giovedì 31 gennaio 2019

Mimma Leone e "Le Congiunzioni della Distanza", un thriller che è Letteratura - recensione di Iannozzi Giuseppe

Le Congiunzioni della Distanza


Smettere di scappare da se stessi è davvero importante

Mimma Leone ce lo ricorda nel suo nuovo romanzo


Iannozzi Giuseppe

Le congiunzioni della distanza - Mimma Leone

Le congiunzioni della distanza è l’ultimo romanzo pubblicato da Mimma Leone per Alter Ego edizioni. L’autrice, utilizzando alcuni stilemi tipici del romanzo di formazione e del thriller, consegna ai suoi lettori un lavoro più che mai originale. Ne Le congiunzioni della distanza convergono tante influenze, idee prettamente junghiane ma anche briciole di filosofia che strizzano l’occhio alla spiritualità New Age; e se c’è qualche spunto che fa riferimento alla Nuova Era, ciò che, in misura maggiore, attrae l’autrice è “il concetto di magia, nelle sue declinazioni antropologiche e come atto del pensare che poi, inevitabilmente, diventa parte del reale.” L’autrice non rinnega affatto il suo passato di scrittrice, e senza esitazione alcuna specifica che in questo suo nuovo lavoro “i lettori riconosceranno” il suo “stile, l’incedere, l’introspezione e la voce narrativa che contiene e sottende quella narrante.” Con Le congiunzioni della distanza Mimma Leone ha fatto un salto in avanti verso la sua “idea di scrivere”, ha dato alle stampe un lavoro più che mai maturo, che è abile commistione di generi e di idee, non si incorra dunque nell’errore di pensare che l’autrice abbia svenduto la propria intelligenza, perché così non è. Visioni oniriche, esperienze extrasensoriali, richiami a mondi paralleli, questi sono alcuni ingredienti utilizzati per conferire forma e compiutezza logica al romanzo, una storia che, necessariamente, attinge anche alla formazione culturale e umana dell’autrice. Ne Le congiunzioni della distanza è possibile riconoscere l’influenza di tanti e tanti scrittori: Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Patricia Highsmith, Virginia Woolf, John Steinbeck, Cesare Pavese, Gianrico Carofiglio, Andrea Vitali, Paolo Maurensig, Paulo Coelho, etc.

Mimma Leone analizza l’animo umano e lo mette praticamente a nudo, per evidenziarne debolezze e potenzialità latenti, e lo fa con assoluta umiltà, senza mai dichiarare, neanche fra le righe, di aver trovato una verità incontrovertibile. Ginevra Cassara è una giovane e affascinante antropologa che vorrebbe smettere di fuggire da se stessa, per affrontare, una volta per tutte, le sue paure e non temerle più. È una donna che, per il momento, non è ancora riuscita a trovare una stabilità affettiva insieme a un uomo; nel corso della sua vita ha saputo farsi strada in un mondo dominato dal maschilismo, ha raccolto diversi successi, ed è stata più volte osteggiata per le sue idee rivoluzionarie e un po’ bizzarre. Nel corso della sua non poco difficile vita, Ginevra ha dovuto affrontare un gran numero di problemi: è consapevole di essere una persona un po’ particolare e difficile, una donna che non ha ancora trovato il suo centro di gravità permanente, e proprio per questo ogni giorno lotta per cercare la sua personale verità, una che possa vestire con piena naturalezza. Ginevra ha una amica che è scomparsa, all’improvviso. Dopo tanti anni, fa ritorno nella terra che le ha dato i natali, nel Salento. La sua speranza è quella di riuscire a rintracciare la sua amica. Ginevra non si fa troppe illusione, è ben consapevole che l’impresa si rileverà non poco ardua. Mentre conduce le sue indagini per rintracciare Anna, Ginevra porta avanti il suo lavoro di antropologa, e non da ultimo incontra tutte quelle persone che, bene o male, quand’era poco più di una bambina l’hanno circondata con il loro affetto. Interroga le persone ancora in vita che hanno conosciuto Anna e cerca di vincere le loro resistenze a parlare, ma quasi sempre il suo pensiero corre a Roberto Vincitorio, al bel tenebroso giornalista che a Venezia l’ha intervistata, sedotta e abbandonata. Vincitorio è nella sua testa insieme ad Anna e non solo. Roberto fa la sua misteriosa apparizione nella zona degli scavi dove Ginevra lavora insieme ai suoi colleghi, e lei non può fare a meno di interrogarsi: Vincitorio, poco ma sicuro, le ha taciuto davvero troppe cose. Chi è davvero Roberto Vincitorio? Non è soltanto un freelance, è un personaggio tanto misterioso quanto pericoloso, e questo Ginevra lo scoprirà a sue spese, rischiando la vita e qualcosa di più.

Lo stile di Mimma Leone è sempre preciso, mai circonvoluto: l’autrice sa raccontare le situazioni in cui incappano i suoi personaggi e le passioni che li animano, senza scadere in quella banalità che, purtroppo, è la sola infima qualità di tanti romanzi pubblicati in questo nostro tempo storico ricco di tanta spazzatura e di davvero poca letteratura. Le congiunzioni della distanza è Letteratura, è un romanzo totale e non un semplice thriller che va incontro alle mode imperanti.

