sabato 29 agosto 2020

Lo sfigato – Estratto da “La lebbra”, romanzo di Iannozzi Giuseppe – Edizioni Il Foglio

La lebbra - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio

Lo sfigato - Estratto da "La lebbra", romanzo di Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio


Estratto da La lebbra

La ragazza mai si accorse di Martino, anzi sì, non però in  maniera gradevole, difatti Martino divenne lo sfigato, quello da prendere per i fondelli. Da bambino, come poi da ragazzo, Martino era un tipo insignificante. Fosse stato brutto sarebbero state giuste le crudeltà inflittegli. Fosse stato bello va da sé che le ragazzine se lo sarebbero bisticciato. Invece era insignificante. Anonimo. Un tipo uguale ad altri milioni al mondo. Cristina gli appiccicò l’etichetta di sfigato, perché c’era semplicemente bisogno di uno che lo fosse sul serio o per finta. Essere lo sfigato comportava d’esser preso di mira dai compagni, soprattutto dalle ragazze. Per amor della sua Cristina Martino accettò il ruolo impostogli, soffrendo in silenzio il suo dolore. Ogni qualvolta veniva tacciato d’esser brutto, ignorante, drogato, handicappato, il dolore che simili accuse provocavano veniva buttato giù a forza, senza una lacrima; e una volta giù Martino lo mescolava all’amore nutrito per Cristina. Non una volta si lamentò. Accettò che in strada i compagni lo beccassero come corvi del malaugurio. Accettò persino che le amiche di Cristina gli trovassero difetti fisici che in realtà non aveva affinché si divertissero a portarlo in giro, a indicarlo ‘mostro’ agli occhi dei paesani. [...]

Giuseppe Iannozzi (detto Beppe), classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore. Nel 2012 ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta), nel 2013 L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta) e La lebbra (Edizioni Il Foglio), nel 2014 La cattiva strada (Cicorivolta). Nel 2016 ha pubblicato Donne e parole (Edizioni Il Foglio) e 2017 Il male peggiore (Edizioni Il Foglio). Scrive per diverse testate online e la free press.

La lebbra - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio - pagine: 150 - ISBN 9788876064548 - € 14,00

domenica 16 agosto 2020

Il male peggiore – Iannozzi Giuseppe - Galleria fotografica – Edizioni Il Foglio

Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe


Galleria fotografica

Edizioni Il Foglio


Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio
Torino, PIazza Statuto, la porta dell'inferno
Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio
Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio
Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio
Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio

IL MALE PEGGIORE. Storie di scrittori e di donne – In questo romanzo si raccontano le storie di tanti celebri scrittori e delle donne che, bene o male, li hanno accompagnati per un pezzo, più o meno lungo, della loro vita: Cesare Pavese e Doris Dowling, J.D. Salinger e Oona O’Neill, Ernest Hemingway e Mary Welsh, H.P. Lovecraft e Sonia Greene, Henry Miller e Anaïs Nin, Hermann Hesse e Ninon, F.W. Nietzsche e Lou von Salomé, Emilio Salgari e Ida Peruzzi…

Rassegna stampa e altri materiali

Giuseppe Iannozzi (detto Beppe), classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore. Nel 2012 ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta), nel 2013 L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta) e La lebbra (Edizioni Il Foglio), nel 2014 La cattiva strada (Cicorivolta). Nel 2016 ha pubblicato Donne e parole (Edizioni Il Foglio) e 2017 Il male peggiore (Edizioni Il Foglio). Scrive per diverse testate online e la free press.

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 MondadoriStore –La Feltrinelli 

Libreria Universitaria – Unilibro

Iannozzi Giuseppe  Il male peggiore – Edizioni il Foglio  Collana: Narrativa   Pagine 330  ISBN 9788876067167  Prezzo: € 16,00

sabato 15 agosto 2020

Iannozzi Giuseppe – Il male peggiore – breve estratto dal capitolo “Quasi come Salinger” – Edizioni Il Foglio

Quasi come Salinger – un breve estratto

IL MALE PEGGIORE

Iannozzi Giuseppe

Edizioni Il Foglio


Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio


Breve estratto da Il male peggiore

La notizia era rimbalzata di giornale in giornale, senza che lui, Jerome David, movesse paglia o quasi. Di anni ne erano passati tanti da quando, nel 1980, aveva annunciato il suo ritiro dalle scene letterarie, ovviamente tenendo la bocca ben chiusa. Ma i lettori non avevano dimenticato il creatore di Holden Caulfield. Le ristampe del suo unico romanzo, in parte autobiografico, e dei suoi racconti non si contavano: non c’era un solo lettore al mondo che non sapesse di lui. Per tutti era lui il grande recluso, uomo impossibile d’avvicinare. Salinger aveva fatto le cose per bene, come sempre del resto. Se ne era fregato altamente della vita mondana e dei letterati tutti. Quando il caso l’aveva richiesto, si era messo in contatto con il suo agente letterario, usando sempre la parola scritta, e morta lì. E non aveva mai dato chissà quali spiegazioni al suo editore né al suo agente. Interviste non ne rilasciava dal lontano 1974, e a dirla tutta ne aveva rilasciate ben poche. Era quasi sempre riuscito a non farsi fotografare, e questa era cosa buona anche se, di tanto in tanto, una foto sfocata di brutto, con tutta probabilità scattata da qualche buontempone, compariva su un diavolo di giornale. In più d’una occasione, il suo agente letterario gli aveva scritto che tivù e giornali lo corteggiavano e che sarebbero stati disposti a pagarlo più che bene perché apparisse: lui lo aveva mandato a stendere senza pensarci su. A lui, Jerome David, gliene fregava una benemerita mazza dei lettori che volevano sapere di lui. La sua vita era stata così, lontano da tutto e da tutti. Era stato uno scrittore, poi aveva smesso di esserlo, pur continuando a interessarsi di libri, di libri di filosofia perlopiù. [...]

Il male peggiore - Iannozzi Giuseppe - Edizioni Il Foglio - copertina retro

IL MALE PEGGIORE. Storie di scrittori e di donne – In questo romanzo si raccontano le storie di tanti celebri scrittori e delle donne che, bene o male, li hanno accompagnati per un pezzo, più o meno lungo, della loro vita: Cesare Pavese e Doris Dowling, J.D. Salinger e Oona O’Neill, Ernest Hemingway e Mary Welsh, H.P. Lovecraft e Sonia Greene, Henry Miller e Anaïs Nin, Hermann Hesse e Ninon, F.W. Nietzsche e Lou von Salomé, Emilio Salgari e Ida Peruzzi…

Rassegna stampa e altri materiali

Giuseppe Iannozzi (detto Beppe), classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore. Nel 2012 ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta), nel 2013 L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta) e La lebbra (Edizioni Il Foglio), nel 2014 La cattiva strada (Cicorivolta). Nel 2016 ha pubblicato Donne e parole (Edizioni Il Foglio) e 2017 Il male peggiore (Edizioni Il Foglio). Scrive per diverse testate online e la free press.

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Bukowski, racconta! Gli apocrifi PENSIERI, RACCONTI, POESIA a cura di Giuseppe Iannozzi

Bukowski, racconta! Gli apocrifi

PENSIERI, RACCONTI, POESIA 

a cura di Giuseppe Iannozzi

In Bukowski, racconta! sono raccolti alcuni lavori bukowskiani apocrifi, di difficile o impossibile attribuzione: una manciata di poesie e molti racconti, oltre a una intervista inedita allo scrittore. Il materiale qui presentato, in prima battuta apparve su diversi giornali underground: poesie e racconti recavano una sola iniziale, una B o una C, e in rari casi un nome, Henry. Impossibile dire se siano delle prove di scritture nate dalla mano di Charles Bukowski o se siano invece opera di uno o più ubriaconi che ieri tentarono di imitarlo; fatto sta che, per stile e tematiche trattate, le poesie e i racconti presenti in questo volume sono dannatamente intriganti, pulsanti di un politicamente scorretto, che solo Hank (forse) sapeva maneggiare con impareggiabile classe anarcoide.

Giuseppe Iannozzi (detto Beppe), classe 1972, è giornalista, critico letterario, editor e scrittore. Nel 2012 ha pubblicato Angeli caduti (Cicorivolta), nel 2013 L’ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta) e La lebbra (Edizioni Il Foglio), nel 2014 La cattiva strada (Cicorivolta). Nel 2016 ha pubblicato Donne e parole (Edizioni Il Foglio) e 2017 Il male peggiore (Edizioni Il Foglio). Scrive per diverse testate online e la free press.

