giovedì 27 febbraio 2020

Daniela Gambino: "Conto i giorni felici" (Graphe.it edizioni). Intervista all'Autrice - di Iannozzi Giuseppe

Daniela Gambino. Intervista all'Autrice


CONTO I GIORNI FELICI


di Iannozzi Giuseppe


Conto i giorni felici - Daniela Gambino - Graphe.it

1. Daniela Gambino, “Conto i giorni felici. Cercando la felicità (e altre cose venute dopo)” (Graphe.it Edizioni) è il tuo ultimo lavoro pubblicato. La felicità è nelle piccole cose, almeno così si dice. Daniela, per quale ragione hai cominciato a contare i giorni felici?

Felicità non è solo resistere agli attacchi della vita, ma cucinare piatti sublimi con gli avanzi emotivi. Mentre balliamo aspettando la fiction preferita, ci ripariamo dai torti subiti con piccole attenzioni verso noi stessi. Perché a volte dimentichiamo di essere stati felici. Mi è capitato, in situazioni complesse, di aver realizzato che prima ero felice e non lo sapevo. Volevo riuscire a capirlo prima.

2. Nel tuo “Conto i giorni felici”, riferisci le parole di Epicuro, la sua lettera a Meneceo: “la morte non è nulla per noi, perché le sofferenze o i piaceri si acquisiscono con i sensi; la morte invece non è altro che l’incapacità di avere coscienza.” Da sempre gli uomini si interrogano sulla morte; a tutt’oggi nessun filosofo ha saputo dare una risposta un po’ soddisfacente; tante chiacchiere, ma alla fine la verità rimane una e una sola: la morte non è evitabile e con tutta probabilità decreta la fine totale e assoluta dell’individuo. Chi crede (ciecamente) in un Dio ha meno paura della morte rispetto a un agnostico?

Non credo che un credente abbia meno paura. Lo spiego anche nel libro, certo avere una vita piena, completa, una vita di relazioni, aiuta a superare anche questi momenti. Un credente, che vive in una comunità religiosa, ha più certezze da un punto di vista di condivisione, comprensione. Il divino è questo. Riuscire a superare la solitudine.

3. Hermann Hesse diceva che bisogna avere un bel po’ di coraggio per togliersi la vita, non era dunque dell’avviso che il suicida fosse un codardo. Tu che ne pensi?

Domanda complessa. Bisogna riconoscere la virulenza e l'aggressività di alcuni malanni psichici. La malattia mentale fa paura, de ne parla poco, non si sa come affrontarla, ma miete vittime. Ci sono turbe dal quale non si torna indietro, come altre malattie. Non scomoderei il coraggio, non lo scomodo neppure per le malattie del corpo. Ne parlo, ho un capitolo dedicato a questo. Chiamare il malato di cancro guerriero, parlare del pensiero positivo, come se tutto dovesse dipendere dalla sua volontà, non sempre aiuta, è un carico. Aiuta essere di buonumore, ma sono le terapie, la ricerca, a fare il lavoro fondamentale. Su chi si ammala non deve pendere per forza, la responsabilità di rimanere forti davanti alle patologie. Siamo umani.

4. Secondo Michel Houellebecq “la solitudine trionfa ma non si può rinunciare alla ricerca della felicità”. Nel tuo lavoro ci lasci sottintendere che la felicità è possibile, a patto che si accetti di vivere la solitudine con consapevolezza.

Bisogna conoscersi. Ma come ci si conosce? Attraverso le proprie reazioni. Nelle relazioni. Non si smette mai. Ma gli altri sono esseri a se stanti, non servono solo come specchio. Per capire questo, occorre stare soli, non essere alla ricerca di specchi, non fare da specchi. Avere rispetto per sé.

5. Da un bel po’ di anni, alcune riviste e non pochi programmi televisivi ci propongono modelli stereotipati di felicità. Se non accettiamo tutti quei cliché che la società tenta di imporci, è più fattibile guardare a ciò che conta veramente?

La confusione è enorme. Bisognerebbe spegnere tutti e chiedersi 'cosa ti serve veramente?'