Le congiunzioni della distanza - Mimma Leone - Editore: Alter Ego - Collana: Spettri - Anno edizione: 2018 - Pagine: 200 p., Brossura - ISBN: 9788893331180 - € 14,00

mercoledì 30 gennaio 2019

Mimma Leone e le sue "Congiunzioni della Distanza" (Alter Ego Edizioni) - Intervista di Iannozzi Giuseppe

Le Congiunzioni della Distanza

Intervista a Mimma Leone


di Iannozzi Giuseppe

Le congiunzioni della distanza - Mimma Leone

1. Mimma Leone, “Le congiunzioni della distanza” (Alter Ego edizioni) è il tuo nuovo lavoro. Perché hai scelto di metterti alla prova con un thriller?
Nei miei primi lavori avevo già intrapreso il tentativo di indagare l’animo umano, rendendo la narrazione funzionale a questo tipo di ricerca. Potevo continuare a scegliere il racconto, forma a me congeniale che mi ha permesso di farmi conoscere e di ottenere ottimi riscontri. Ovviamente, da lettrice, sapevo già quanto il thriller fosse adatto ai miei contenuti, ma la sfida era ardua e me ne rendevo conto; ho deciso quindi di abbandonare l’ossessione del genere come riferimento, lasciandomi andare alla scrittura della storia che avevo in mente. L’intreccio che ho costruito pagina dopo pagina mi ha permesso di approfondire i personaggi e di strutturare un romanzo a più livelli, delineando il profilo di un thriller di formazione, così mi piace definirlo: la vera protagonista è la psiche, e nelle conseguenze delle sue trasformazioni risiede l’enigma.

2. Ne “Le congiunzioni della distanza” c’è della magia, o meglio una forte componente New Age. Sbaglio? Probabilmente sì, ma amo provocare chi accetta di essere da me intervistato.

Senza dubbio è come dici, anche se non amo molto quel contenitore di idee e suggestioni che prende il nome di New Age. Mi attrae moltissimo, invece, il concetto di magia, nelle sue declinazioni antropologiche e come atto del pensare che poi, inevitabilmente, diventa parte del reale. Tengo a ricordare che l’idea di Ginevra Carrara, l’antropologa protagonista de “Le congiunzioni della distanza” nasce da un mio racconto, “La stanza 21”, che era rimasto nel cuore di tanti lettori proprio per il largo uso di visioni oniriche, esperienze extrasensoriali, richiami a mondi paralleli. In quel racconto mi sono tante volte anche identificata, trovando conferma del fatto che quando si scrivono cose che ti somigliano, è più facile che questa corrispondenza venga colta dal lettore e custodita nella sua memoria. Ho seguito la medesima linea anche in questo romanzo. Credo sia una scelta doverosa, di onestà e professionalità.

3. Ginevra porta avanti una sua personalissima teoria, che, nel suo ambiente lavorativo, viene subito detta troppo fantasiosa. Il tuo romanzo, Mimma Leone, sposa una visione del mondo piuttosto junghiana, non è forse così?

Si tratta di una ‘deformazione personale’ che non posso fare a meno di tratteggiare anche nella scrittura e che certamente è frutto dei miei studi, della mia formazione ma soprattutto delle mie inclinazioni, del mio modo di stare al mondo. L’attenzione verso tutto ciò che ci abita dentro, considerare il nostro inconscio molto più che un’estensione della coscienza, talmente importante da anticiparla e superarla continuamente, imparare a guardarci allo specchio fino all’ultima imperfezione, come uomini e come umanità, dovrebbero essere compiti da auto-assegnarci quotidianamente. In questo mi sento davvero poco occidentale, e se da una parte ciò si traduce in un disagio profondo, da un’altra rappresenta un’apertura infinita verso nuove possibilità.

4. Ginevra è una antropologa, ed è una donna non poco fragile nonostante cerchi di affrontare il mondo a muso duro. A chi ti sei ispirata per tratteggiare il personaggio di Ginevra?

Ginevra è una donna sulla via della consapevolezza. Nonostante sia autoironica, imbranata e non sappia cucinare, custodisce un grande senso di responsabilità con il quale riesce a gestire anche le sue contraddizioni, non senza fatica ovviamente. Ginevra è frutto della mia fantasia. Probabilmente, in parte, è anche una proiezione di me stessa, visto che molte volte Ginevra parla con la mia voce e, a volte, sono io a sorprendermi a parlare con la sua. La verità è che, a storia ultimata, i personaggi sembrano talmente vicini a chi li ha creati da non saperli più distinguere dal piano reale fino a pensare che esistano e siano sempre esistiti, in qualche parte del mondo. Un grande mistero questo, assurdo e bellissimo.

5. La grande amica di Ginevra è una certa Anna Palumbo. Anna è scomparsa, nessuno sa dove sia e se sia ancora viva. È questa l’occasione per Ginevra per tornare nel Salento e cercare di comprendere se stessa, per portare un po’ di luce nella confusione che c’è nella sua mente e nella sua anima. Fra le due donne intercorre un rapporto che sfida il tempo e lo spazio. Mimma, avresti voglia di approfondire quanto da me accennato?

