venerdì 22 marzo 2019

Cesare Pavese - estratto da "Il male peggiore" (Edizioni Il Foglio) di Iannozzi Giuseppe con una nota critica di Lidia Popolano

Cesare Pavese - estratto da
"Il male peggiore"


di Iannozzi Giuseppe


con una nota critica di Lidia Popolano

L’autore affronta con grande determinazione e notevole coraggio la tragica e mitica dipendenza dell’uomo dalla bellezza femminile per poter sperare di raggiungere l’assoluto. Per far questo, accanto al personaggio principale Giacobbe, così come si presenta al mondo e a se stesso, inserisce in un modo inedito le storie di celebri scrittori, quali infinite e sfaccettate rappresentazioni interiorizzate della tragedia, nel protagonista stesso. Un’opera complessa, sincera e spietata che non passa sul lettore senza conseguenze. - Lidia Popolano

[...] Cesare Pavese morto in un piccolo albergo, nei pressi di Porta Nuova: sconfitto dai sonniferi. Aveva deciso, con lucidità, di addormentare la sua cazzo di vita in una camera d’albergo, al Roma di Torino ingoiando una generosa dose di barbiturici, dodici bustine. 27 agosto 1950, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza, l’epitaffio scritto di sua mano: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. 
Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
Constance Dowling, l’ultimo amore, non corrisposto, troppo difficile fra le Langhe, l’aveva portato a una depressione fulminante, una depressione che, a onor del vero, da quarantadue anni buoni lo tallonava: il ragazzo timido, amante dei libri e della natura, sempre pronto ad allontanarsi dagli uomini, sempre pronto a nascondersi per poi inseguire farfalle e uccelli, per sondare il mistero dei boschi, quel ragazzo si era addormentato una volta per tutte insieme a Cesare Pavese, un uomo che, dopo i quaranta, aveva raggiunto una certa notorietà con in tasca delle lire non proprio da buttare. Durante il periodo universitario non era troppo difficile trovarlo impegnato in focose discussioni nelle trattorie, assieme a operai e venditori ambulanti, insieme alla gente comune. Erano bastati dei sonniferi per togliersi di mezzo, senza pestare i piedi a nessuno.
Tutte le amiche le dicevano che somigliava a una diva di Hollywood: «Sei bella, bella come Constance». Francesca alzava le spalle, abbozzava poi un sorriso di sfida: «No, nient’affatto». E sulla fronte un presentimento di dolore, una ruga non ancora matura. Emilia le correva accanto, quasi: Francesca teneva un passo svelto e la gamba lunga l’aiutava senza che dovesse affannarsi. Via Po illuminata a festa: il Natale stava per cadere. Luci e luci, perlopiù di dubbio gusto. [...] da IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €

Il male peggiore - Giuseppe Iannozzi - Edizioni Il Foglio


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martedì 12 marzo 2019

Lily Amis per Destinazione libertà - recensione di Iannozzi Giuseppe

Destinazione libertà


Lily Amis scrive per tutti quelli
che una voce non ce l'hanno


Iannozzi Giuseppe


 Lily Amis - Destinazione libertà - Armando editor

La penna di Lily Amis rifugge inutili fronzoli specificatamente letterari e privilegia uno stile diretto, molto colloquiale, affinché tutti possano calarsi nei suoi panni e in quelli della sua famiglia. In questo caso, l’approccio diaristico è giusto e necessario perché diventa strumento di denuncia, evidenziando in maniera non artefatta gli orrori visti e vissuti da chi racconta. Dopo esser stato tradotto in inglese e tedesco, Destinazione libertà. Una voce per tutti quelli che non ce l’hanno di Lily Amis viene pubblicato in Italia da Armando Editore. Destinazione libertà narra le peripezie di Lily e dei suoi cari costretti a fuggire da un paese dove il giogo della religione è diventato tale da non essere sostenibile. Negli anni Ottanta, l’Iran conosce un periodo profondamente oscuro, e Saddam Hussein ne approfitta per muovergli guerra, convinto che la rivoluzione e le epurazioni dei vertici militari persiani avessero inciso negativamente sulla forza del paese. In Iran il clima che si respira è di altissima tensione; il regime instauratosi in Iran farà pagare un prezzo molto alto a donne, bambini e dissidenti. Con Ruḥollah Khomeynī l’Iran viene sconvolto da un islamismo fortemente moralista di stampo sciita duodecimana, negando di fatto le libertà più elementari a un po’ tutti gli iraniani. La Guida Suprema dell’Iran si spegne nel giugno del 1989 a seguito di un cancro all’intestino; la guida del paese passa subito all’Āyatollāh Alī Khamenei, che ancora oggi dice che cosa è giusto e cosa invece non lo è.