Sito web: iannozzigiuseppe.wordpress.com Facebook: facebook.com/iannozzi.giuseppe Twitter: twitter.com/iannozzi


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Bukowski racconta! .


Bukowski, racconta! Curatore: Iannozzi Giuseppe Editore: Edizioni Il Foglio Collana: Narrativa Formato: Brossura Pubblicato: 08/04/2016 Pagine: 190 Lingua: Italiano Isbn o codice id 9788876066177 Prezzo: 14 Euro

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domenica 2 agosto 2020

Dio non lo raccolse a sé. Dal mio nuovo romanzo in fase di ultimazione - Iannozzi Giuseppe

Dio non lo raccolse a sé

Dal mio nuovo romanzo in fase di ultimazione

Iannozzi Giuseppe


Fernando mirava la lingerie di Veronica con occhi gravidi di piacere; e che gliene importava se mutandine e calze eran cosette di mercato, se profumavano più di povertà che non di borotalco! Di donne ne aveva avute non una o due, ma ogni volta si sorprendeva della bellezza, o meglio, della nudità femminile: una volta svestita la donna gli faceva sangue, la vista gli si obnubilava e non badava più a certe imperfezioni che però c’erano, talvolta evidenti e non poco. Fernando, venuto su da una famiglia di contadini a forza di botte e scudisciate, a vent’anni già mostrava una calvizie che presto si sarebbe risolta in una quasi totale assenza di capelli; non era bello, né sapeva parlare in maniera conveniente, alle donne però piaceva, piaceva perché in lui tutto faceva pensare a una scimmia fuorché a un uomo bell’e fatto; e Fernando, sgraziato nei modi e nel favellare, aveva trovato nella disgraziata sua condizione un punto di forza, che se non inteneriva le femmine perlomeno le incuriosiva quel tanto perché alla fine quelle ci stessero. Non si rendeva conto che lo giocavano, che se lo nascondevano fra le gambe per non guardarlo dritto negli occhi; e lui che, in fondo in fondo, era un debole, s’illudeva d’esser dalle donne amato. Se solo avesse avuto un grano di sale in zucca, lo avrebbe capito da sé che il gentil sesso si burlava di lui; quando poi, giù in paese, si vantava d’esser stato con quella e pure con quell’altra, gli amici gli ridevano addosso, lui però non se ne accorgeva e alle loro risate univa la sua passandosi una mano fra i capelli, ogni giorno più radi e sottili.

Non soffriva Fernando d’aver avuto una infanzia di botte e poco altro; in cuor suo non era mai maturata l’idea che la felicità potesse essere qualcosa di diverso dal prenderle forte sul sedere o altrove per un nonnulla, per una birichinata, o perché quel giorno la madre s’era alzata col piede sinistro. Donna Diavola, come tutti la chiamavano, aveva messo al mondo sette figli, di cui sei di sesso femminile.

Era nato di sette mesi Fernando e poco ci mancò che Dio lo raccolse tosto a sé. In cuor suo Donna Diavola pregò perché accadesse; si sarebbe fatta una bara bianca, piccola però, e lei avrebbe anche pianto per far piacere ai vicini di casa e al marito. Non era però accaduto e quando Fernando superò di buon grado la fase critica, che l’aveva visto diventare più viola d’una melanzana, Donna Diavola dovette accettare l’idea di sfamare quella bocca. Maledetto il giorno che aveva pregato il Signore! Che pentimento, che pentimento covava adesso in petto. E più cresceva e più l’odio della donna nei confronti del bambino si faceva forte: perché mai non era morto quando ne aveva avuto l’occasione? Per colpa di Fernando, lei, la Diavola, era diventata lo scherno di una bella fetta della Ciociaria; per questo non avrebbe mai perdonato a Fernando d’aver dato il primo vagito, d’aver finto di soffocare per poi riprendersi e in salute per giunta. Maledetto quel giorno che aveva pregato perché Dio le desse un figlio maschio. Che le era mai passato per la testa? Non lo sapeva bene neanche lei, certo che no. O forse sì, lo sapeva, s’era lasciata trascinare da un istinto animale; ma non lo avrebbe mai ammesso, men che meno a sé stessa. Fosse stato almeno un figlio normale, e invece no, era nato di sette mesi il disgraziato. Le ciociare se la ridevano sotto i baffi quando la vedevano attraversare le strade per andare all’orto; che poteva mai fare? Stringere i denti e bestemmiare, ma non a voce alta. In paese erano tutti cattolici e fascisti convinti, guai dunque a farsi sentire d’accusar Dio o Cristo per una disgrazia o gioia che fosse; Donna Diavola scivolava dunque accanto alle compaesane facendo finta di niente, ma di dentro si sentiva morire, e di più ancora quando la fermavano per scambiare due chiacchiere: “Tutto bene, allora? Oh, che annata, mica buona per le olive e pure l’uva non ci verrà su buona; ma che importa, l’importante è la famiglia, che tutti stiano bene in salute, non è forse così Donna?” Lei accennava un sì con il capo e subito cambiava discorso, quelle così si prendevano la soddisfazione d’averla stuzzicata, le si leggeva infatti la stizza in viso che le si faceva rubizzo mentre gli occhi pareva volessero schizzargli fuori dalle orbite. Maledetto quel giorno che s’era portata in chiesa, maledetto per sempre: non avrebbe mai dovuto pensare, neanche lontanamente, che la famiglia avesse bisogno d’un altro uomo oltre a quel cretino di suo marito.

La madre lo caricava di botte, il più delle volte senza una ragione; il bambino si limitava a piangere, convinto che la punizione, in un modo o nell’altro, se l’era andata cercando e giacché veniva punito s’illudeva che fosse per il suo bene, perché la madre lo amava. Seppur in salute, almeno così pareva per il momento, robusto come tutti i ragazzini cresciuti in strada e allattati più dalle fontanelle che non dai seni materni, Fernando non era una cima e non era nemmeno furbo; non che fosse proprio stupido o deficiente, era un ingenuo troppo ingenuo forse, e, come tutti gli sfortunati che soffrono d’ingenuità, certe cose non le capiva né gli passavano per l’anticamera del cervello, per cui mai un sospetto che la madre non lo amasse.

Giacomo, il padre di Fernando – o perlomeno quell’uomo che si suppone fosse il genitore –, badava poco o nulla ai figli; contadino per vocazione, mani callose e un cervello ridotto al minimo, seppur buono d’animo, era distratto, troppo per prendersi cura dei figli; rincasava sempre tardi dopo aver passato l’intera giornata nei campi, e unica sua soddisfazione era la cena. Non era tipo d’informarsi dei bisticci in famiglia e men che meno ci teneva ad affrontare la moglie; anche a letto era lei a prendere il sopravvento, lui subiva passivamente, cercava di pensare ad altro mentre lei lo schiacciava sotto la sua mole di ciociara bene in carne.

Un giorno, altrove - Federico Roncoroni ci regala un romanzo che leggeranno anche i posteri

FEDERICO RONCORONI

Un giorno, altrove


Un romanzo che leggeranno anche i posteri

"Un giorno, altrove" (Mondadori) di Federico Roncoroni è un romanzo che non si fa dimenticare. Come ebbi modo di dire qualche anno or sono, Roncoroni avrebbe meritato il Premio Strega. Così non è stato, ciò non toglie che "Un giorno altrove" è romanzo che continua a vivere, a farsi apprezzare da sempre nuovi lettori, perché dentro c'è amore per la vita e per la donna amata, ma anche tanta lotta e disperazione. "Un giorno, altrove" è romanzo adatto a tutti, scritto in maniera a dir poco mirabile, una storia d’amore che sfida la malattia e la morte. Federico Roncoroni ha dato alle stampe un romanzo di rara bellezza, che contiene davvero tutto.

Un giorno, altrove - Federico Roncoroni"Un giorno, altrove" è Letteratura, perché c’è una bella differenza fra un semplice romanzo e una storia che è destinata ad appartenere al nostro tempo storico per poi passare ai posteri. Siamo di fronte a una storia articolata che utilizza un escamotage pericoloso e che solo un grande scrittore può permettersi, epistole che ricostruiscono il passato il presente e il futuro del protagonista, scrittore che da tempo, dopo la malattia sofferta e sconfitta, ha deciso di vivere in ritiro. Ma all’improvviso una e-mail, quella d’una vecchia fiamma. Rispondere? Perché? Lei gli ha fatto del male tanto tempo fa, lasciandolo a sé stesso. Per anni lui ha combattuto contro il ricordo di Isabella, un ricordo lacerante, forse più forte e terribile del linfoma che lo ha condotto sull’abisso della morte. E adesso Isa torna e vuol sapere con chi sta, se è felice, se vive e come vive. Con quale diritto?