Certo, anche perché nel potere del legame è racchiuso anche il significato e il messaggio del titolo. Anna è il grande pretesto che innesca tutta l’azione del romanzo. Potrei semplicemente dire che è l’amica d’infanzia di Ginevra, con la quale condivide infanzia e una parte di giovinezza. Quando Ginevra si trasferisce al nord per motivi di studio e, poi, anche di lavoro, le due restano in contatto tramite lettere frequenti. Questo accade finché Anna, un giorno, scompare nel nulla. Anche in questo caso, il nodo non si scioglie, anzi, si arricchisce di nuovi fili, si stringe di corde impreviste. Eppure, rispetto a Ginevra, Anna rappresenta soprattutto una sorta di negazione, di antitesi che rende necessaria e perfino utile anche la distanza. Fra le due avvengono incomprensioni, lacrime, e molte separazioni. Ma il loro legame dura nel tempo e resiste ad ogni tipo di lontananza, non solo territoriale, alimentato da un sentimento forte e senza nome, una sorellanza di cuore che rende possibile l’impossibile.

6. Ginevra incontra un giornalista tanto affascinante quanto misterioso e ambiguo. Sulle prime, non sospetta che Big Jim l’ha sedotta con un scopo ben preciso, lo scoprirà solo molto più tardi. Chi è Big Jim, una sorta di demonio molto moderno, o più semplicemente un simbolo di questi nostri tempi così incerti? Forse è entrambe le cose.

Probabilmente entrambe le cose, hai ragione. Vincitorio è un uomo affascinante, ma non è questo che fa perdere la testa a Ginevra. Piuttosto, è il suo lato oscuro, enigmatico, l’incapacità di leggerne i comportamenti, lo stupore che genera ai suoi occhi, nel bene e nel male. Ha il pregio e il difetto di saper usare molto bene i mezzi di comunicazione e di muoversi con estrema facilità nei labirinti della rete. Vincitorio mette in discussione ogni sicurezza, non solo di Ginevra, invitando a una riflessione sulla fiducia e sul futuro. Un personaggio impenetrabile che indubbiamente mi ha dato modo di approfondire argomenti spinosi che conoscevo solo in maniera molto superficiale, come il deep web.

7. Rispetto ai tuoi precedenti lavori, “Il mare per le conchiglie” (Edit@ edizioni) e “L’angelo imperfetto” (racconto lungo inserito nell’antologia “Salento quante storie: 3”), “Le congiunzioni della distanza” che novità stilistiche e di contenuti consegna ai lettori?

I lettori riconosceranno il mio stile, l’incedere, l’introspezione e la voce narrativa che contiene e sottende quella narrante. Ma è un lavoro diverso dagli altri, che per me segna un piccolo passo in avanti verso la mia idea di scrivere. Mi auguro che anche chi mi leggerà possa cogliere qualcosa in più, una crescita, un’evoluzione della mia penna e soprattutto una buona riuscita nel salto del genere. Qui mi sono misurata in una corsa nel lungo tempo, che non può richiedere la stessa energia e lo stesso carico di impegno di un racconto di tre facciate. È un percorso fatto di taglia e cuci, di momenti di ispirazione da cogliere e di tante pagine bianche, di vuoti e di ripensamenti. Ho affrontato per la prima volta la costruzione dei dialoghi, lo svolgimento delle azioni, la collocazione dei colpi di scena. Nei contenuti ho riproposto la donna come grande tema centrale e il valore della relazione come effetto scatenante, rilanciando quindi sia il messaggio dei racconti de “Il mare per le conchiglie”, sia la forza dei legami già accennato all’interno de “L’angelo imperfetto”.

8. Ne “Le congiunzioni della distanza”, tu, Mimma Leone, torni a parlare del Salento, terra che ami molto. Come per Cesare Pavese, anche per te il paesaggio ha un ruolo simbolico all’interno del costrutto narrativo?

Si, ma non solo. Raccontare un luogo, per me, è innanzitutto segnale di forte radicamento, quando parlo della mia terra. Nelle mie storie il paesaggio non è mai mero scenario, è sempre co-protagonista. Occorre provare a farli parlare: i luoghi possiedono una loro estetica e un loro linguaggio, e questa è un’altra sfida che con il thriller ha molto a che fare. Trovo molto stimolante studiare ogni aspetto dell’appartenenza, insieme al significato dell’origine, senza tralasciare il fatto ch,e spesso, dal contatto con un luogo sono nate le mie idee più importanti, a dimostrazione della loro potenza creativa. Allo stesso modo m’intriga sbirciare l’altrove, dilatare lo sguardo per spalancare orizzonti, sfiorare l’ignoto per definire i percorsi dell’immaginario e le proiezioni dei sentimenti dei personaggi, che il lettore spesso riscopre propri.

9. Nell’ultima intervista che mi rilasciasti, mettesti nero su bianco quanto segue: “[…] si tratta di un lavoro impegnativo e importante, un passaggio decisivo, che sentivo di fare. La protagonista è una donna che i miei lettori conoscono già e che ritroveranno nelle vesti di un’affascinante antropologa, che non rispecchia lo stereotipo femminile a cui siamo abituati, non a caso si rivela un personaggio complesso che non mancherà di riservare sorprese. La vicenda è molto articolata e ripercorre gli ultimi decenni della storia d’Italia. È il racconto di un’emarginazione, di un viaggio, di una crisi, di una sorellanza di cuore. Mi piace vederlo come un romanzo di formazione, ma credo che lo apprezzerà molto anche chi ama il mistero e le storie non convenzionali.” La domanda che ora ti pongo, Mimma Leone, è piuttosto banale ma necessaria: a chi consiglieresti di leggere “Le congiunzioni della distanza”? Motiva la risposta, grazie.