Daniela Gambino

6. Per qualcuno, la felicità è cercare Dio e capire sé stessi. Ma si può spendere la propria esistenza così?

Certo. La ricerca è libera. Il nostro mondo interiore è immenso, si può decidere di analizzarlo e scoprirlo per tutta la vita. La spiritualità per alcuni funziona, ma non è alla portata di tutti.

7. Si continua a ripetere che ieri si era più felici: per quale assurda ragione? Il passato, chissà perché, lo dipingiamo quasi sempre più bello rispetto al presente.

Perché esiste solo e unicamente il passato. Contro cui lottare, il passato da cambiare, rimpiangere. Non abbiamo null'altro. Cos'è questo futuro se non un continuo tentativo di intervenire sul passato? Nel libro nomino una ricerca sorprendente, pare che superata una certa età, la felicità aumenti. No, non si rimpiange, l'avreste mai detto?

8. La semplicità può condurre sulla strada della felicità? A forza di cercare d’essere felici non c’è forse il rischio di andare incontro a una bella forma di stress?

Certo che cercare per forza la felicità rende infelici. È provato. Ne ho scritto, bisogna solo cercare un po' d equilibrio. Essere anime semplici poi non è una scelta. Come lo è essere complessi. Ecco, se uno supera il senso di colpa, il sentirsi inadatti, compie un atto di semplice ricerca della serenità.

9. Oggi più di ieri abbondano venditori di panacee che promettono serenità e prosperità, e addirittura l’immortalità. Parlare di felicità è anche un business che, per ovvie ragioni, rende felici soltanto certi guru oltremodo ricchi. Daniela Gambino, non mi sembra che tu ci stia vendendo la ricetta della felicità!

Per niente. Io non vendo nulla. Invito solo a riflettere.

10. Ne “La dolce vita”, Marcello Mastroianni diceva: “Non è mica un guaio, siamo rimasti così in pochi a essere scontenti di noi stessi.” Daniela Gambino, tu sei scontenta di te stessa?

Certo. Essere scontenti fa molto chic e intellettuali. L'entusiasmo è sempre visto con sospetto.

11. Il tuo “Conto i giorni felici. Cercando la felicità (e altre cose venute dopo)”, che cosa aggiunge a quanto è già stato detto, forse in maniera più complicata e scientifica, da altri autori?

Ci sono io. Enumero gli studi e le famose ricerche americane, ma qui, attraverso di me, c'è il racconto di una intera generazione, c'è una donna senza figli, che non ha creato una famiglia regolare, non è ricca, c'è una persona che, per i canoni, nel 2020, non dovrebbe avere diritto alla felicità. Invece, a parte la scontentezza, è piena di passioni e non sta male per niente.

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Conto i giorni felici. Cercando la felicità (e altre cose venute dopo) - Daniela Gambino - Graphe.it Edizioni - collana Octavius [dialoghi], 4 - pagine: 136 - pubblicazione 11/2019 - ISBN 9788893720939 - prezzo: € 11,90

lunedì 17 febbraio 2020

Le donne di al-Basatin - Habib Selmi -Romanzo naturalistico per dire della Tunisia

Le donne di al-Basatin - Habib Selmi


Romanzo naturalistico per dire della Tunisia


Iannozzi Giuseppe


Le donne di al-Basatin - Habib Selmi

Arriva in libreria “Le donne di al-Basatin di Habib Selmi, romanzo tradotto da Federica Pistono e pubblicato in Italia da Atmosphere Libri. L’edizione italiana del romanzo di Habib Selmi accoglie anche una corposa e necessaria postfazione firmata da Federica Pistono: “[…] la società tunisina appare, nella raffigurazione dell’autore, stretta tra una concezione tradizionale della vita e dei costumi, fortemente improntata alla morale islamica, e un’ansia di modernità volta a rinnovare i modelli di comportamento e ad adeguare lo stile di vita agli standard europei. Imprigionato in questa antinomia, bloccato tra la tradizione islamica e la fascinazione occidentale, l’individuo tunisino, uomo o donna, si trova spesso a destreggiare tra le due alternative, finendo per adottare una situazione di compromesso, improntando i propri comportamenti ai canoni tradizionali in pubblico, a uno stile più disinvolto in privato.”

