di Napoleone scrittore mancato, e la controfigura narrativa dell’autore di Verso Sant’Elena. Nella Nuova enciclopedia Alberto Savinio osserva che «Napoleone diventò quello che tutti sanno, ma non riuscì a diventare quello che nel suo intimo desiderava: un letterato». Roberto Pazzi trasforma questo spunto in una profusa celebrazione di quell’indispensabile effetto-Sheherazade che fa della necessità di scrivere una questione di vita o di morte. Se neppure Napoleone riuscì a padroneggiare la Storia – è la sua riuscita scommessa – un vero scrittore può invece reinventarsi continuamente il destino padroneggiando una storia.»

ROBERTO PAZZI


Roberto Pazzi, poeta, narratore e giornalista tradotto in ventisei lingue, considerato uno dei più originali e visionari scrittori italiani, vive a Ferrara. Già penna di “Corriere della Sera” e “The New York Times”, è opinionista del “Quotidiano Nazionale”. Della sua vasta opera ricordiamo almeno, fra i titoli di poesia, Calma di vento (1987, premio Montale), Talismani (2003), Felicità di perdersi (2013, premio Lerici-Pea) e, fra i romanzi, Cercando l’Imperatore (1985, premio selezione Campiello), La principessa e il drago (1986, finalista premio Strega), Vangelo di Giuda (1989, superpremio Grinzane Cavour), La stanza sull’acqua (1991), La città volante (1999, finalista premio Strega), Conclave (2001, superpremio Flaiano), L’erede (2002), L’ombra del padre (2005, premio Procida Elsa Morante), Mi spiacerà morire per non vederti più (2010), La trasparenza del buio (2014) e Lazzaro (2017). Del 2018 Come nasce un poeta, suo epistolario con Vittorio Sereni, prefatore dell’esordio in poesia.

Verso Sant'Elena - Roberto Pazzi - Bompiani/Giunti - Collana: Narratori italiani - Anno edizione: 2019 -Pagine: 192 - EAN: 9788845296956 - € 15,00

giovedì 28 febbraio 2019

Breve storia della letteratura gialla (Graphe.it edizioni) - Intervista a Eleonora Carta

Intervista a Eleonora Carta


Breve storia della letteratura gialla


Il crimine è parte della storia dell’uomo


Iannozzi Giuseppe

Eleonora Carta - BREVE STORIA DELLA LETTERATURA GIALLA

1) Eleonora Carta, Breve storia della letteratura gialla è il tuo ultimo lavoro in ambito saggistico, pubblicato da Graphe.it Edizioni. Qual è stata la necessità precipua che ti ha spinto a scrivere questo saggio smart?

Tutto nasce da una chiacchierata telefonica con il mio editore, Roberto Russo. Ricordo ancora molto bene. Mi trovavo a Giba, un comune del Sulcis, per la presentazione di un libro. Lui mi ha chiamato, e mi ha proposto un saggio sulla letteratura gialla. La sua idea mi è piaciuta fin dal primo momento. Abbiamo parlato a lungo, di scrittura, di editoria, di lettori, e abbiamo ragionato sul taglio da dare alla pubblicazione. La letteratura gialla e la scrittura sono le mie due grandi passioni. Non potevo pensare a niente di meglio che scrivere un breve saggio sul tema.

2) C’è la letteratura e poi ci sarebbero i generi e i sottogeneri narrativi. I più pensano che se uno scrittore partorisce un giallo, allora non sta facendo Letteratura (con la “elle” maiuscola). Eppure la letteratura gialla gode di ottima salute, gli scrittori scrivono gialli e vendono, e il pubblico è quasi sempre ben disposto a leggere un nuovo romanzo giallo. Eleonora Carta, come te lo spieghi?