Lo consiglierei a chi piace andare oltre e non fermarsi alle apparenze. A chi ama lo stupore, le grandi storie familiari e di amicizia, ma senza cadere nella banalità. A chi ama la bellezza ma non la cerca a qualsiasi costo, perché a volte è necessario cedere il posto alla realtà con le sue spigolature. Indubbiamente lo consiglierei a chi ha voglia di leggere un romanzo non convenzionale, o che almeno prova, con umiltà, attraverso pagine scritte con il piacere e la fatica di un’appassionata, ad avventurarsi in un territorio lontano da confini già battuti. Infine, a chi non ha paura di vivere sulla propria pelle l’emozione della parola, perché ogni parola è un’immagine, e ogni buon libro è un viaggio. Spero che il mio possa esserlo per tanti.

Michel Houellebecq, nel bene e nel male, fa discutere - Serotina - recensione di Iannozzi Giuseppe

MICHEL HOUELLEBECQ

SEROTONINA, O LA NAUSEA PER LA VITA


Iannozzi Giuseppe

Michel Houellebecq - Serotonina - La Nave di Teseo

Michel Houellebecq, nel bene e nel male, fa discutere, accende gli animi, suscita invidia e non solo. Serotonina (La Nave di Teseo) è l’ultimo romanzo pubblicato dallo scrittore francese, che a detta di molti è l’ultimo grande scrittore francese, l’erede di Louis-Ferdinand Céline. Houellebecq ci ha abituati a romanzi profetici, o perlomeno a storie che sono state bollate così. Serotina è un romanzo completamente diverso rispetto a ogni altro lavoro messo nero su bianco da Houellebecq, è una storia che per stile e temi trattati fotografa la realtà quotidiana, lasciando da parte, in maniera volontaria, qualsiasi istanza di preveggenza. Houellebecq fotografa il nostro tempo storico, il presente, e lo fa con una precisione che potremmo definire esistenzialistica. Saper leggere il tempo presente è la più alta forma di preveggenza che uno scrittore possa partorire. Serotonina, forse, non è il capolavoro di Michel Houellebecq, ma solo il tempo potrà dirlo con sicurezza e non chi oggi si scaglia contro lo scrittore, accusandolo di non essere più quello di un tempo. È più giusto dire che siamo di fronte al lavoro di uno scrittore maturo che, oggi, preferisce fotografare la storia odierna in una cornice letteraria falsamente gogoliana, dove il realismo è più che mai potente mentre la componente filantropica e romantica è quasi del tutto assente. Houellebecq ci ricorda, casomai ce lo fossimo dimenticato, che siamo fragili e imperfetti, e, più nello specifico, che se è vero che siamo polvere, allora in polvere ritorneremo (Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris – Genesi 3,19).

Flaurent-Claude Labrouste ha quarantasei anni, ha avuto tante donne, e le ha perse tutte. Non è un uomo felice. I soldi non gli mancano, ma la felicità non è cosa che si possa acquistare. Flaurent, a un certo punto, si rende conto che le escort non lo attirano più, che non riescono più a tradurlo sulla sponde cedevoli e limacciose di una felicità fatta di illusioni. Flaurent è un uomo come ce ne sono a migliaia, un personaggio la cui identità è volutamente banale e stereotipata. Flaurent ha una buona cultura ma non è un genio, ha incontrato l’amore e l’ha distrutto in pochi minuti per abbracciare la stupidità, ed ha un discreto gruzzoletto che gli assicura di non finire a chiedere l’elemosina. Flaurent è un uomo finito che, consapevolmente, va incontro alla propria distruzione (o autodistruzione). Può fare una sola cosa, assumere ingenti dosi di serotonina, un antidepressivo (Captorix) che, nel corso di anni e anni, lo condurrà a distruggersi sul piano fisico e su quello mentale. Flaurent si suicida lentamente, passando i suoi giorni in uno stato vegetale o quasi. La serotonina gli toglie ogni desiderio, anche quello sessuale. Sprofondato in una condizione di apatia irreversibile, oramai incapace di fare a meno della serotonina, Flaurent, al pari di un malato terminale, cercherà le donne e gli amici che in gioventù ha creduto di amare. Gli ultimi giorni di Flaurent sono tutti votati a racimolare ricordi sempre più sbiaditi, uguali a polaroid che perdono il loro colore.

In Serotonina c’è la nausea per la vita, l’inferno dantesco che essa è, e solo di rado l’autore si concede di condire la narrazione con un pizzico di ironia petroniana. Michel Houellebecq ci ricorda che siamo destinati a fallire nonostante il nostro continuo affannarci per lasciare ai posteri una traccia di noi. E non da ultimo, a chiare lettere, ci dice che l’inferno si manifesta in ogni angolo calpestato dall’uomo.