Da oggi "Un giorno, altrove" è anche nella prestigiosa collana Oscar Mondadori.

Fatevi un regalo, leggetelo.

Iannozzi Giuseppe

Filippo è un intellettuale che ha deciso di vivere in splendido ritiro, lontano da tutti. Dopo aver girato il mondo per insegnare ed essere scampato a un gravissimo linfoma, si è rifugiato per lavorare ai suoi libri in una casa sul lago. In questa solitudine, interrotta solo da qualche incontro galante, è convinto di aver raggiunto un accettabile equilibrio. Perciò, non è senza sconcerto che un giorno riceve una mail da parte di Isabella, la sua Isa, con cui non ha rapporti da sette anni. Tanto è il tempo passato da quando lei lo ha lasciato in un letto di ospedale. Sconcerto, e anche gioia e speranza, sentimenti che si accavallano, visto che Isabella continua a scrivergli, anche se non lo fa per parlare di sé, ma, parrebbe, per avere risposte alle tante domande rimaste in sospeso. Nei cinque mesi che trascorre mandando mail al suo amore ritrovato e aspettando di poter leggere le sue risposte, Filippo ha finalmente l’occasione di raccontare a Isa ciò che ha vissuto senza di lei e di riavviare l’interrotto discorso amoroso. Isabella, invece, è reticente a parlare di sé. Evasiva al punto da risultare ambigua, si mostra animata da un’estrema suscettibilità riguardo alle allusioni di Filippo ai loro trascorsi erotici e da una forte curiosità per il modo dell’uomo di relazionarsi con se stesso. Filippo vive male le ambiguità della donna, ambiguità che il rapporto inevitabilmente epistolare accentua, e che troveranno una spiegazione, se non una soluzione, solo a fine partita.

Federico RoncoroniFederico Roncoroni, saggista e viaggiatore, ha pubblicato vari testi sulla lingua italiana e su autori dell’Ottocento e del Novecento. Una laurea in filologia classica, una quindicina di anni di insegnamento nei licei, poi una carriera da «professore a distanza» come autore di libri di testo. Vive a lungo negli Stati Uniti, poi fa ritorno alla sua Como. Un giorno, altrove, dopo l’esordio narrativo con i racconti del Sillabario della memoria, è il suo primo romanzo.

Federico Roncoroni - Un giorno, altrove - Mondadori - Collana: Oscar bestsellers - Anno edizione: 2020 - Pagine: 400 p., Brossura - ISBN: 9788804725633 - € 13,00

Bruno Lauzi più grande di De André. Ricomporre armonie (Poesie 1992 – 2006)

Bruno Lauzi più grande di De André

Ricomporre armonie (Poesie 1992 – 2006)

Iannozzi Giuseppe

Bruno Lauzi - Ricomporre armonie

Leggete della vera poesia, leggete "Ricomporre armonie (Poesie 1992 - 2006)" di Bruno Lauzi. Ve l'ho già detto, Bruno Lauzi è un Poeta con la "P" maiuscola, e non lo dico tanto per dire. E' superiore a De André. Il perché è semplice: Bruno Lauzi tradusse dal latino tanti e tanti testi in prosa italiana per poi renderla in endecasillabi, e la sua poesia è, per così dire, molto latina: le parole sono usate con piena conoscenza e non buttate a caso per stupire il lettore. Nella poesia di Lauzi coesistono precisione e anima, oltre a una sana dose di ironia.

Bruno Lauzi non ha mai mischiato le canzoni con la poesia, ed è per questo che il suo lascito poetico è autentica Poesia e non un qualcosa di abborracciato. Bruno Lauzi è stato un grandissimo cantautore, su questo non ci piove, ha scritto canzoni immortali che continueranno a essere cantate anche fra cento anni; e ci ha lasciato le sue poesie che sono a dir poco superbe e che, a tratti, hanno un piglio quasi simile a quello di Cesare Pavese. Ma Bruno Lauzi è pienamente italiano, nella sua poesia non ci sono influenze esterofile o vagamente americane.

La poesia di Bruno Lauzi è bella quanto quella di Vincenzo Cardarelli, Giovanni Boine, Camillo Sbarbaro, etc. etc.

Cos'altro devo aggiungere per convincervi della bontà della poesia di Bruno Lauzi?

BRUNO LAUZI (Asmara 1937 – Milano 2006) è ritenuto con Umberto Bindi, Gino Paoli e Luigi Tenco uno dei fondatori della cosiddetta ‘scuola genovese’ da cui nacque la canzone moderna italiana. Ha conosciuto e condiviso insieme al suo amico e compagno di banco Luigi Tenco al Ginnasio ‘Andrea Doria’ di Genova la passione per i film musicali e per il jazz. Dopo una vita di successi come cantautore, si è dedicato con successo alla letteratura pubblicando i libri di poesie I mari interni (Crocetti, 1994), Riapprodi (Rangoni, 1996), Esercizi di sguardo (Edizioni marittime, 2002) e il romanzo Il caso del pompelmo levigato (Bompiani, 2005).

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Ricomporre armonie – Bruno Lauzi

Bruno Lauzi – Ricomporre armonie – Curatore: Francesco De Nicola – Oltre edizioni – Collana: collezione di poesia – Anno edizione: 2020 – pagine: 224 – ISBN: 9788899932756 – Prezzo di copertina:  € 18.00

Colazione da Tiffany. Leggete il romanzo di Truman Capote e dimenticate il film di Blake Edwards

COLAZIONE DA TIFFANY


Leggete il romanzo di Truman Capote
e dimenticate il film di Blake Edwards

Iannozzi Giuseppe

Truman Capote - Colazione da Tiffany - Garzanti

Barry Paris ricorda le lamentele di Capote, con queste parole: «Marilyn è sempre stata la mia prima scelta per interpretare la ragazza, Holly Golightly». La scelta cadde su Audrey Hepburn, così, non a torto, Capote accusò la Paramount di aver fatto il doppio gioco. La sceneggiatura venne poi affidata a George Axelrod, che deformò in maniera hollywoodiana il romanzo di Truman Capote: l'ambiguità sessuale di Holly, la sua bisessualità viene difatti completamente stralciata. Il personaggio di Liz è una invenzione dello sceneggiatore, utile solo a rendere il film più appetibile al palato frivolo del pubblico dei primissimi anni Sessanta. Nel romanzo di Truman Capote non ci sono romanticherie, né si lascia a intendere che Holly e Paul, alla fine, si metteranno insieme. La sceneggiatura di George Axelrod prende soltanto spunto dal romanzo di Capote. Nel romanzo "Colazione da Tiffany", Capote disegna un quadro ben preciso della società americana; essa è decadente e morbosa ed è tutta incarnata nel personaggio di Holly, una donna né giovane né vecchia, sognatrice e cinica allo stesso tempo. Paul Vorjak, nel lavoro di Capote, ha un ruolo marginale, mentre nel film hollywoodiano diventa il coprotagonista della storia insieme ad Holly. Hollywood ha saputo trasformare uno dei Capolavori di Truman Capote in una dozzinale storiella romantica: siamo di fronte a un vero e proprio oltraggio, e questo è quanto. Dimenticate dunque il film di  Blake Edwards, leggete invece la vera storia di Holly Golightly, quella scritta in maniera ineccepibile da Capote, il più grande genio decadentista insieme a Oscar Wilde.