Habib Selmi adotta uno stile scarno o quasi; l’autore sceglie con molta accuratezza le parole da usare, riuscendo così a tradurre il lettore in una realtà priva di barocchismi letterari. Federica Pistono fa giustamente notare: “Ogni ambiente è raffigurato con vivo realismo, in uno stile volutamente secco ed essenziale, caratterizzato dalla preferenza accordata ai periodi brevi […]”.
Tawfiq torna nel suo paese natale, in Tunisia, per una vacanza, per riabbracciare il fratello. Già da tempo Tawfiq vive in Francia, dove è riuscito a integrarsi piuttosto bene; ha sposato Catherine, una donna francese, e oggi insegna in un liceo di Parigi. La sua vita non è tormentata da nessun rimpianto, e si può dire che vivere nella capitale francese gli abbia portato davvero tutto quello che è lecito chiedere alla vita. Tawifiq torna in Tunisia, si reca nel residence dove vive il fratello. Il figlio e la moglie di Ibrahim lo accolgono a braccia aperte, però Yusra è cambiata, adesso i capelli li tiene ben nascosti. Yusra gli spiega che il velo è una necessità e una urgenza per ogni donna che rispetti sul serio la cultura islamica. Ibrahim, invece, sembra non sia cambiato granché. Nel giro di poco, Tawfiq nota che il quartiere è alquanto strano, adesso è presidiato da alcuni giovanotti che non mancano di sputare insulti contro chiunque non gli vada a genio. Tawfiq incontra una donna, Na’ima. Lui la conosce, sa chi è, e non riesce a non spiarla. Vorrebbe combinare qualcosa con lei, però non osa avvicinarla, perché teme che qualcuno potrebbe capire e mettere in circolazione chiacchiere; e l’ultima cosa che desidera è che suo fratello Ibrahim possa indicarlo come una persona priva di moralità. Nel quartiere di al-Basatin si respira un’aria pesante: le strade sono quelle di un tempo ma sono anche diverse. Leila, un tempo sua fidanzata, gli fa capire che è disponibile nonostante sia sposata. Tawfiq non riesce a sfuggire alla sua natura, vorrebbe entrambe, Na’ma e Leila, convinto che tanto sua moglie è in Francia e non verrà mai a saperlo. Essere tornato in Tunisia, spostarsi nel quartiere di al-Basatin, lo porta a cadere in tentazione! Le strade pullulano di fondamentalisti, ma basta entrare in un caffè per capire che quasi tutti vorrebbero essere più occidentali. Yusra, nonostante porti il velo, in casa si concede un po’ di rilassatezza approvando alcune comodità occidentali: guarda soap opera messicane, accetta regali prodotti in Francia, e non manca di far notare a Tawfiq che avrebbe fatto bene a venire con una bella macchina europea che, sicuramente, tutti gli avrebbero invidiato. Il quartiere di al-Basatin è cambiato, indubbiamente. Tawfiq, a un certo punto, realizza che la polizia si appiccica al sedere dei turisti, vedendo in loro una potenziale minaccia per la quiete del paese. La società tunisina è ricca di contraddizioni e di povertà, questo capisce Tawfiq che non sa più bene chi esso sia. Certo, è ancora un tunisino, ma la Francia lo ha abituato a una vita diversa, più democratica. E comprende di non essere un uomo troppo retto, nonostante oggi insegni in un liceo parigino e abbia una moglie che lo ama: le donne lo attraggono, e lui non cerca di sfuggir loro. Tawfiq è un uomo, vive le sue contraddizioni e nota quelle che sono nel quartiere tunisino dove è nato e cresciuto.