Serotonina - Michel Houellebecq - La Nave di Teseo - Traduttore: Vincenzo Vega - Collana: Oceani - Anno edizione: 2019 - Pagine: 332 p., Brossura - EAN: 9788893447393 - € 19,00

domenica 13 gennaio 2019

Beppe Stoppa - Una storia sbagliata. Donne e uomini che sono caduti e si sono rialzati (Laurana editore) - recensione di Iannozzi Giuseppe

Beppe Stoppa, Una storia sbagliata


Donne e uomini che sono caduti e si sono rialzati


Racconti di vita reale dalla Casa dell'Accoglienza Enzo Jannacci



Iannozzi Giuseppe


Beppe Stoppa - Una storia sbagliata - Laurana editore

La realtà è, per così dire, dotata di maggiore immaginazione rispetto a qualsiasi artista, e proprio per questo quando si accanisce contro qualcuno sa essere molto crudele, perché suo scopo è di scavare la tomba a chi ha preso di mira. La nostra società è fatta di storie sbagliate, ma è proprio in esse che è ancora possibile trovare qualcosa di più di un semplice grammo di umanità. Può capitare a chiunque di cadere: la vita è strana, non è mai del tutto comprensibile, e forse proprio per questo merita di essere vissuta, perché vivere significa anche combattere contro le avversità, grandi o piccole che siano, e rimettersi in pista. Gli ospiti della Casa dell’accoglienza Enzo Jannacci ne sanno ben più di qualcosa, non si nascondono dietro un dito, parlano con il cuore e alcuni di loro raccontano la loro storia nel volume  Una storia sbagliata - Donne e uomini che sono caduti e si sono rialzati (Laurana editore). Luca, Elena, Pepe (José), Nico (Nicoletta), Pietro, Damiano, Gabriella (Glafira), Carlos, Onofrio, Renata, Giusi e Ilaria e Mariella: ognuno di loro ha attraversato più di un momento difficile, e in più di una occasione qualcuno ha pensato di non farcela davvero a riavere una vita accettabile.

Nell’introduzione a questo libro di racconti di vita reale Pierfrancesco Majorino mette subito in chiaro com’è che funziona l’ospitalità in Casa Jannacci; “[...] la strada che proponiamo a chi vi entra è una sola: quella di cercare di vivere meglio, di rialzarsi, di rimettersi in moto dopo una sbandata o di tornare a credere nel proprio futuro. E le donne e gli uomini di Casa Jannacci vanno incontrate, riconosciute, guardate dritte negli occhi. A volte portano con sé biografie ricche e straordinariamente intriganti, a volte modi bruschi e difficili da affrontare. Ma siamo sempre, e comunque, di fronte alla vita vera.[...]” E Beppe Stoppa specifica: “Le storie raccolte in questo libro sono quelle di vite normali. Non ci sono migranti che hanno attraversato a piedi i deserti per finire in mano a tormentatori libici e poi scampati miracolosamente alla traversata del Mediterraneo. Quelle raccontate qui sono le vite di tutti noi e, per assurdo, sono quelle che fanno più male, perché in queste ci possiamo facilmente riconoscere. [...] Questo libro vuole essere l’equivalente letterario di un concept album, singole storie che sviluppano complessivamente un’unica storia, la storia della Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci. [...]” Sì, Una storia sbagliata è proprio come un concept album: Beppe Stoppa ha raccolto le voci, le storie di chi ha voluto raccontarsi e il risultato finale è una raccolta di racconti, tutti diversi per stile e per tematiche. Ieri in Viale Ortles, a Milano, c’era un dormitorio, oggi c’è la Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, che offre a chi ha perso tutto la possibilità di trovare un rifugio per un po’ di tempo, ma anche la possibilità di rientrare nella società, di sentirsi ed essere utile verso se stesso e il prossimo, vale a dire vivo. In Una storia sbagliata incontrerete persone normali che, prima di ogni altra cosa, hanno bisogno di essere ascoltate; se le ascolterete scoprirete che sì, sono proprio come voi che nella vita siete stati più fortunati e non avete dovuto provare a dormire in strada. Troppo spesso si giudica male chi, suo malgrado, è stato costretto a dormire su una panchina o in un dormitorio, perché a prevalere è il sospetto, perché subito si pensa ‘se è finito così, poco ma sicuro che se l’è meritato!’, perché siamo umani e quindi anche un po’ (o un po’ tanto) egoisti.

Massimo Gottardi, Direttore della Casa Jannacci, spiega: “Il tema della grave emarginazione adulta non lo avevo approfondito e non conoscevo direttamente la struttura di viale Ortles se non per sentito dire. Quando sono arrivato alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci, ho trovato un gruppo di professionisti capaci e competenti, stanchi ma motivati, disposti a mettersi in gioco aderendo a una visione e idea di gestione della Casa. […] Rispetto per la persona in primis, che si traduce in rispetto per gli altri e per la struttura. […] Un obiettivo che ci siamo prefissati, e stiamo perseguendo, è l’apertura della Casa alla città e al territorio. Si tratta di un obiettivo primario per noi e che ha lo scopo di far conoscere la vita all’interno e le sue storie, nel tentativo di abbassare il pregiudizio che circonda la struttura. Una volta entrati, i cittadini si rendono conto di una realtà molto diversa da come la immaginavano. […]”