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Colazione da TiffanyAltre voci altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), romanzo che Capote scrisse poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e ritrovato solo nel 2004, tra le carte lasciate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. I suoi racconti brevi sono raccolti in La forma delle cose (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e i suoi scritti giornalistici in Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo

Truman Capote - Colazione da TIffany - Traduttore: Vincenzo Mantovani - Garzanti - Collana: Elefanti bestseller - Anno edizione: 2019 - Pagine: 115 p., Brossura - ISBN: 9788811609537 - € 12,00

mercoledì 1 luglio 2020

Patrizia Violi - Breve storia della letteratura rosa

Breve storia della letteratura rosa


Patrizia Violi ci assicura che sono
un necessario anestetico con modesti
e sopportabili effetti collaterali

Iannozzi Giuseppe

Breve storia della letteratura rosa - Patrizia Violi - Graphe.it edizioniChe cosa possono darci i romanzi rosa? E quali sono? Personalmente non amo gli Harmony, e se proprio devo leggere un romanzo d'amore allora che sia un Capolavoro come "Via col vento" di Margaret Mitchell o "Il delta di Venere" di Anaïs Nin. Volendo tornare molto indietro nel tempo, è per me d'obbligo citare "La morte di Artù" di Thomas Malory. Si obietterà che gli autori da me citati non sono dei veri e propri autori di romanzi rosa, ed allora vado ancora più indietro nel tempo scomodando Lucio Apuleio (Amore e Psiche) e Petronio Arbitro (Satyricon). La verità è che tutti i romanzi, moderni e no, in un modo o nell'altro affrontano l'amore, questo strano sentimento che da sempre fa impazzire l'umanità e che è al centro di tantissime storie contenute nella Bibbia e in tanti altri testi sacri. Jeanne-Marie e Frédéric Petitjean de la Rosière (conosciuti con il nome di Delly) furono i primi a scrivere romanzi dichiaratamente rosa, Fecero seguito i lavori di Alphonsine Zéphirine Vavasseur, Elinor Glyn, Emma Orczy, Liala, Fabio Volo, Federico Moccia, Marc Levy, etc. etc. Nella collezione Harmony ci sono centinaia di autori, che ogni anno sbarcano in edicola, facendo sognare con pochi euro un bel numero di donne. Le copertine dei romanzi Harmony sono molto patinate, sfrontatamente finte. Caratteristica degli Harmony è che gli stereotipi narrativi adottati sono poi sempre i soliti, non troppo dissimili da quelli delle soap opera. E allora perché "Via col vento" di M. Mitchell è un Capolavoro mentre un (romanzo) Harmony scritto da una Liala qualunque è una storia da dare in pasto attraverso le edicole e morta lì? Fate attenzione, questo lo dico io, Patrizia Violi è di ben altro avviso. "Breve storia della letteratura rosa" (Graphe.it edizion) di Patrizia Violi è un agile volumetto che ci fa conoscere un genere molto popolare, che non accenna a morire e che ogni anno rimpolpa le finanze di tanti editori. Val la pena di leggerlo, sicuramente.

Patrizia Violi, giornalista, vive e lavora a Milano, collabora con la 27maOraFutura e la Lettura del Corriere della Sera, occupandosi di attualità, costume e psicologia. Ha pubblicato Love.com (Emmabooks), Una mamma da URL e Affari d’amore (Baldini & Castoldi), La vigilia di Natale (Graphe.it) e L’amore è una bugia (Giunti).

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Breve storia della letteratura rosa

Patrizia Violi - Breve storia della letteratura rosa - Graphe.it edizioni - collana: Parva [saggistica breve], 16 -pagine 90 - pubblicazione: 2020 - ISBN:9788893721028 - €8,00

John Dos Passos - Iniziazione di un uomo

John Dos Passos racconta i poveri soldati che vanno a morire in "Iniziazione di un uomo"

Iannozzi Giuseppe


John Dos Passos - Iniziazione di un uomo - Marietti editore

Raccontare la guerra, dire della morte, di come si va al macello, incontro a un destino voluto da folli seduti su poltrone di potere, è una impresa nella quale solo un grande scrittore può riuscire. Era ieri la guerra diversa rispetto a oggi? Forse sì: la prima guerra mondiale ha segnato l'uomo, lo ha costretto dentro alle trincee, e non da ultimo gli ha bruciato i polmoni con le terribili bombe a gas. La guerra del 14 18 ha ucciso migliaia di giovani. E la paura di morire in una follia fratricida, nel corso degli anni, non è mutata. Oggi si muore più facilmente, non c'è quasi più il "corpo a corpo"; oggi basta un bombardamento aereo per falciare centinaia di vite; oggi è sufficiente sganciare una bomba atomica per ridurre in polvere una città e tutti i suoi abitanti; oggi i droni e i satelliti colpiscono i bersagli, civili e militari; oggi gli eserciti si muovono in maniera diversa, e di rado si incontrano su un campo di battaglia. Ieri come oggi, rimane la paura, quella di morire e di non sapere come e perché.

Iniziazione di un uomo di John Dos Passos racconta la guerra, i poveri soldati che l'hanno fatta perché obbligati, perché comandati a uccidere. L'autore descrive la morte per quel che è veramente, senza abbellirla, senza farla passare per qualcosa di eroico. Iniziazione di un uomo di J. D. Passos è un libro di grande attualità, un romanzo forte, una denuncia contro la stupidità della guerra; è un Capolavoro che va messo accanto ad "Addio alle armi" di Ernest Hemingway.

John Dos Passos (1896–1970), scrittore, drammaturgo e giornalista statunitense, ha descritto nelle sue opere la vita americana del primi trent’anni del Novecento. Diplomato ad Harvard, partecipò alla prima guerra mondiale in Italia e in Francia come addetto a un reparto di sanità dell’esercito americano.

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John Dos Passos - Iniziazione di un uomo

Iniziazione di un uomo - John Dos Pasos - Nota di lettura di Domenico Quirico - tradotto da Alessandro Pugliese - Marietti Editore - collana: 1103 I melograni, sezione: Narrativa - prima edizione: gennaio 2020 - pagine: 192 - ISBN: 9788821110122 - € 14,50

Il volo dell'ape - Lorenzo Lanari

Il volo dell'ape - Lorenzo Lanari


Un romanzo imperniato
sui veri valori della vita

Iannozzi Giuseppe

Il volo dell'ape - Lorenzo Lanari - Graphe.it

Il volo dell'ape (Graphe.it Edizioni) è la prima prova letteraria di Lorenzo Lanari. Lo stile di Lanari è semplice e diretto, e a tratti potrebbe ricordare quello di alcuni autori che oggi, soprattutto fra i giovani, vanno per la maggiore. L’autore sottolinea che non siamo di fronte a un romanzo di formazione, e lo dice a chiare lettere in una intervista rilasciata a Perugia Today: “Potrebbe essere, ma ritengo che sia un romanzo in cui si racconta il processo di maturazione di una persona. Come le api hanno un’organizzazione gerarchica che si sviluppa nella crescita esistenziale, con le api che maturano nella crescita, così il personaggio del romanzo passa dalla spensieratezza della gioventù alla maturità, condivide esperienze con amici e conoscenti, cresce grazie agli insegnamenti della vita fino a giungere alla vita adulta”.

Michele Panelli pensa a se stesso come a un’ape bottinatrice. Perché? “Dovessi compararmi a un’ape, direi che assomiglio a un’operaia: in continuo movimento e in costante crescita gerarchica. Nutrice, spazzina, guardiana, ceraiola e infine bottinatrice, che è come, senza esagerare, mi sento ora. [...] La mia è una storia comune, fatta di esperienze belle, brutte, faticose, gratificanti, sorprendenti. Una persona che è oggi il risultato di ciò che ha vissuto e di ciò che è stata; di quello cioè che ha appreso con l’esperienza, l’altro nome che diamo, come direbbe Oscar Wilde, ai nostri errori". Michele è un ragazzo che ha le idee piuttosto chiare, vuole continuare a studiare e non è suo desiderio entrare a far parte dell’organico dell’azienda di suo padre. Ama le api, certo che sì, ma dentro di sé sente che il suo destino non è quello di stare in un ufficio dirigenziale, seduto in poltrona a impartire ordini, e così, un bel giorno, annuncia ai suoi cari di voler studiare lingue, a Roma. Una volta sistematosi nella città eterna, Michele fa la vita dell’universitario: studia, qualche volta alza un poco il gomito insieme ai suoi amici, fa nuove conoscenze. Michele sa di non essere il tipo per cui le donne perdono la testa: è piuttosto impacciato, e soprattutto crede nell’amore, in quello vero, ed è sicuro che un giorno incontrerà la donna della sua vita. Michele in questo non sbaglia; subito dopo essersi laureato, una silfide di sangue spagnolo gli ruba il cuore, e lui non potrà far altro che seguirla fino in Spagna.

Il volo dell’ape, pur contenendo qualche accenno alle esperienze vissute dall’autore, non è un romanzo autobiografico, è invece una storia che ci porta a scoprire quelli che sono i veri valori della vita. L’autore, prediligendo uno stile mai circonvoluto o denso di citazioni letterarie, strizzando debolmente l’occhio ad autori quali Bianca Pitzorno, Paola Mastroccola, Mario Desiati, dà vita a una storia tanto avventurosa quanto edificante.