Con uno stile asciutto, preciso, fotografico, Habib Selmi fotografa la Tunisia, guardando al determinismo e al naturalismo. Probabilmente Habib Selmi è stato anche influenzato dalla lettura di autori quali Émile Zola, Guy de Maupassant, ecc. Honoré de Balzac, precursore del naturalismo, nella prefazione al suo ciclo narrativo “La Comédie humaine”, aveva evidenziato: “[…] il romanziere deve ispirarsi alla vita contemporanea, studiando l’uomo quale appare nella società e aveva rappresentato la società capitalistica, con un nuovo interesse per il fattore economico, di cui aveva messo in rilievo l’importanza predominante nei rapporti fra gli uomini, tenendosi vicino anche nel linguaggio e nello stile alla realtà del mondo rappresentato […]”.

Le donne di al-Basatin” di Habib Selmi fotografa la società e la fragilità degli uomini e delle donne, che vivono all’insegna dell’ipocrisia. “[…] L’opera si presenta come una fotografia della vita quotidiana di una famiglia di ceto medio che vive nel quartiere di al-Basatin, a Tunisi. Attraverso le vicende di questo piccolo universo, soprattutto matriarcale, l’autore ci presenta le contraddizioni della società tunisina, con particolare attenzione per i ceti sociali medi e per quelli più umili, un mondo che appare in bilico fra le antiche tradizioni religiose e sociali e una sconvolgente, turbolenta modernità. […] Nel romanzo è trattato ampiamente il motivo della fragilità morale dell’uomo arabo, celata dietro una maschera ingannevole di virtù […]”, puntualizza Federica Pistono nella sua postfazione.

Freedom House, in suo rapporto risalente al 2015, definisce la Tunisia come uno stato politicamente libero. La Tunisia è oggi una Repubblica semipresidenziale, una nuova Costituzione è infatti entrata in vigore il 26 gennaio 2014. “Le donne di al-Basatin” è stato scritto prima della Primavera araba, che cominciò a esplodere il 17 dicembre 2010, in seguito alla protesta del tunisino Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco in segno di protesta per i soprusi subiti dal parte della polizia locale.

Le donne di al-Basatin” di Habib Selmi è un romanzo che ci regala l’esatta fotografia di un paese prima che conoscesse l’ondata rivoluzionaria della Primavera araba.
Habib Selmi è nato nel 1951 ad al-Ala, nei dintorni di Kairouan, in Tunisia e dal 1983 vive a Parigi, dove insegna la lingua araba. Ha pubblicato diversi romanzi e due raccolte di racconti. Molte delle sue opere sono state tradotte in francese, tedesco, inglese, italiano e norvegese. Nel 2009 e nuovamente nel 2012, con il romanzo Le donne di al-Basatin, è stato finalista del prestigioso Arabic Booker Prize. In Italia ha pubblicato Gli odori di Marie Claire (2013).


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Le donne di al-Basatin - Habib Selmi


Le donne di al-Basatin - Habib Selmi - Traduttore: Federica Pistono -  Postfazione di Federica PistonoAtmosphere Libri - Collana: Biblioteca araba - Anno edizione: 20220 - Pagine: 181 - ISBN: 9788865643174 - € 15,50

martedì 11 febbraio 2020

Il Selvaggio di Guillermo Arriaga. Capolavoro assoluto

Il Selvaggio di Guillermo Arriaga

Capolavoro assoluto


a cura di Iannozzi Giuseppe

Il selvaggio - Guillermo Arriaga - Giunti/Bompiani

Guillermo Arriaga ha scritto un vero e proprio Capolavoro (in questo caso la "C" maiuscola è più che mai d'obbligo). Oramai sono pochi gli scrittori capaci di dare alle stampe un romanzo che non sia banale, che sia godibile, che sia di sostanza e di stile: Guillermo Arriaga ha compiuto il miracolo con Il Selvaggio. Arriaga è sempre stato uno scrittore superbo, tra i più innovativi e quotati: sue sono le sceneggiature dei film cult "Amores perros", "21 grammi", "Babel", "Le tre sepolture", "The Burning Plain - Il confine della solitudine". Arriaga è un vero artista e non un cazzabubbolo.