Si è venuta a creare nel tempo una distinzione tra la narrativa cosiddetta “pura” e i “generi”. I secondi sarebbe contraddistinti da una particolare ambientazione nello spazio o nel tempo, dal fatto di sviluppare una data tematica, dalla presenza di elementi ricorrenti nella struttura del testo, talvolta dalla presenza di regole più precise cui attenersi. Così, abbiamo suddiviso la letteratura in giallo, rosa, romanzo storico, fantascienza, fantasy, solo per nominarne alcuni, anche perché si tratta di categorie flessibili, e potenzialmente infinite. La distinzione può avere un’utilità pratica: pensiamo ai nostri amici librai o bibliotecari, alla necessità di dare un ordine agli scaffali per maggiore comodità dell’utenza; o agli editori nell’atto di stilare il catalogo della loro produzione. Ma è emersa nel contempo una visione critica per cui i “generi” hanno cominciato ad essere visti come sottocategorie anche dal punto di vista qualitativo. Una sorta di letteratura di “serie B”, più semplice, più popolare, di livello inferiore. Come molti altri “mantra” del mondo dell’editoria, anche questo si è propagato negli ambienti, e per così tanto tempo dall’essere ormai accettato e recepito. E questo nonostante la letteratura gialla, come quella fantasy o di fantascienza, abbiano offerto al mondo capolavori letterari il cui valore non è in assoluto sindacabile. Nel mio saggio ho pertanto tentato di sfatare il mito che vede nel “genere” una qualità inferiore: come per tutto, esistono ottimi romanzi gialli e pessimi romanzi di narrativa “pura”, e viceversa.

3) Edgar A. Poe, fuor di dubbio, è stato il primo scrittore a dar vita alla letteratura gialla, questo è ben evidenziato nel tuo saggio. E.A. Poe ha dato vita a un qualcosa che prima non c’era, e subito tanti scrittori lo hanno imitato, portando nelle case dei lettori tante storie ad alto contenuto di adrenalina. Chi, oggi, potrebbe essere considerato l’erede di Poe?

Domanda complessa, cui nel mio saggio ho evitato di dare risposta, fermandomi nella trattazione degli autori alle porte della contemporaneità. Poe ha tantissimi eredi, ma non credo esista “l’erede” per eccellenza. Poe ha creato, sviluppando con tecnica già straordinariamente avanzata, quello che ancora esisteva solo in nuce. È come se partendo dalla sola conoscenza della ruota, avesse presentato al mondo una Formula 1. Spero di aver saputo evidenziare questo aspetto, perché è facile dare certi concetti per scontati, dopo aver letto centinaia di opere e di esserci formati un immaginario ricco e variegato. Prima di Poe, non c’era niente, o pochissimo. E lui è stato capace di gettare i semi di numerosi filoni, tuttora attualissimi e di grande successo. Accanto al giallo, il noir, il gotico, l’horror, il paranormal, il fantasy. Per questo, credo non sarà mai superabile.

4) Nel 1966 Truman Capote diede alle stampe quello che è il suo capolavoro, A sangue freddo. Siamo di fronte a un “romanzo-reportage”, il primo nella storia della letteratura. Il lavoro di Capote è anche un giallo?

Nel leggere la domanda, mi è apparsa davanti agli occhi l’immagine del rimpianto Philip Seymour Hoffman, che è stato protagonista della trasposizione cinematografica del libro. Anche A sangue freddo è un romanzo di grande portata innovativa. Truman Capote, attratto da un trafiletto sulla cronaca locale relativo a un quadruplice omicidio in Kansas, si reca sul posto prima degli investigatori (accompagnato dalla sua amica Harper Lee) e inizia una sua personale indagine, acquisendo testimonianze e interrogando gli stessi agenti incaricati del caso. Tutto il materiale sarà poi accuratamente raccolto all’interno del suo scritto, redatto con oggettività e distacco tali da valergli accuse di brutalità ed eccessiva freddezza. In questo caso lo scrittore è anche l’investigatore: lo è nella realtà, non solo nella finzione letteraria. E tra le pagine del libro ci sono elementi di procedura, di diritto, di giornalismo d’inchiesta, di reportage. Il tutto, per giungere a una riflessione profonda sulla complessa realtà americana del tempo. Se devo essere onesta, non ho mai considerato A sangue freddo un giallo. Forse perché ho sempre visto la cronaca prevalere sulla costruzione del caso criminale. Ciò non toglie che abbia una notevole affinità con ciò che consideriamo letteratura gialla. E – per inciso – merita di essere letto o riletto: è un capolavoro assoluto.

5) Breve storia della letteratura gialla, sicuramente, vuol essere un invito a non guardare alla letteratura gialla come a un genere, ma c’è di più: il primo delitto della Storia da te citato lo incontriamo nella Bibbia, Caino che uccide Abele. A tuo avviso, i crimini e i delitti, nel corso dei secoli, sono aumentati? Parrebbe di sì, ma non v’è certezza! Sicuramente, oggi gli scrittori non possono fare a meno di confrontarsi con la realtà di tutti i giorni, e in alcuni casi portarla nelle pagine dei loro libri. Può la letteratura diventare strumento di denuncia sociale e politica?