Non lasciatevi disumanizzare dai pregiudizi, leggete e regalate Una storia sbagliata (Laurana editore) di Beppe Stoppa, questo è il consiglio che vi do. I diritti d’autore del ricavato delle vendite del libro verranno devoluti alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci.
Beppe Stoppa, professionista nell’ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo delle risorse umane, è da sempre attento ai temi sociali. Nel 2015 ha pubblicato Inciampi di Vita, il primo libro dedicato alla Casa dell’Accoglienza Enzo Jannacci. Nel 2016 inizia la collaborazione drammaturgica con il Teatro Officina con il quale mette in scena, tra gli altri, Inciampi di Vita - In casa dell’accoglienza e in carcere e Di Fuoco e di Vetro – La voce degli altri. Suo anche il monologo Sono una donna fortunata dedicato al Progetto Libellula, il primo network di aziende unite contro la violenza sulle donne e la discriminazione di genere.

Una storia sbagliata - Beppe Stoppa - Laurana editore - Collana: Le parentesi - pp. 328 - ISBN 978-88-31984-13-3 - € 16,00

giovedì 10 gennaio 2019

“Il male peggiore” di Iannozzi Giuseppe. Acquista la tua copia su IBS – Giunti Al Punto – MondadoriStore – Libreria Universitaria – Unilibro – La Feltrinelli – Amazon

IL MALE PEGGIORE

Iannozzi Giuseppe


Edizioni Il Foglio


Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio

Leggi un breve estratto:

[...]«Per chi voterai?» 
«Per la Fiamma Tricolore. Come sempre.» «E tu?», volle sapere Gustav. 
«Io sono apolitico», dichiarò Gabriele. 
«O forse sei impolitico. Lo sai che Luigi Pirandello fu anche un fascista? Si dice fosse carente d’una convinta giustificazione ideologica. L’adesione dello scrittore al fascismo, all’indomani del delitto Matteotti, fece scandalo. Tuttavia, in segno di riconoscenza, nel 1929, fu nominato membro dell’Accademia d’Italia. E anche Thomas Mann, nel 1914, con il saggio Pensieri di guerra, sostenne la causa tedesca in aperto contrasto con il fratello Heinrich, pacifista convinto. Entrambi sconfessarono poi il fascismo e a entrambi fu assegnato il premio Nobel per la Letteratura», gli spiegò Gustav. 
«E allora?» 
«Sono stati o no due grandi?» 
Gabriele rimase in silenzio, mentre Gustav lo fissava in attesa d’una risposta: «Non mi dirai che ancora non ti sei scollato la scimmia di dosso?». [...]

IL MALE PEGGIORE. Storie di scrittori e di donne - In questo romanzo si raccontano le storie di tanti celebri scrittori e delle donne che, bene o male, li hanno accompagnati per un pezzo, più o meno lungo, della loro vita: Cesare Pavese e Doris Dowling, J.D. Salinger e Oona O'Neill, Ernest Hemingway e Mary Welsh, H.P. Lovecraft e Sonia Greene, Henry Miller e Anaïs Nin, Hermann Hesse e Ninon, F.W. Nietzsche e Lou von Salomé, Emilio Salgari e Ida Peruzzi…

Iannozzi Giuseppe: (Torino, 1972) è scrittore, giornalista, critico letterario e blogger. È autore dei romanzi Angeli caduti (Cicorivolta edizioni, 2012), L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta edizioni, 2013), La cattiva strada (Cicorivolta edizioni, 2014), La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2013). Nel 2016 ha curato e tradotto gli apocrifi bukowskiani Bukowski, racconta! (Edizioni Il Foglio, 2016); nel 2017 ha pubblicato la sua prima antologia poetica, Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen (Edizioni Il Foglio). Ha inoltre scritto introduzioni e critiche per diversi autori: Celeste Bruno, Kyara, Francesco De Nigris, Felice Muolo, Dario Arkel, etc. etc. Attualmente collabora con diverse testate online e non.

RASSEGNA STAMPA

 - Letteratura: Giuseppe Iannozzi: “Il male peggiore” – recensione di Bartolomeo Di Monaco

 - Perché leggere “Il MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe? Ve lo spiega Nadia Fagiolo

 - Giulia Campinoti consiglia “Il male peggiore” di Iannozzi Giuseppe

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) - Giuseppe Iannozzi -EDIZIONI IL FOGLIO- Collana: Narrativa - Pagine: 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: € 16,00

Acquista online


acquista sulle librerie online


IBS - Giunti Al Punto - MondadoriStore

Libreria Universitaria - Unilibro

La Feltrinelli - Amazon

mercoledì 9 gennaio 2019

Muhammad Dibo – E se fossi morto? - La Siria come non l’avete mai conosciuta - Il Sirente - traduzione di Federica Pistono - recensione di Iannozzi Giuseppe

E SE FOSSI MORTO?

Muhammad Dibo

La Siria come non l'avete mai conosciuta


Iannozzi Giuseppe

Il Sirente

Muhammad Dibo - E se fossi morto?