Il volo dell'ape mette in evidenza un insegnamento  essenziale, semplice e difficile allo stesso tempo, quello del Mahatma Gandhi: “Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre”. Davvero un gran bell’esordio quello di Lorenzo Lanari, che con una narrazione pulita, deamicisiana, dimostra a lettori e scrittori che i romanzi sono veramente belli quando nascono dal cuore.

Lorenzo Lanari è nato a Perugia nel 1978, è sposato e ha due figli. Si è laureato a Roma in lingue e letterature straniere con indirizzo interprete di conferenza presso la Libera Università San Pio V. Ha lavorato come professore di italiano per stranieri presso l’Università Urbaniana di Roma ed è stato per quattro anni direttore del corso di laurea presso la Scuola Superiore di Mediatori Linguistici di Perugia, dove ha anche insegnato traduzione dallo spagnolo. Mosso dalla voglia e dall’esigenza di provare una nuova esperienza formativa, ha vissuto due anni in Spagna con la famiglia, dove ha insegnato italiano per stranieri e ha conseguito un master in Investigación en Lengua Española presso l’Università Complutense di Madrid. Dal 2019 è tornato nel capoluogo umbro, dove ha ritrovato il suo antico ruolo di direttore didattico del corso triennale della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici; è anche dottorando presso la facoltà di traduzione e interpretazione di Soria.

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Il volo dell'ape - Lorenzo Lanari


Il volo dell'ape - Lorenzo LanariGraphe.it edizioni - collana: Logia [narrativa], 16 - pagine: 144 - disponibile dal 21-03-2020 - ISBN 9788893720977 - €10,90

William Golding - Il Signore delle Mosche

William Golding - Il Signore delle Mosche


Capolavoro assoluto della Letteratura mondiale


Iannozzi Giuseppe

William Golding - Il Signore delle Mosche


William Golding nacque a St. Colomb Minor, in Cornovaglia e morì a Falmouth nel 1993. Golding, maestro elementare di simpatie steineriane mai disconosciute, ebbe una vita abbastanza sregolata almeno fino allo scoppio della IIa Guerra Mondiale, che combatté in qualità di ufficiale della Marina britannica. Dopo il congedo riprese a insegnare e a scrivere, finché il grande successo ottenuto con Il Signore delle Mosche non gli consentì di abbandonare il lavoro. Nel 1962 abbandona definitivamente l’attività lavorativa e si ritira a scrivere a tempo pieno in campagna, nella sua amata Cornovaglia. William Golding nel 1983 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Dopo Il Signore delle Mosche (il libro uscì in Inghilterra nel 1954 grazie al caloroso appoggio di T.S. Eliot, ma il grande successo giunse con l’edizione economica pubblicata negli Stati Uniti nel 1959, la quale divenne un vero e proprio oggetto di culto, soprattutto tra i giovani). Golding scrisse numerosi altri romanzi, fra cui vale la pena ricordare almeno Le due morti di Christopher Martin (1956)Caduta libera (1959), La piramide (1967), Oscuro visibile (1979), e la trilogia costituita da Riti di passaggio(1980), Calma di vento (1987), Fuoco sotto coperta (1989) e il dramma teatrale Farfalla d’ottone (1958).

Un aereo precipita su un’isola deserta: è in corso un conflitto planetario. All’impatto dell’aereo sopravvivono solo alcuni ragazzi; questi subito si mettono all’opera per sopravvivere e dar vita a una società tribale senza l’aiuto e, soprattutto, senza il controllo degli adulti. All’inizio, la società tribale dei ragazzi, per quanto abbia una organizzazione abborracciata, riesce a seguire le regole che si è imposta; poi, quasi repentinamente, la società costituita comincia a disgregarsi, infatti nello spirito dei ragazzi emergono terrori irrazionali e comportamenti asociali, che metteranno a nudo la vera natura umana, quella più intimamente selvaggia e repressa. A un certo punto è inevitabile, quasi naturale, che la società si divida in due gruppi; uno schieramento è capitanato da Jack, forse il ragazzo più sovversivo e al contempo più suscettibile alle lusinghe del potere, l’altro da Ralph, un tipo più pavido rispetto a Jack ma maggiormente responsabile di sé; Jack fa parte di un gruppo di cacciatori superstiziosi che adorano il Signore delle Mosche, ossia una testa di maiale trafitta da un palo di legno e attorniata da nugoli di mosche. Il giovane Ralph, che si oppone ai cacciatori, a suo modo fragile ma più assennato, organizza un gruppo di ragazzi costruttivi e pacifisti. Tuttavia, alla fine, lo scontro fra i due schieramenti antagonisti sarà inevitabile: l’istinto di sopravvivenza viene ben presto sostituito da un istinto tribale (antropologico), che vuole la morte degli avversari e Jack diventa, inconsapevolmente il signore della morte. Raph riuscirà a salvarsi dalla furia assassina di Jack solo grazie all’arrivo improvviso di alcuni marinai.

Romanzo a tesi sulla naturalità antropologica/ancestrale del male, Il Signore delle Mosche è soprattutto una realistica analisi della psicologia che muove i giovani, con una profonda e sconsolante riflessione sui fondamenti antropologici relativi alla violenza e alla brama di potere. In definitiva, i bambini non sono immuni dal male perché ESSI sono gli uomini del domani, e proprio come i genitori solo saranno capaci di dar sfogo alle loro smanie di guerra, di potere, di prevaricazione dei diritti umani.
Con Il Signore delle Mosche William Golding sembra quasi voglia asserire (e ammettere) che l’innocenza infantile è una ingenuità, o meglio, una illusione prodotta ad arte dalla società per credersi ancora capace di dare al mondo una umanità nuova, una generazione migliore rispetto a quelle precedenti, dei padri. I bambini sono innocenti come e quanto gli adulti, l’innocenza quindi non esiste: esiste soltanto la natura umana che sottostà all’istinto animale e che porta a uccidere e ad organizzarsi in tribù per dar corso a inevitabili guerre fratricide, ne consegue che la violenza operata sui propri simili darebbe un qualche significato alla vita, alla morte, e soprattutto alla sopravvivenza.

Il Signore delle Mosche, quattordici milioni di copie vendute nei paesi di lingua inglese, è la magistrale prova d’esordio e il manifesto letterario/sociologico del grande William Golding; il pensiero di Golding si potrebbe riassumere con questa sua stessa affermazione: “L’uomo produce il male come le api producono il miele”. Siamo di fronte a un Capolavoro assoluto, a un classico della Letteratura mondiale che non passerà mai di moda.

William Golding - Il Signore delle Mosche - Traduttore: Laura De Palma - Mondadori - Collana: Oscar moderni - Anno edizione: 2017 - Pagine: 263 - ISBN: 9788804676850 - € 13,00

martedì 23 giugno 2020

Bruno Lauzi merita il capo cinto d’alloro. Ricomporre armonie (Poesie 1992 – 2006)

Bruno Lauzi - Ricomporre armonie

Bruno Lauzi merita il capo cinto d’alloro

Ricomporre armonie 

(Poesie 1992 - 2006)

Iannozzi Giuseppe

Bruno Lauzi (Asmara 1937 – Milano 2006) è una felice necessaria armonia nel panorama poetico contemporaneo. Oltre Edizioni pubblica “Ricomporre armonie. Poesie 1992 – 2006”, un volume che per la prima volta accoglie tutte le poesie di Bruno Lauzi. Lauzi si è fatto conoscere dal grande pubblico come cantautore, e insieme a Gino Paoli, Fabrizio De André, Luigi Tenco, Umberto Bindi, ha dato il La a un cantautorato diverso e moderno, quasi versato nella poesia. Bruno Lauzi, ne Il caso del pompelmo levigato (2005, Bompiani) e nella sua autobiografia Tanto domani mi sveglio (2006, Gammarò Edizioni) spiega che la madre, Laura Nahum, era di origine ebraica, una donna che si convertì al cattolicesimo sposando un cattolico, occultando in seguito le proprie origini per sfuggire alle leggi razziali fasciste, e di conseguenza, secondo la legge ebraica, lo era, non culturalmente ma etnicamente, anche lui. In Tanto domani mi sveglio, Lauzi ci tiene non poco a sottolineare che non è corretto parlare di una scuola genovese dei cantautori: “La cosiddetta ‘scuola genovese’ dei cantautori non esiste né è mai esistita. Una scuola prevede maestri e allievi, e nessuno di noi fece da maestro né fu allievo. Anzi, raramente si trovò un tale gruppo di vicini di casa più diversi tra loro: anche se tutti inconsciamente tesi, all’insaputa l’uno dell’altro, a dare una spallata alle belle certezze degli autori delle canzoni allora di moda, confondendo le idee che già erano poche e confuse, ai discografici.” Bruno Lauzi cantautore fu elogiato da personaggi quali Ivano Fossati, Gabriel García Márquez e non solo.