Non solo può, ma deve. Almeno questo è il modo in cui intendo il mio impegno di autrice e di promotrice della lettura (come forse sai mi occupo del coordinamento letterario della Fiera del Libro di Iglesias, un evento che si svolge tutti gli anni a Iglesias, in Sardegna dal 22 al 25 aprile). Il crimine è parte della storia dell’uomo, come il Male. Come dicevi, la storia lo insegna, e non credo sia contestabile. Credo anche - per rispondere alla tua prima domanda - che il numero di crimini commessi si mantenga inesorabilmente costante, fatte le debite proporzioni di carattere storico e sociale. Ma la grande bellezza dell’essere umano è la sua capacità di evolvere, di migliorare, e di imparare dai propri errori. E lo scrittore può scegliere di utilizzare le sue parole per divertire, intrattenere, commuovere o distrarre, ma anche per creare cultura e instillare idee che lavorino per una società più giusta, maggiormente orientata al rispetto del prossimo, e alla cura degli interessi dei più bisognosi.

6) Dopo E.A. Poe, i giallisti (da tempo nel pantheon dei grandi) più conosciuti dal pubblico sono sicuramente Arthur Conan Doyle, Agatha Christie, George Simenon, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Giorgio Scerbanenco, Fruttero e Lucentini, ma anche autori moderni come James Ellroy, Tom Clancy, Scott Turow, Michael Connelly, Patricia Cornwell, Jeffery Deaver, ecc. godono di un largo seguito. E gli italiani che scrivono romanzi gialli, Eleonora Carta, funzionano solo in Italia o anche oltreoceano?

Il mercato americano segue regole differenti dal nostro mercato interno. Ci sono questioni di numeri (in primis popolazione, numero dei lettori, diffusione della lettura, volumi editi) e questioni di carattere sociale e culturale. Ci sono poi gli aspetti più pratici, non ultimo il fatto che una buona traduzione, la promozione e la distribuzione di un libro su un mercato tanto vasto comportano grandi spese a fronte di una risposta incerta. Qualcuno dice poi che il lettore d’oltreoceano sia diffidente. Non credo. Penso piuttosto sia abituato a una struttura narrativa differente, e che nel leggere i nostri romanzi si trovi un po’ a disagio. Come dire: per vendere negli Stati Uniti devi scrivere un romanzo tarato sui gusti del pubblico degli Stati Uniti. Un’operazione forzata, e comunque, di esito incerto. A mio avviso, è meglio rimanere quello che siamo, e lasciare che ci apprezzino – magari in pochi - proprio per la nostra diversità. Che è poi la ragione per cui ci adorano, almeno in cucina, no?

7) Jean-Claude Izzo, Léo Malet, Maurice Leblanc (e molti altri che non sto qui a citare) sono poco conosciuti dal pubblico italiano. Come te lo spieghi?

Sono conosciuti, ma in un ambiente di cultori della materia, per così dire. Il grande pubblico conosce Arsenio Lupin (per via di una fortunata serie di cartoni animati, non per i romanzi), ma pochi sanno che sia stato Leblanc a crearlo. Izzo è interprete di quel noir mediterraneo che ha avuto qui in Italia prima espressione in Massimo Carlotto (non credo sia un caso se è proprio E/O ad averlo tradotto e pubblicato). Malet, prolifico e divertente quanto Simenon, ha trovato spazio in alcune antologie di Fazi. Ma è innegabile, non hanno raggiunto la grande popolarità. Non credo ci siano ragioni precise. Il mondo dell’editoria è fatto di stranezze, di combinazioni, di casi del destino. Io ho pubblicato dei romanzi gialli, ma avrei anche potuto non trovare mai un agente che mi scegliesse e mi aiutasse a pubblicare (e invece l’ho trovato, Rossano Trentin della Trentin Agency). Sono altresì certa che tante opere bellissime – molto più delle mie - non vedranno mai la luce per fatali combinazioni della sorte. Talvolta un libro bello non ha successo perché è uscito in un momento sbagliato, o perché l’editore non ha investito in modo adeguato per la sua promozione, o perché l’ufficio stampa non ha lavorato bene (o non ha lavorato affatto). Ed è sempre tutto casuale. Capita anche che un’opera dimenticata nel tempo, o del tutto sconosciuta, riprenda vita per iniziativa di un editor (o di un editore) in vena di scouting. Pensiamo al fenomeno che è stato Kent Haruf per NN. Sono i casi del destino talvolta a decretare il successo stratosferico o la caduta nel dimenticatoio di opere di pari dignità e valore. Per gli appassionati, però, rimane il gusto ineguagliabile di andare a scovare piccoli gioielli nascosti tra gli scaffali di qualche libreria. Questo è sempre possibile, e ci scommetto, molti di noi si divertono un mondo a farlo.