Destinazione libertà ha un impianto chiaramente biografico. Lily lascia l’Iran quando è ancora una bambina, ci farà ritorno dopo una operazione agli occhi e scoprirà che suo padre non è più suo padre. Mentre Lily e sua madre erano via, l’uomo ha venduto tutto quello che si poteva vendere e che era loro. Perché l’ha fatto? Per costruirsi una nuova vita insieme a una giovane donna. Ma il tradimento del genitore è solo la punta dell’iceberg; in Iran la vita è cambiata in maniera radicale, le donne devono portare il velo, la libertà di stampa non esiste più e non c’è giorno che passi senza dover temere di morire per mano del regime o a causa di un attacco iracheno. Bisogna fuggire, ricostruirsi una vita altrove, ma uscire dall’Iran è difficile, molto: chi può cerca di raggiungere la Germania o gli USA. Per Lily inizia una vera e propria odissea che la porterà a conoscere la cattiveria dell’uomo nei suoi molteplici aspetti: pregiudizi, cinismo, cattiveria di stampo xenofobo e fascista saranno solo alcuni degli ostacoli che la giovane Lily troverà davanti a sé. Ma il karma esiste e alla fine metterà a tacere le malelingue.

Comprendere la storia odierna è atto rivoluzionario; e se è vero che la Storia si ripete, le nuove generazioni hanno il dovere, etico e progressista, di non replicare gli errori di quelle passate. Destinazione libertà di Lily Amis è un romanzo necessario perché dà voce a quanti, confidando in Dio, oggi lasciano il proprio paese per sfuggire alla morte, a una politica di soppressione.

Lily Amis è autrice di libri per bambini, illustratrice e blogger. Nata a Tehran, vive in Svizzera da oltre trent'anni. Laureata in Web editing, Marketing e Pubbliche Relazioni e parla farsi, tedesco e inglese. Impegnata sul fronte dei diritti umani, crede fermamente che tutti meritino felicità, libertà e una vita degna, indipendentemente dalla nazionalità, dal colore della pelle, dall'età, dall'orientamento sessuale o dal credo religioso. A tal fine, si è esposta all'attenzione dei media  e all'interesse del pubblico durante la crisi per i rifugiati dell’estate del 2015. Conta due apparizioni nel giornale nazionale britannico “the Daily Mirror” e interviste nel popolare sito britannico “Female First” e “Frost Magazine”.

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Destinazione libertà - Lily Amis - Armando editore - collana: scaffale aperto - pagine: 160 - Prima edizione: novembre 2018 - ISBN: 9788866779391 - prezzo: € 16,00

martedì 5 marzo 2019

Irène Némirovsky – Lo sconosciuto – EDB – Recensione di Iannozzi Giuseppe

Irène Némirovsky - Lo sconosciuto


Anche oggi fratelli che uccidono altri fratelli


Iannozzi Giuseppe

Irène Némirovsky - Lo sconosciuto

Forse, Lo sconosciuto faceva parte di un progetto più vasto, di un romanzo, non possiamo saperlo, non con assoluta certezza. E però noi lettori siamo fortunati perché Lo sconosciuto, sotto forma di novella, è lettura che è arrivata sino a noi e che non manca di compiutezza. Irène Némirovsky, di origine ebraica, convertita al cristianesimo nel 1938, non riuscì a sfuggire alla follia nazista; arrestata dai nazisti, fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì di tifo dopo un mese di prigionia. Le opere Irène Némirovsky hanno cominciato a interessare la critica e il pubblico italiano grazie ad Adelphi editore, che nel 2005 ha iniziato a pubblicare le opere della scrittrice.