Lauzi, grande appassionato di poesia e letteratura, oltre ai classici latini, ha letto, studiato e apprezzato una miriade di poeti, riuscendo anche ad amare due figure agli antipodi come Federico García Lorca ed Ezra Pound; affamato di bellezza, di musicalità, ha poi scoperto la bellezza poetica e musicale dei cantautori francesi, e come Fabrizio De André, anche lui si innamora di Georges Brassens e Jacques Brel. Quand’era ancora in vita, Bruno Lauzi pubblicò quattro libri di poesia: “I mari interni” (Edizioni Crocetti, 1994), “Riapprodi” (Edizioni Rangoni, 1994), “Versi facili” (Edizioni marittime, 1999 – raccolta delle due precedenti opere), “Esercizi di sguardo” (Edizioni marittime, 2002); “Agli immobili cieli” (2010, Edizioni Associazione “Il dorso della balena”) fu pubblicato postumo nel 2010. “Ricomporre armonie. Poesie 1992– 2006” (Oltre Edizioni, 2020) include “I mari interni” (1992 –  1994), Riapprodi (1994 – 1996), “Esercizi di sguardo” (2002), “Agli immobili cieli” (2002 – 2006), “I solitari”. In appendice abbiamo il piacere di riscoprire “Poesie contromano” (Milano, Edizioni marittime, 2003), ovvero i manoscritti della raccolta “Riapprodi”. Il volume è curato da Francesco De Nicola (1946), professore di Letteratura italiana dal 1994 al 2020 all’Università di Genova; dal 1974 svolge intensa attività di giornalista pubblicista e dal 2001 è Presidente del Comitato di Genova “Dante Alighieri”. Nell’introduzione a “Ricomporre armonie”, Francesco De Nicola, giustamente, puntualizza: “Se dunque la poesia per Lauzi prescindeva dalla sua più nota attività musicale, era tuttavia inevitabile che ne risentisse la comune consuetudine alla ricerca della già ricordata armonia con il frequente ricorso alle rime, alle assonanze e alle consonanze e con un palese ordito musicale di fondo; e se, come involontaria eco della giovanile consuetudine a tradurre in endecasillabi i testi latini, rintracciamo soprattutto nei versi delle prime raccolte residui delle letture dai classici […]”. Bruno Lauzi ricompone armonie spezzate, ma la sua poesia è ben diversa dai suoi testi cantautorali. Che un cantautore potesse scrivere poesia non era un fatto che ieri potesse piacere ai critici letterari, e difatti l’attenzione che venne dedicata all’opera di Lauzi fu quasi del tutto assente. Forse per ignoranza, forse per poca memoria, non fu preso in considerazione che Lauzi ricevette, sin dalla più giovane età, una educazione improntata alla poesia; seppur dotato di notevole talento, Lauzi decise di pubblicare le sue liriche piuttosto tardi, quando la sua fama di cantautore era ormai ben consolidata e impossibile da scalfire.

Bruno Lauzi è un poeta raffinato, quasi sempre ironico, a tratti malinconico: descrivere i paesaggi e i passaggi che lo hanno visto giovane e poi uomo è ricostruire la geografia, è farla diventare metafora, specchio del suo sentire più profondo. Il poeta Lauzi è ben consapevole che la memoria si lega ai luoghi vissuti e amati, i quali diventano una vera e propria mappa interiore, una geografia dell’anima:

“Asperrima l’erta/ tra il finocchio di mare/ e il ligustro./ Presto lascia lo spazio/ a cielo aperto/ dopo un’ultima sosta/ in pieno sole/ e a una svolta s’inoltra/ nella continuità dell’ombra/ tra i muri d’una villa./ Di grado in grado/ balza/ tra schegge di lavagna,/ glicini e parietaria./ La mia Liguria è in aria/ serena e profumata,/ sposa segreta,/ umana.” (da “I mari interni”, pag. 49 – Ricomporre armonie, Bruno Lauzi, Oltre Edizioni, 2020)

Nonostante sia stato per lungo tempo lontano dalla sua terra, Lauzi non può fare a meno di raccontarla, nel tentativo, sicuramente molto riuscito di riappropriarsi delle sue proprie radici:

“Nave corsara in pietra di Liguria/ il promontorio/ sta prendendo il mare/ con questa villa,/ il suo giardino intiero/ e gli invitati nell’abito elegante/ bagnato dalla luna. […]” (da “Riapprodi”, pag. 79  – Ricomporre armonie, Bruno Lauzi, Oltre Edizioni, 2020)

Nella prefazione al prezioso volume delle poesie di Lauzi, Francesco De Nicola, giustamente, sottolinea: “Genova poi appare sempre più metafora di un luogo dell’anima segnato dal piacere di esserci vissuto negli anni decisivi dell’adolescenza […] e di formazione, simbolo indelebile della giovinezza e del mondo dei giovani nonostante la sua naturale indole al “mugugno” […]”.

“Agli immobili cieli”, silloge pubblicata dopo la dipartita di Lauzi, la poesia si fa più marcatamente amara:

“[…] Con i nervi spossati/ e i sentimenti nel posto più negletto affastellati/ bofonchia e siede/ sul bordo del suo letto,/ sconsolato:/ anche quest’oggi il cielo ha rifiutato/ di entrare nella stanza/ per posarsi/ sopra il suo dipinto […]”. (da “Agli immobili cieli”, pag. 147 – Ricomporre armonie, Bruno Lauzi, Oltre Edizioni, 2020)

I versi sono ancora pervasi di ironia, ma nel poeta è più che mai viva la consapevolezza che è difficile, forse impossibile, per gli uomini abitare in un cielo di Dei. Nel corso di una intervista rilasciata durante l’estate del 2001 al Quotidiano Meeting, Lauzi disse di essere “un ateo ebbro di Dio” e aggiunse: “Mia madre è ebrea, mio padre cattolico. Non frequento chiese da 50 anni, ma sono affascinato dal mistero della vita. Il problema è che se si usa uno sguardo semplice, è chiaro che tutto è un miracolo, anche la morte; fin quando non ci si abbandona nelle mani di questo Mistero, non si conoscerà mai la pace”.

Più di altri cantautori che in passato o in tempi più o meno recenti si sono messi alla prova con la poesia, Bruno Lauzi merita che il suo capo sia cinto d’alloro, e il perché è semplice, è nella sua indiscutibile vocazione poetica, è nei suoi versi sì pieni di armonie.

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Ricomporre armonie - Bruno Lauzi

Bruno LauziRicomporre armonie – Curatore: Francesco De Nicola – Oltre edizioni – Collana: collezione di poesia – Anno edizione: 2020 – pagine: 224 – ISBN: 9788899932756 – Prezzo di copertina:  € 18.00

giovedì 27 febbraio 2020

Daniela Gambino: "Conto i giorni felici" (Graphe.it edizioni). Intervista all'Autrice - di Iannozzi Giuseppe

Daniela Gambino. Intervista all'Autrice


CONTO I GIORNI FELICI


di Iannozzi Giuseppe


Conto i giorni felici - Daniela Gambino - Graphe.it

1. Daniela Gambino, “Conto i giorni felici. Cercando la felicità (e altre cose venute dopo)” (Graphe.it Edizioni) è il tuo ultimo lavoro pubblicato. La felicità è nelle piccole cose, almeno così si dice. Daniela, per quale ragione hai cominciato a contare i giorni felici?

Felicità non è solo resistere agli attacchi della vita, ma cucinare piatti sublimi con gli avanzi emotivi. Mentre balliamo aspettando la fiction preferita, ci ripariamo dai torti subiti con piccole attenzioni verso noi stessi. Perché a volte dimentichiamo di essere stati felici. Mi è capitato, in situazioni complesse, di aver realizzato che prima ero felice e non lo sapevo. Volevo riuscire a capirlo prima.

2. Nel tuo “Conto i giorni felici”, riferisci le parole di Epicuro, la sua lettera a Meneceo: “la morte non è nulla per noi, perché le sofferenze o i piaceri si acquisiscono con i sensi; la morte invece non è altro che l’incapacità di avere coscienza.” Da sempre gli uomini si interrogano sulla morte; a tutt’oggi nessun filosofo ha saputo dare una risposta un po’ soddisfacente; tante chiacchiere, ma alla fine la verità rimane una e una sola: la morte non è evitabile e con tutta probabilità decreta la fine totale e assoluta dell’individuo. Chi crede (ciecamente) in un Dio ha meno paura della morte rispetto a un agnostico?