E se fossi morto? Questo il titolo italiano del romanzo di Muhammad Dibo, tradotto da Federica Pistono e pubblicato da Il Sirente. E se fossi morto? (Titolo originale: Kaman Yushaid mawtihi - 2012) sfugge a quasi tutte le regole stilistiche proprie di un romanzo, ed è questo un valore aggiunto, in quanto, fuori d’alcun dubbio, rivela la grandezza espositiva e narrativa dell’autore, Muhammad Dibo. Il corpus narrativo è di lettere perlopiù indirizzate all’amatissima madre, di riflessioni sullo stato dittatoriale in Siria, sulla situazione di terrore ininterrotto in cui vivono i siriani che si oppongono al regime e al controllo degli stranieri, del mondo (della civiltà?) occidentale.
In maniera riduttiva si potrebbe forse dire che E se fossi morto? è un resoconto sull’odierna Siria che include squarci aperti e suppuranti sulle rivoluzioni (tunisina, egiziana e yemenita), per arrivare sino allo sgretolamento del regime grazie al dissenso dei siriani e di alcuni interventi stranieri. Stando agli osservatori internazionali (provenienti da paesi fin troppo vicini al governo in carica, come Russia e Iran), la riconferma di al-Asad nel 2014, attraverso le prime elezioni presidenziali, sarebbe regolare; ma non sono d’accordo alcuni capi di Stato occidentali e diverse organizzazioni internazionali che parlano invece di una farsa volta ad assicurare alla presidenza di Bashar Hafiz al-Asad una mera parvenza di legalità.

Muhammad Dibo è stato ucciso a Duma. Tutti pensano che Dibo sia morto, per sempre: ma in realtà si tratta di un suo omonimo. Dibo non può fare a meno di pensare che pur non essendo lui ad essere oggi cadavere, è un po’ come se lo fosse, perché per ogni siriano che muore muore in realtà un pezzo di quella identità siriana, che ancor oggi la Siria cerca di darsi. E Dibo è ben consapevole che vivere in Siria significa rischiare la vita ogni giorno: “Se vivi in Siria, la morte può colpirti in ogni momento: puoi essere arrestato, essere colpito da una bomba, sparire in uno dei tenebrosi sotterranei dei servizi segreti, considerati tra le prigioni più infami del mondo.” La morte è dappertutto, in cielo come in terra: un siriano lo sa, può finire i suoi giorni in carcere o colpito alle spalle mentre cerca una boccata d’aria in strada. L’uccisione di Dibo dà all’autore la possibilità di ripercorrere la sua infanzia ma soprattutto quel periodo che l’ha visto in prigione perché scrittore e poeta inviso al regime. Con consapevolezza o no – non è questo l’importante –, Muhammad Dibo mette nero su bianco un dramma (quasi) dostoevskijano, dove la memoria emerge dal sottosuolo interiore per abbracciare la Storia, l’amore per la madre, l’amicizia e l’importanza di non tradirla mai, e non da ultimo la filosofia.  L’autore s’interroga: “E’ questo un tempo adatto alla filosofia? Un momento… La filosofia non è forse nata dal mare delle domande più difficili, delle ferite più dolorose, delle guerre più terribili? Sarò soddisfatto del prezzo che la Siria sta pagando oggi, se questa guerra ci darà almeno quel solo filosofo che la nostra cultura non ha generato da secoli! La nostra crisi è dovuta all’assenza di un filosofo che segua il corso della Storia, e ci presenti orizzonti nuovi!”
Oggi Muhammad Dibo, colpevole di essersi opposto al regime di Bashar al-Asad, vive in esilio a Beirut. Ha conosciuto la tortura, la paura per sé, la solitudine, la paura per chi ama; e ha anche conosciuto l’umanità, o perlomeno un suo residuo tra le fila dei suoi carcerieri e aguzzini.
Nell’introduzione a Se fossi morto?, Donatella Della Ratta scrive: “[…] La speranza è quel filo di umanità di cui ci racconta Dibo, che unisce prigionieri e secondini anche nel buio delle prigioni. Le colombe sono scappate dal cielo di Damasco, dove prima volavano indisturbate. Hanno fatto nidi nei tubi del gas, è lì vivono, cercando riparo dalle bombe e dagli aerei militari che hanno preso possesso di quello che una volta era il loro cielo. Si sono adattate, ma non rassegnate, alla morte. Il popolo siriano è là, insieme a quelle colombe, in attesa di riprendere il suo cielo, e finalmente volare.” E Federica Pistono, nella sua nota, spiega: “Uno stile variegato, dunque, sempre diverso, che rende, a tratti, la lettura ‘impegnativa’ ma mai banale, al contrario, sempre appassionante e avvincente. Un testo che ci permette di guardare la Siria ‘da dentro’, di capire quale sia stato il percorso di un intellettuale siriano preso ‘tra le due sponde della rivoluzione’, tra il regime di al-Asad da un lato, e il lacerato fronte dei ribelli, dall’altro.”
Tutto questo e molto di più è Se fossi morto? di Muhammad Dibo, un romanzo “di verità” che non ammettono sconti, una lettura lacerante che ci permette di comprendere quale grande dramma sta vivendo sulla propria nuda pelle il popolo siriano.
Muhammad Dibo è un giornalista, scrittore e poeta siriano, nato nel 1977. Ha partecipato fin dall’inizio, nel marzo 2011, alla rivoluzione siriana contro il regime di Bashar al-Asad. Arrestato e torturato in carcere, è stato successivamente rilasciato. Si trova attualmente in esilio a Beirut. Collabora con numerose testate giornalistiche di rilievo internazionale, ed è l’editor in chief di Syria-untold, testata che si occupa di attivismo civile.