Come si è già detto, Lo sconosciuto (L’Inconnu, 1941) è un racconto sul destino, sulle tragedie che il destino riserva a chi vive in tempo di guerra. Due fratelli, entrambi soldati, François e Claude si ritrovano, si incontrano nel viavai di una stazione ferroviaria. François, molto più giovane di Claude, è felice di partire, di andare alla guerra: “Aveva venticinque anni ed era contento di andare a combattere. Tutto l'inverno era stato di stanza nel Nord e aveva incontrato solo due avversari: la noia e il freddo.” Claude invece ha moglie e figli, e ha già visto il sangue, ha già visto morire amici e compagni. François pensa che “non è giusto” che il fratello non venga lasciato in pace.
François e Claude chiacchierano, mentre in stazione la confusione è forte: Claude racconta al fratello quello che gli è accaduto, di come si sia trovato faccia a faccia con la morte; e alla fine gli mostra una foto. Gli spiega che l’uomo nella foto non può che essere loro padre: le cicatrici che ha sul volto non lasciano spazio a dubbi. E gli fa anche capire che il padre non era morto durante la Prima Guerra Mondiale, nel maggio del 1917, come credevano, si era invece rifatto una vita in Germania. E alla fine ammette – o confessa – che nel corso di uno scontro fra tedeschi e francesi, lui, Claude, per non essere ucciso, era stato costretto a uccidere un giovane soldato tedesco, un certo Franz, il loro fratellastro. Claude è purtroppo sicuro di quello che va confessando al fratello François: Franz aveva una fossetta sul mento, un segno caratteristico di famiglia e che anche lui, Claude, ha ereditato dal padre. La tragedia è definita, è compiuta, non è possibile cambiare una sola virgola. A François, Irène Némirovsky mette in bocca queste parole che riassumono appieno l’insensatezza e la drammaticità della guerra: “Non ci si pensa mai, ma con i quattro anni dell’altra guerra, l’invasione, poi le nostre truppe sul Reno, dei fratelli hanno dovuto già trovarsi gli uni contro gli altri in campi nemici.”

Nella traduzione di Giovanni Ibba, con una molto chiara nota di lettura di Jean-Louis Ska, Lo sconosciuto di Irène Némirovsky torna in libreria per EDB Edizioni. L’attualità de Lo sconosciuto, ieri come oggi, è allarmante: in questa novella dai toni apparentemente pacati, anche quando il dramma viene esplicitato, non c’è solo la Storia, c’è il nostro momento storico fatto di incertezze, di guerre, di fratelli che, con consapevolezza o no, uccidono altri fratelli.

Irène Némirovsky (1903-1942), nata in Ucraina, di religione ebraica, convertita al cristianesimo nel 1939, è morta ad Auschwitz nel 1942. Riscoperta solo dopo la morte, in seguito alla pubblicazione postuma di Suite francese, è stata tradotta in molti paesi del mondo, Italia compresa, da editori come Adelphi e Garzanti.

Lo sconosciuto – Irène Némirovsky – Nota di lettura di Jean-Louis Ska  Traduzione di Giovanni Ibba  1ma edizione: 2018 – Pagine: 64 – EDB Edizioni – Collana: P9 Lampi sezione: Lampi d'autore – Preparato per la pubblicazione da Valeria Riguzzi – EAN: 9788810567784 – € 7,00

Hermann incontra la grandezza di Dio – Da “IL MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio)

Hermann incontra la grandezza di Dio


Da “IL MALE PEGGIORE” di Iannozzi Giuseppe


(Edizioni Il Foglio)