Non credo che un credente abbia meno paura. Lo spiego anche nel libro, certo avere una vita piena, completa, una vita di relazioni, aiuta a superare anche questi momenti. Un credente, che vive in una comunità religiosa, ha più certezze da un punto di vista di condivisione, comprensione. Il divino è questo. Riuscire a superare la solitudine.

3. Hermann Hesse diceva che bisogna avere un bel po’ di coraggio per togliersi la vita, non era dunque dell’avviso che il suicida fosse un codardo. Tu che ne pensi?

Domanda complessa. Bisogna riconoscere la virulenza e l'aggressività di alcuni malanni psichici. La malattia mentale fa paura, de ne parla poco, non si sa come affrontarla, ma miete vittime. Ci sono turbe dal quale non si torna indietro, come altre malattie. Non scomoderei il coraggio, non lo scomodo neppure per le malattie del corpo. Ne parlo, ho un capitolo dedicato a questo. Chiamare il malato di cancro guerriero, parlare del pensiero positivo, come se tutto dovesse dipendere dalla sua volontà, non sempre aiuta, è un carico. Aiuta essere di buonumore, ma sono le terapie, la ricerca, a fare il lavoro fondamentale. Su chi si ammala non deve pendere per forza, la responsabilità di rimanere forti davanti alle patologie. Siamo umani.

4. Secondo Michel Houellebecq “la solitudine trionfa ma non si può rinunciare alla ricerca della felicità”. Nel tuo lavoro ci lasci sottintendere che la felicità è possibile, a patto che si accetti di vivere la solitudine con consapevolezza.

Bisogna conoscersi. Ma come ci si conosce? Attraverso le proprie reazioni. Nelle relazioni. Non si smette mai. Ma gli altri sono esseri a se stanti, non servono solo come specchio. Per capire questo, occorre stare soli, non essere alla ricerca di specchi, non fare da specchi. Avere rispetto per sé.

5. Da un bel po’ di anni, alcune riviste e non pochi programmi televisivi ci propongono modelli stereotipati di felicità. Se non accettiamo tutti quei cliché che la società tenta di imporci, è più fattibile guardare a ciò che conta veramente?

La confusione è enorme. Bisognerebbe spegnere tutti e chiedersi 'cosa ti serve veramente?'

Daniela Gambino

6. Per qualcuno, la felicità è cercare Dio e capire sé stessi. Ma si può spendere la propria esistenza così?

Certo. La ricerca è libera. Il nostro mondo interiore è immenso, si può decidere di analizzarlo e scoprirlo per tutta la vita. La spiritualità per alcuni funziona, ma non è alla portata di tutti.

7. Si continua a ripetere che ieri si era più felici: per quale assurda ragione? Il passato, chissà perché, lo dipingiamo quasi sempre più bello rispetto al presente.

Perché esiste solo e unicamente il passato. Contro cui lottare, il passato da cambiare, rimpiangere. Non abbiamo null'altro. Cos'è questo futuro se non un continuo tentativo di intervenire sul passato? Nel libro nomino una ricerca sorprendente, pare che superata una certa età, la felicità aumenti. No, non si rimpiange, l'avreste mai detto?

8. La semplicità può condurre sulla strada della felicità? A forza di cercare d’essere felici non c’è forse il rischio di andare incontro a una bella forma di stress?

Certo che cercare per forza la felicità rende infelici. È provato. Ne ho scritto, bisogna solo cercare un po' d equilibrio. Essere anime semplici poi non è una scelta. Come lo è essere complessi. Ecco, se uno supera il senso di colpa, il sentirsi inadatti, compie un atto di semplice ricerca della serenità.

9. Oggi più di ieri abbondano venditori di panacee che promettono serenità e prosperità, e addirittura l’immortalità. Parlare di felicità è anche un business che, per ovvie ragioni, rende felici soltanto certi guru oltremodo ricchi. Daniela Gambino, non mi sembra che tu ci stia vendendo la ricetta della felicità!

Per niente. Io non vendo nulla. Invito solo a riflettere.

10. Ne “La dolce vita”, Marcello Mastroianni diceva: “Non è mica un guaio, siamo rimasti così in pochi a essere scontenti di noi stessi.” Daniela Gambino, tu sei scontenta di te stessa?

Certo. Essere scontenti fa molto chic e intellettuali. L'entusiasmo è sempre visto con sospetto.

11. Il tuo “Conto i giorni felici. Cercando la felicità (e altre cose venute dopo)”, che cosa aggiunge a quanto è già stato detto, forse in maniera più complicata e scientifica, da altri autori?

Ci sono io. Enumero gli studi e le famose ricerche americane, ma qui, attraverso di me, c'è il racconto di una intera generazione, c'è una donna senza figli, che non ha creato una famiglia regolare, non è ricca, c'è una persona che, per i canoni, nel 2020, non dovrebbe avere diritto alla felicità. Invece, a parte la scontentezza, è piena di passioni e non sta male per niente.

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Conto i giorni felici. Cercando la felicità (e altre cose venute dopo) - Daniela Gambino - Graphe.it Edizioni - collana Octavius [dialoghi], 4 - pagine: 136 - pubblicazione 11/2019 - ISBN 9788893720939 - prezzo: € 11,90

lunedì 17 febbraio 2020

Le donne di al-Basatin - Habib Selmi -Romanzo naturalistico per dire della Tunisia

Le donne di al-Basatin - Habib Selmi


Romanzo naturalistico per dire della Tunisia


Iannozzi Giuseppe


Le donne di al-Basatin - Habib Selmi

Arriva in libreria “Le donne di al-Basatin di Habib Selmi, romanzo tradotto da Federica Pistono e pubblicato in Italia da Atmosphere Libri. L’edizione italiana del romanzo di Habib Selmi accoglie anche una corposa e necessaria postfazione firmata da Federica Pistono: “[…] la società tunisina appare, nella raffigurazione dell’autore, stretta tra una concezione tradizionale della vita e dei costumi, fortemente improntata alla morale islamica, e un’ansia di modernità volta a rinnovare i modelli di comportamento e ad adeguare lo stile di vita agli standard europei. Imprigionato in questa antinomia, bloccato tra la tradizione islamica e la fascinazione occidentale, l’individuo tunisino, uomo o donna, si trova spesso a destreggiare tra le due alternative, finendo per adottare una situazione di compromesso, improntando i propri comportamenti ai canoni tradizionali in pubblico, a uno stile più disinvolto in privato.”

Habib Selmi adotta uno stile scarno o quasi; l’autore sceglie con molta accuratezza le parole da usare, riuscendo così a tradurre il lettore in una realtà priva di barocchismi letterari. Federica Pistono fa giustamente notare: “Ogni ambiente è raffigurato con vivo realismo, in uno stile volutamente secco ed essenziale, caratterizzato dalla preferenza accordata ai periodi brevi […]”.
Tawfiq torna nel suo paese natale, in Tunisia, per una vacanza, per riabbracciare il fratello. Già da tempo Tawfiq vive in Francia, dove è riuscito a integrarsi piuttosto bene; ha sposato Catherine, una donna francese, e oggi insegna in un liceo di Parigi. La sua vita non è tormentata da nessun rimpianto, e si può dire che vivere nella capitale francese gli abbia portato davvero tutto quello che è lecito chiedere alla vita. Tawifiq torna in Tunisia, si reca nel residence dove vive il fratello. Il figlio e la moglie di Ibrahim lo accolgono a braccia aperte, però Yusra è cambiata, adesso i capelli li tiene ben nascosti. Yusra gli spiega che il velo è una necessità e una urgenza per ogni donna che rispetti sul serio la cultura islamica. Ibrahim, invece, sembra non sia cambiato granché. Nel giro di poco, Tawfiq nota che il quartiere è alquanto strano, adesso è presidiato da alcuni giovanotti che non mancano di sputare insulti contro chiunque non gli vada a genio. Tawfiq incontra una donna, Na’ima. Lui la conosce, sa chi è, e non riesce a non spiarla. Vorrebbe combinare qualcosa con lei, però non osa avvicinarla, perché teme che qualcuno potrebbe capire e mettere in circolazione chiacchiere; e l’ultima cosa che desidera è che suo fratello Ibrahim possa indicarlo come una persona priva di moralità. Nel quartiere di al-Basatin si respira un’aria pesante: le strade sono quelle di un tempo ma sono anche diverse. Leila, un tempo sua fidanzata, gli fa capire che è disponibile nonostante sia sposata. Tawfiq non riesce a sfuggire alla sua natura, vorrebbe entrambe, Na’ma e Leila, convinto che tanto sua moglie è in Francia e non verrà mai a saperlo. Essere tornato in Tunisia, spostarsi nel quartiere di al-Basatin, lo porta a cadere in tentazione! Le strade pullulano di fondamentalisti, ma basta entrare in un caffè per capire che quasi tutti vorrebbero essere più occidentali. Yusra, nonostante porti il velo, in casa si concede un po’ di rilassatezza approvando alcune comodità occidentali: guarda soap opera messicane, accetta regali prodotti in Francia, e non manca di far notare a Tawfiq che avrebbe fatto bene a venire con una bella macchina europea che, sicuramente, tutti gli avrebbero invidiato. Il quartiere di al-Basatin è cambiato, indubbiamente. Tawfiq, a un certo punto, realizza che la polizia si appiccica al sedere dei turisti, vedendo in loro una potenziale minaccia per la quiete del paese. La società tunisina è ricca di contraddizioni e di povertà, questo capisce Tawfiq che non sa più bene chi esso sia. Certo, è ancora un tunisino, ma la Francia lo ha abituato a una vita diversa, più democratica. E comprende di non essere un uomo troppo retto, nonostante oggi insegni in un liceo parigino e abbia una moglie che lo ama: le donne lo attraggono, e lui non cerca di sfuggir loro. Tawfiq è un uomo, vive le sue contraddizioni e nota quelle che sono nel quartiere tunisino dove è nato e cresciuto.