Federica Pistono è laureata in Giurisprudenza e in Lingua e Letteratura araba. Ha approfondito lo studio della lingua araba a San’a, al Cairo e soprattutto a Damasco, dove ha soggiornato a lungo. I suoi interessi ruotano intorno alla letteratura araba contemporanea, in particolare alla narrativa siriana, e al romanzo arabo francofono. Traduttrice letteraria, ha tradotto diversi romanzi dall’arabo. Traduttrice editoriale, da alcuni anni traduce articoli dall’arabo per giornali e testate online. È attualmente impegnata in un Dottorato di ricerca in Civiltà islamica presso l’ Università La Sapienza di Roma.

E se fossi morto?Muhammad Dibo – Titolo originale: Kaman Yushaid mawtihi (2012) – Il Sirente – collana: Altri Arabi – Traduzione: Federica Pistono – Introduzione: Donatella Della Ratta – ISBN 9788887847505 – pagine: 136 – prezzo: 15 Euro

martedì 8 gennaio 2019

Il bastardo - Il primo capitolo del nuovo romanzo di Iannozzi Giuseppe

Poco prima dell’ultimo Natale insieme

Il bastardo

Iannozzi Giuseppe
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti
realmente accaduti è puramente casuale.
bacio Erich Honecker e-Leonid-Brezenev

Le persone cadono come birilli. Non c’è molto altro da sapere.
La prima volta che ti sparano addosso credi d’esser morto. Non importa dove ti prendono, il primo colpo è il battesimo del fuoco.
Ne ho visti tanti morire. Ci sono più morti che vivi nella mia memoria. E nessuno ha granché da raccontare. Quando ti beccano puoi solo sperare d’avere un gran culo, sennò ci rimani. Una arma da fuoco non scherza, anche se chi la tiene in mano è un coglione. Questo ho imparato. E’ un brutto affare togliere la vita a qualcuno. Con un colpo gli togli tutto quel che ha.
Questa storia è un pasticciaccio ed è mia. Morire non mi fa paura, non adesso che ho toccato la soglia dei cinquanta. Non sono pochi cinquanta anni quando stai in mezzo a canaglie e pistole che sbucano fuori dal niente. Scrivere queste memorie è la peggio cosa. Avrei preferito che mi sparassero in pieno petto piuttosto che mettere nero su bianco questa storia di merda. Il dovere, il dovere: per questo scrivo, non per altro. O forse c’è anche dell’altro, ma non sono ancora pronto ad ammetterlo.

Da giovane potevo piacere, non dico di no. Entrato in polizia, nessuno mise mai in dubbio che la mia fede era una e una soltanto, per il Fascio. Negli anni Settanta andava di moda il mito del poliziotto buono e comunista. Mai incontrato un piedipiatti votato a Marx e men che meno uno che non abbia cacciato il suo uccello dove non avrebbe dovuto. I più fortunati si sono beccati lo scolo, gli altri ci hanno rimesso la pellaccia in qualche sparatoria. E’ facile far fuori chi ti sta sulle palle, basta inscenare una rapina o qualcosa del genere. Poi aspetti. E quando hai finito di aspettare e ti trovi davanti il disgraziato che vuoi seccare, bene, premi il grilletto e fine del cinema. Se poi ti dice bene riesci pure a farla franca, portandoti a casa il bottino, la tua diavolo di vendetta bell’e consumata.
Nel giro di poco, fra i colleghi, per tutti fui René, René il bastardo. Dicevano che assomigliavo a quello lì, a Vallanzasca. Le femmine cadevano ai miei piedi, nonostante fossi l’ultimo arrivato. Dicevano che era per via del mio fascino, quello d’un fascista di tutto punto, bello e tenebroso. In realtà non mi è mai interessato granché l’amore per l’amore.
Isabella la trovai nel mio letto. Non le chiesi mai come diavolo fosse riuscita a scovare la mia tana. Fatto sta che me la sono fatta. Si era presa davvero bene di me, pretendeva che la sposassi. L’avevo conosciuta in un bar di quart’ordine, dove, a fine turno, i poliziotti amavano bere un goccetto di troppo o spaccarsi il muso. Isabella mi faceva la posta da tempo, poco ma sicuro. Non era il suo posto quel bar. Non è durata. Dopo averla mollata, l’ho raccolta morta strangolata in una notte di pioggia. Il suo corpo giaceva mezzo nudo in mezzo ai campi novaresi, vicino a un pozzo. Era una che faceva la vita e che si era illusa di poter cambiare la sua condizione mettendosi con uno come me, con un giovane poliziotto. Le aveva detto male. Non aveva messo in conto che la rifiutassi. Ma sto divagando, non è questa la storia che devo raccontare, è un’altra.
Feci qualche mese nel distretto di polizia di Novara, dopodiché fui sbattuto a Torino. E qui cominciarono i casini, quelli veri. Di spettacoli osceni ne ho visti a bizzeffe. Torino sarà pure la piccola Parigi, sarà pure una delle tante città dell’amore sparate in mezza Europa, ma, forse, sarebbero più corretto dire che è un postribolo a cielo aperto.