 
- disegno a matita su cartoncino - (c) Iannozzi Giuseppe -
Nel corso del suo lungo peregrinare, un giorno che il sole era alto e caldo più del solito, il Siddharta trovò riparo in quella che credeva essere un’oasi di pace. [...]
[…] Finito che ebbe di leggere, Hermann lasciò cadere la stilografica sui fogli appena vergati. Di certo non era il suo racconto migliore, però ogni parola gli pareva rilucesse d’una spiritualità che nel mondo si era persa da tempo. Si alzò dallo scrittoio, accusando subito una forte stanchezza. Intuiva che presto il suo spirito sarebbe volato alto. Non glielo avevano detto che era vicina la fine, però lui lo sapeva lo stesso. Trasfusioni di sangue e iniezioni gli avevano forse allungato un po’ l’esistenza, e, a conti fatti, non era stata brutta la sua vita. Sospirò. «Diventare un uomo è un’arte», ricordò a sé stesso con un filo di voce, facendo sua, ancora una volta, la lezione di Novalis. Da giovane aveva scritto al padre che se non poteva amarlo che almeno gli prestasse i soldi per acquistare una pistola. Aveva pensato di suicidarsi e l’aveva pensato sul serio, e forse si sarebbe dato la morte se… Eugenie, la ragazza di cui si era innamorato scrivendole poesie su poesie, l’aveva rifiutato, e lui, troppo sensibile, aveva subito pensato che per lui la vita non avesse più alcun valore. Senza giri di parole, la bella Eugenie gli aveva spiegato che il suo era un amore folle e impossibile. Una vertigine colse all’improvviso il vecchio lupo della steppa e quasi rischiò di farlo rovinare a terra. […]

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne)Iannozzi Giuseppe -EDIZIONI IL FOGLIO - Collana: Narrativa - Pagine 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: 16,00 €


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LA COSA SOMOGYI. PRIMO LEVI - da IL MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe (Edizioni Il Foglio)

LA COSA SOMOGYI. PRIMO LEVI


da IL MALE PEGGIORE di Iannozzi Giuseppe


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Io, il non credente, ed ancor meno credente dopo la stagione di Auschwitz.
PRIMO LEVI I sommersi e i salvati
C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.
FERDINANDO CAMON Conversazione con Primo Levi
Il male peggiore - Iannozzi GIuseppe - Edizioni Il Foglio

Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza. Oppressi e oppressori stanno sempre in una zona grigia, i salvati sono invece un numero esiguo, salvati dal caso e non da un Dio. Mordechai Chaim Rumkowski, ebreo affezionato al potere, appoggiato dalle SS, lui era un oppressore e un privilegiato che, nel ghetto della cittadina di Łódź, dettava legge nelle vesti di decano. Chi sono i salvati? Sono un numero esiguo i salvati, salvati dal caso e non da un Dio. Così andava rimuginando fra sé e sé Primo. Il mattino era di silenzio, eccetto che per delle vaghe note che una vecchia radio, tenuta a basso volume, lasciava libere nell’aria: Glenn Gould al piano suonava Bach.
Aprile 1987: non era un anno poi diverso da molti altri che aveva visto. Ad Auschwitz i mesi, i giorni, le ore non esistevano. Dio non aveva mai buttato l’occhio giù ad Auschwitz. Non lo aveva fatto perché Dio era una finzione, macabra e dilettantesca quanto si vuole. Jean Améry era sopravvissuto alla Shoah, e si era tolto la vita. Quando gli avevano chiesto il perché di quel gesto, era stato lapidario: «Nessuno sa le ragioni di un suicidio, neppure chi si è suicidato».