8) Eleonora Carta, nel tuo saggio citi Leonardo Sciascia, che pur avendo scritto diversi gialli e tutti di ottima fattura, non viene considerato un giallista a pieno titolo, bensì un letterato italiano di primo piano e un intellettuale. Hai una spiegazione?

Forse la risposta risiede in quella sorta di pregiudizio che abbiamo tentato di sfatare qualche domanda fa. Un letterato della levatura di Leonardo Sciascia non poteva essere ascritto al genere. Scriveva gialli, ma definirlo un giallista avrebbe significato sminuirne la grandezza. O al contrario, nobilitare il giallo. Quindi la critica ha creduto bene di aggirare la questione e di non inquadrarlo in una categoria. Operazione singolare, che fa sorridere, specie chi, come noi, è convinto che le categorie non esistano. Esistono invece libri buoni, e libri mediocri.

9) Nonostante i tanti festival del giallo che si tengono in Italia, continua a persistere l’idea che il giallo non può che essere un genere narrativo e basta. Cos’altro si dovrebbe fare per spazzare via i pregiudizi intorno al romanzo giallo?

Lo si sta già facendo, e da molte parti: creare letteratura di qualità. Tanti colleghi autori di gialli, di noir e di thriller, che non ho citato nel mio saggio per ragioni di tempi e storicità, lavorano da anni in questo senso. Offrendo al pubblico opere di grande spessore culturale, dietro cui si cela un grande, minuzioso lavoro di ricerca, che arrivano a descrivere l’attualità storica quasi meglio di un saggio, e che indagano l’animo umano con profondità e rigore. A questo si affiancano inoltre scritture possenti e impianti narrativi precisi come meccanismi a orologeria. La strada è segnata. Ancora qualche anno, e il pregiudizio svanirà del tutto.

10) Esistono i giallisti, gli scrittori politicizzati e/o militanti, o siamo di fronte a una grossa bugia?

Esistono, certo. Anche in questo caso si tratta di decidere come si vuole intendere il proprio ruolo di scrittore. Accanto a chi fa intrattenimento puro, a chi ricerca esasperatamente l’accuratezza di ogni singolo dettaglio della propria narrazione, e a chi si impegna soltanto per scrivere una bella storia, c’è chi sceglie di lanciare con la propria opera un messaggio preciso. Non esprimo giudizi di merito. Mi rimetto solo alla buona fede e all’onestà intellettuale di chi compie questo genere di operazioni. La circolazione delle idee è libera, e guai se così non fosse. Spiace soltanto quando si tenta di ammantare di valore culturale assoluto, qualcosa che è solo propaganda. La lealtà verso i lettori è la prima regola, per un giallista e in generale per un autore.

11) Chi dovrebbe leggere Breve storia della letteratura gialla? Per quali motivi?

Si tratta di un saggio breve, della collana Parva di Graphe.it che, come ha come sottotitolo il detto latino: Parva saepe scintilla magnum excitat incendium ovvero Spesso una piccola scintilla genera un grande incendio. Bello vero? Per gli appassionati di letteratura gialla, varrà come un ripasso, o magari una piccola antologia di titoli da non perdere. Per i non appassionati, vorrei potesse suscitare l’incendio di cui sopra, e dare occasione per accostarsi a uno dei grandi autori di cui parlo.
Questa era la risposta diplomatica.
Quella non diplomatica è: dovrebbero leggerlo tutti perché è la più grande opera in materia che sia mai stata scritta. (e qui ci starebbe una faccina che sorride).

ELEONORA CARTA è nata nel 1974. Conseguita la Laurea in Legge, ha capito che i palazzi di giustizia non facevano per lei. Vive tra Torino e la Sardegna. Per la Newton Compton ha pubblicato i romanzi La consistenza dell’acqua (2014, successivamente pubblicato con il titolo Delitto al museo, 2016), L’imputato (2016) e il racconto Ultima notte nella vecchia casa, incluso nell’antologia Delitti di capodanno (edizione 2014).

Breve storia della letteratura gialla - Eleonora Carta - Editore: Graphe.it - Collana: Parva - Anno edizione: 2019 -Pagine: 64 p. - EAN: 9788893720649 - € 6,00