Con uno stile asciutto, preciso, fotografico, Habib Selmi fotografa la Tunisia, guardando al determinismo e al naturalismo. Probabilmente Habib Selmi è stato anche influenzato dalla lettura di autori quali Émile Zola, Guy de Maupassant, ecc. Honoré de Balzac, precursore del naturalismo, nella prefazione al suo ciclo narrativo “La Comédie humaine”, aveva evidenziato: “[…] il romanziere deve ispirarsi alla vita contemporanea, studiando l’uomo quale appare nella società e aveva rappresentato la società capitalistica, con un nuovo interesse per il fattore economico, di cui aveva messo in rilievo l’importanza predominante nei rapporti fra gli uomini, tenendosi vicino anche nel linguaggio e nello stile alla realtà del mondo rappresentato […]”.

Le donne di al-Basatin” di Habib Selmi fotografa la società e la fragilità degli uomini e delle donne, che vivono all’insegna dell’ipocrisia. “[…] L’opera si presenta come una fotografia della vita quotidiana di una famiglia di ceto medio che vive nel quartiere di al-Basatin, a Tunisi. Attraverso le vicende di questo piccolo universo, soprattutto matriarcale, l’autore ci presenta le contraddizioni della società tunisina, con particolare attenzione per i ceti sociali medi e per quelli più umili, un mondo che appare in bilico fra le antiche tradizioni religiose e sociali e una sconvolgente, turbolenta modernità. […] Nel romanzo è trattato ampiamente il motivo della fragilità morale dell’uomo arabo, celata dietro una maschera ingannevole di virtù […]”, puntualizza Federica Pistono nella sua postfazione.

Freedom House, in suo rapporto risalente al 2015, definisce la Tunisia come uno stato politicamente libero. La Tunisia è oggi una Repubblica semipresidenziale, una nuova Costituzione è infatti entrata in vigore il 26 gennaio 2014. “Le donne di al-Basatin” è stato scritto prima della Primavera araba, che cominciò a esplodere il 17 dicembre 2010, in seguito alla protesta del tunisino Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco in segno di protesta per i soprusi subiti dal parte della polizia locale.

Le donne di al-Basatin” di Habib Selmi è un romanzo che ci regala l’esatta fotografia di un paese prima che conoscesse l’ondata rivoluzionaria della Primavera araba.
Habib Selmi è nato nel 1951 ad al-Ala, nei dintorni di Kairouan, in Tunisia e dal 1983 vive a Parigi, dove insegna la lingua araba. Ha pubblicato diversi romanzi e due raccolte di racconti. Molte delle sue opere sono state tradotte in francese, tedesco, inglese, italiano e norvegese. Nel 2009 e nuovamente nel 2012, con il romanzo Le donne di al-Basatin, è stato finalista del prestigioso Arabic Booker Prize. In Italia ha pubblicato Gli odori di Marie Claire (2013).


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Le donne di al-Basatin - Habib Selmi


Le donne di al-Basatin - Habib Selmi - Traduttore: Federica Pistono -  Postfazione di Federica PistonoAtmosphere Libri - Collana: Biblioteca araba - Anno edizione: 20220 - Pagine: 181 - ISBN: 9788865643174 - € 15,50

martedì 11 febbraio 2020

Il Selvaggio di Guillermo Arriaga. Capolavoro assoluto

Il Selvaggio di Guillermo Arriaga

Capolavoro assoluto


a cura di Iannozzi Giuseppe

Il selvaggio - Guillermo Arriaga - Giunti/Bompiani

Guillermo Arriaga ha scritto un vero e proprio Capolavoro (in questo caso la "C" maiuscola è più che mai d'obbligo). Oramai sono pochi gli scrittori capaci di dare alle stampe un romanzo che non sia banale, che sia godibile, che sia di sostanza e di stile: Guillermo Arriaga ha compiuto il miracolo con Il Selvaggio. Arriaga è sempre stato uno scrittore superbo, tra i più innovativi e quotati: sue sono le sceneggiature dei film cult "Amores perros", "21 grammi", "Babel", "Le tre sepolture", "The Burning Plain - Il confine della solitudine". Arriaga è un vero artista e non un cazzabubbolo.

Messico profondo, fine degli anni Sessanta. Fin dalla primissima infanzia, Juan Guillermo sa cosa è accaduto prima che nascesse: il suo fratellino gemello è morto durante la gravidanza, e solo un cesareo d'urgenza e molte trasfusioni hanno permesso a lui di sopravvivere. Con l'ombra della morte sulle spalle e litri di sangue altrui nelle vene, Juan Guillermo cresce giocando con il fratello maggiore Carlos tra i tetti della città. Fino a che Carlos viene ucciso e anche i genitori muoiono: e a lui non resta che cercare una vendetta per tutto questo dolore. Ma i giovani estremisti religiosi responsabili della morte di Carlos sono feroci, armati fino ai denti e godono di protezioni illustri... Solo un amore immenso e struggente potrà salvare Juan Guillermo dalla spirale di morte in cui la vita sembra trascinarlo. In parallelo corre la vicenda di Amaruq, un ragazzo il cui destino si lega in modo indissolubile a quello di un lupo nei boschi ghiacciati dello Yukon. Le due linee narrative di questo romanzo sfolgorante di storie, di pathos, di violenza e tenerezza, di avventure e del febbrile entusiasmo di raccontarle, si uniscono nel nome di Colmillo, l'animale fiero e indomito, lo spirito che vibra dentro di noi quando non ci lasciamo assoggettare: il Selvaggio. Pagine potenti in cui risuonano echi di Herman Melville e Jack London, ma anche di Shakespeare, Faulkner, Rulfo, Nietzsche e Jimi Hendrix. Arriaga si conferma uno degli scrittori più intensi e originali della letteratura contemporanea.

I romanzi di Guillermo Arriaga hanno sempre riscosso un notevole successo, ma è più giusto e corretto dire che tutti i lavori dello scrittore messicano hanno fatto breccia nel cuore dei lettori, entusiasmando e sconvolgendo la critica. Però Il Selvaggio è un Capolavoro assoluto. Credetemi, è proprio così.

Guillermo Arriaga è autore dei romanzi Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina, Un dolce odore di morte, Il bufalo della notte e la raccolta di racconti Retorno 201. Le sue opere sono state tradotte in diciotto lingue. Ha scritto la sceneggiatura di Amores perros, 21 grammi e Babel – che costituiscono una trilogia basata su una narrazione non lineare in cui analizza la forza della vita sulla morte – e Le tre sepolture. Nel 2008 ha debuttato alla regia con The Burning Plain. Di recente ha prodotto e co-sceneggiato Ti guardo, primo film ispanoamericano a vincere il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia.

Il Selvaggio – Guillermo Arriaga – Traduttore: Bruno Arpaia – Editore: Bompiani/Giunti – Collana: Bompiani Oro – Anno edizione: 2019 – Pagine: 752 – ISBN: 9788830101555 – € 16,00