Il 13 dicembre del 1943 i nazifascisti lo avevano preso in Valle d’Aosta e subito lo avevano tradotto all’inferno, prima nel campo di concentramento di Fossoli, e nel febbraio del 1944 ad Auschwitz. All’inferno c’erano gli aguzzini e le vittime. C’erano degli uomini. Da quel dicembre del 1943, di anni ne erano passati un bel po’, ma, per lui, non era cambiato granché: adesso stava in casa, in Corso Re Umberto, numero civico 75. Nel corso degli anni passati a scrivere, non aveva mai sentito l’esigenza di cambiare abitazione. Le milizie lo avevano beccato nel villaggio di Amay, sul versante verso Saint-Vincent del Col de Joux, per l’esattezza fra Saint-Vincent e Brusson. Lo avevano interrogato. Alla fine si era dichiarato ebreo. Forse loro si aspettavano che si dichiarasse partigiano.
Il 22 febbraio del 1944, insieme ad altri seicentocinquanta ebrei, fu stipato su un treno merci. Ogni vagone teneva dentro cinquanta persone. Non c’era possibilità di salvezza: erano destinati al campo di sterminio di Auschwitz. Una volta in Polonia lo registrarono con il numero 174.517 e subito lo tradussero al campo di Buna-Monowitz, noto come Auschwitz III. C’era rimasto fino alla liberazione. L’Armata Rossa l’aveva liberato il 27 gennaio del 1945. Oltre a lui, l’Armata Rossa liberò altri venti ebrei italiani. Gli altri, tutti gli altri, tutti morti. Perché lui era sopravvissuto? Perché sapeva un po’ di tedesco; perché Lorenzo Perrone, un civile occupato come muratore, rischiando la sua vita, gli portava qualche cosa da mangiare; perché era un chimico e la Buna, di proprietà del colosso chimico tedesco IG Farben, aveva bisogno di chimici per la produzione di gomma sintetica. «Cambiano i nomi, cambiano i volti, e mai la sostanza», sbottò a mezza voce. Poi pensò, come tante altre volte nel corso degli anni, che (gli uomini) lo avrebbero rifatto. Auschwitz sarebbe risorta, con un altro nome, in Germania o all’altro capo del mondo. Si considerava un sopravvissuto, ma solo perché il caso aveva giocato a suo favore in quel frangente terribile dove, più e più volte, si era interrogato su cosa significasse essere un uomo. Aveva visto uomini, proprio come lui, operare il male contro altri uomini. Aveva visto l’inferno, la morte, quella più terribile, quella vestita d’un volto non troppo dissimile al suo. Da Auschwitz era uscito sulle sue gambe, ma non era del tutto vero, perché ogni giorno riviveva l’orrore. Non poteva, anzi non voleva dirlo ad alta voce, pur considerandosi a pieno diritto una vittima postuma dell’orrore. Tornare alla vita non fu affatto facile, perché, in realtà, lui la vita l’aveva lasciata in quel maledetto campo di concentramento insieme a quella di altre centinaia di persone, di ebrei. Era tornato per raccontare l’orrore, perché così il caso aveva deciso per lui. Suo malgrado era stato costretto a scrivere Se questo è un uomo, La tregua, Se non ora, quando?, I sommersi e i salvati. Il caso gli aveva affidato un compito e non gli era stata concessa la possibilità di alzarsi dal tavolo, di chiamarsi fuori dal gioco. Aveva dunque scritto, perché questo era il dovere che gli era stato assegnato. Le SS avevano tentato di distruggere tutte le prove a loro carico. Ci avevano provato, la Storia però non la si cancella, non con un colpo di spugna e nemmeno cercando di bruciare i documenti. La Storia aveva indicato i colpevoli, alcuni erano stati condannati, altri erano fuggiti e avevano trovato riparo al di là dell’Europa. Molti non avrebbero pagato per i crimini commessi. E da dove si erano nascosti, loro avrebbero fatto di tutto per far credere all’opinione pubblica che i lager non fossero mai esistiti.
Gli passavano davvero tante cose per la testa, aveva dei piani per il futuro. La radio cessò di colpo di funzionare e anche il pianoforte di Glenn Gould non sparò più note nell’aria. Fu questione d’un momento. Come quando i nazifascisti lo colsero di sorpresa nel villaggio di Amay. Non ebbe il tempo materiale per rendersi conto se il piede era caduto in fallo da sé, per colpa d’un movimento involontario, o se c’era stata una sua specifica volontà a comandarlo.
Francesco Quaglia, dentista e amministratore del condominio, amico di Levi, lo vede bene il corpo di Primo, adagiato alla base della tromba delle scale. E subito comprende che non c’è niente da fare: durante il volo, il corpo doveva aver sbattuto più e più volte contro le strutture in metallo dell’ascensore. Sul pavimento nero dell’ingresso un mare di segatura per mascherare, almeno in parte, il sangue. A chi la interroga, Jolanda Gasperi, portiera nello stabile di Corso Re Umberto, ripete quello che ha già ripetuto a un po’ tutti: «Erano passate da poco le 10. Come ogni mattina, ero salita da Levi per portargli la posta. Non ho notato niente di particolare, solo qualche dépliant, pubblicità, un libro, una rivista. Non c’era davvero niente di strano. No, non ho notato nulla di strano in lui. Come al solito ha ringraziato con un accenno di sorriso. Ne aveva passate davvero tante, davvero tante. Sì, era un po’ depresso: chi non lo sarebbe stato al posto suo?! Io ho solo sentito un tonfo. Ho gettato l’occhio oltre i vetri della guardiola e ho visto il corpo di Levi: sfracellato. Uno spettacolo terribile. No, la moglie, la signora Lucia era uscita a fare la spesa». Il portone quasi nuovo, in legno chiaro, fa a cazzotti con la facciata mezzo ammuffita del palazzetto fine Ottocento, numero civico 75. Le finestre del terzo piano, quelle di casa Levi, sono chiuse. Un bel pezzo di Corso Re Umberto è chiuso nel mutismo. Torino è incredula.

IL MALE PEGGIORE (Storie di scrittori e di donne) - Giuseppe Iannozzi -EDIZIONI IL FOGLIO- Collana: Narrativa - Pagine: 330 - ISBN 9788876067167 - Prezzo: € 16,00

Verso Sant’Elena – Roberto Pazzi – Bompiani/Giunti – Proposto da Roberto Barbolini al Premio Strega 2019

Verso Sant'Elena - Roberto Pazzi


Bompiani/Giunti



Roberto Pazzi - Verso Sant'Elena - Bompiani/Giunti

È ormai calata la sera quando Napoleone apprende che giungerà in vista di Sant’Elena all’alba. L’imperatore si ritira presto sulla Northumberland, quel sabato 14 ottobre 1815. Da più di due mesi è in navigazione sulla fregata inglese. Che cosa mediti alla fine del viaggio e forse dell’avventura della sua vita, nessuno potrebbe saperlo, mentre cigola la porta della cabina, non per un colpo di vento. Chi è mai la bella clandestina entrata? È davvero l’Eugénie, l’eroina del suo romanzo giovanile rimasto nel cassetto? Dopo la donna, nel dormiveglia compaiono la madre e alcune inquietanti presenze protagoniste degli eventi della sua vita dalla Rivoluzione alla battaglia di Waterloo. In Europa intanto si diffondono reazioni contrastanti. A San Pietroburgo lo zar Alessandro comincia a prevederne imbarazzanti rivelazioni. Pio VII accoglie a Roma i congiunti rifiutati dalle dinastie che avevano sollecitato l’onore d’imparentarsi coll’imperatore. A Vienna la moglie Maria Luisa, in procinto di recarsi a governare Parma, si concede al generale Neipperg. Il governatore designato di Sant’Elena a Londra riceve segrete istruzioni. Sulla Northumberland a poche ore dalla meta tutti dormono. La sola Eugénie veglia, custode del sonno di Napoleone: “dormi, sogna, riposa, ma sogna con la stessa potenza con cui hai combattuto, e non arriveremo mai a Sant’Elena.” E scrive sul diario di bordo il diverso corso che Napoleone immagina ancora d’imprimere alla Storia, mentre la nave sembra sparire in un folto banco di nebbia. L’epica visionarietà ispiratrice dell’autore di Cercando l’Imperatore, riconosciutagli dal “Times Literary Suppliment” e “The New York Times”, umanizza un altro imperatore, quel Napoleone che già la poesia di Manzoni aveva trasfigurato. Il viaggio infinito sulla nave del grande prigioniero, con le sue fughe in avanti e indietro, si eleva così a simbolo di quella sognata reinvenzione dell’esistenza, tentata di visitare altre vite possibili, che in vista della fine si annida forse in ogni anima umana.


«Richiamandosi idealmente al suo folgorante esordio narrativo con Cercando l’imperatore, epica rievocazione degli ultimi giorni dello zar Nicola II, Pazzi focalizza qui il suo sguardo affabulante su un altro imperatore nel momento del declino: Napoleone prigioniero degli Inglesi sulla nave in rotta per Sant’Elena. E lo fa in maniera magistrale, mescolando romanzo storico e diario intimo, memento mori e fantasmagoria narrativa, con grande lucidità intellettuale e visionaria capacità di rivisitare momenti e figure della Storia. Nel tedio e nei malanni del viaggio, Napoleone rivive memorie e fantasmi della sua vita inimitabile: da Maria Luisa d’Austria a Metternich, da Talleyrand a maman Letizia Ramolino, da Paolina Borghese a papa Pio VII, una ridda di illustri ectoplasmi bussa alla porta della sua cabina. Sono figure nate dal ricordo, che come personaggi sfuggiti al loro autore via via prendono corpo e si trasformano in interlocutori in carne e ossa, rubandosi a vicenda il testimone in un’appassionata staffetta narrativa. «Non era finita, lui non credeva a quell’epilogo della sua storia, dopo Waterloo. Qualcosa di inaspettato sarebbe sopraggiunto»: nel condottiero sconfitto non si è spenta la sete di romanzesco che, giovanissimo, l’aveva spinto a tentare la strada delle lettere con il romanzo Clisson et Eugénie . E qui Pazzi ha l’intuizione davvero felice di resuscitare da quelle pagine giovanili il personaggio di Eugénie, come a dirci che la verità della letteratura sopravanza i clangori della Storia, dandocene la chiave di lettura più autentica e profonda. Eugénie che scrive sul quaderno di bordo è insieme l’appassionata deuteragonista di Napoleone scrittore mancato, e la controfigura narrativa dell’autore di Verso Sant’Elena. Nella Nuova enciclopedia Alberto Savinio osserva che «Napoleone diventò quello che tutti sanno, ma non riuscì a diventare quello che nel suo intimo desiderava: un letterato». Roberto Pazzi trasforma questo spunto in una profusa celebrazione di quell’indispensabile effetto-Sheherazade che fa della necessità di scrivere una questione di vita o di morte. Se neppure Napoleone riuscì a padroneggiare la Storia – è la sua riuscita scommessa – un vero scrittore può invece reinventarsi continuamente il destino padroneggiando una storia.»

ROBERTO PAZZI


Roberto Pazzi, poeta, narratore e giornalista tradotto in ventisei lingue, considerato uno dei più originali e visionari scrittori italiani, vive a Ferrara. Già penna di “Corriere della Sera” e “The New York Times”, è opinionista del “Quotidiano Nazionale”. Della sua vasta opera ricordiamo almeno, fra i titoli di poesia, Calma di vento (1987, premio Montale), Talismani (2003), Felicità di perdersi (2013, premio Lerici-Pea) e, fra i romanzi, Cercando l’Imperatore (1985, premio selezione Campiello), La principessa e il drago (1986, finalista premio Strega), Vangelo di Giuda (1989, superpremio Grinzane Cavour), La stanza sull’acqua (1991), La città volante (1999, finalista premio Strega), Conclave (2001, superpremio Flaiano), L’erede (2002), L’ombra del padre (2005, premio Procida Elsa Morante), Mi spiacerà morire per non vederti più (2010), La trasparenza del buio (2014) e Lazzaro (2017). Del 2018 Come nasce un poeta, suo epistolario con Vittorio Sereni, prefatore dell’esordio in poesia.

Verso Sant'Elena - Roberto Pazzi - Bompiani/Giunti - Collana: Narratori italiani - Anno edizione: 2019 -Pagine: 192 - EAN: 9788845296956 - € 15,00