Messico profondo, fine degli anni Sessanta. Fin dalla primissima infanzia, Juan Guillermo sa cosa è accaduto prima che nascesse: il suo fratellino gemello è morto durante la gravidanza, e solo un cesareo d'urgenza e molte trasfusioni hanno permesso a lui di sopravvivere. Con l'ombra della morte sulle spalle e litri di sangue altrui nelle vene, Juan Guillermo cresce giocando con il fratello maggiore Carlos tra i tetti della città. Fino a che Carlos viene ucciso e anche i genitori muoiono: e a lui non resta che cercare una vendetta per tutto questo dolore. Ma i giovani estremisti religiosi responsabili della morte di Carlos sono feroci, armati fino ai denti e godono di protezioni illustri... Solo un amore immenso e struggente potrà salvare Juan Guillermo dalla spirale di morte in cui la vita sembra trascinarlo. In parallelo corre la vicenda di Amaruq, un ragazzo il cui destino si lega in modo indissolubile a quello di un lupo nei boschi ghiacciati dello Yukon. Le due linee narrative di questo romanzo sfolgorante di storie, di pathos, di violenza e tenerezza, di avventure e del febbrile entusiasmo di raccontarle, si uniscono nel nome di Colmillo, l'animale fiero e indomito, lo spirito che vibra dentro di noi quando non ci lasciamo assoggettare: il Selvaggio. Pagine potenti in cui risuonano echi di Herman Melville e Jack London, ma anche di Shakespeare, Faulkner, Rulfo, Nietzsche e Jimi Hendrix. Arriaga si conferma uno degli scrittori più intensi e originali della letteratura contemporanea.

I romanzi di Guillermo Arriaga hanno sempre riscosso un notevole successo, ma è più giusto e corretto dire che tutti i lavori dello scrittore messicano hanno fatto breccia nel cuore dei lettori, entusiasmando e sconvolgendo la critica. Però Il Selvaggio è un Capolavoro assoluto. Credetemi, è proprio così.

Guillermo Arriaga è autore dei romanzi Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina, Un dolce odore di morte, Il bufalo della notte e la raccolta di racconti Retorno 201. Le sue opere sono state tradotte in diciotto lingue. Ha scritto la sceneggiatura di Amores perros, 21 grammi e Babel – che costituiscono una trilogia basata su una narrazione non lineare in cui analizza la forza della vita sulla morte – e Le tre sepolture. Nel 2008 ha debuttato alla regia con The Burning Plain. Di recente ha prodotto e co-sceneggiato Ti guardo, primo film ispanoamericano a vincere il Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia.

Il Selvaggio – Guillermo Arriaga – Traduttore: Bruno Arpaia – Editore: Bompiani/Giunti – Collana: Bompiani Oro – Anno edizione: 2019 – Pagine: 752 – ISBN: 9788830101555 – € 16,00

Giacomo Scotti fa sognare con il suo "Navi, porti bordelli"

Giacomo Scotti fa sognare

con il suo "Navi, porti bordelli"


Vita di marinaio. Dall'Adriatico al Sudamerica


https://www.oltre.it/


Giacomo Scotti - Navi, porti, bordelli - Oltre edizioni

Navi, porti, bordelli. Vita di marinaio. Dall'Adriatico al Sudamerica di Giacomo Scotti è sostanzialmente un romanzo di avventure. L’autore ci accompagna a scoprire il mondo, un mondo fatto di regole dure, ferree, in molti casi ingiuste e capziose. Nella scrittura di Giacomo Scotti convergono tante influenze letterarie, da Daniel Defoe a Rudyard Kipling, da Joseph Conrad a Hermann Melville, da Jules Verme a Emilio Salgari. Lo stile adottato da Giacomo Scotti è volutamente semplice, affinché il lettore possa subito calarsi nei panni del protagonista.

Drago è poco più di un ragazzo quando avverte il richiamo del mare. Purtroppo per lui esser nato in Dalmazia non lo aiuta, però è una gran testa dura e alla fine, lottando contro tutto e tutti, riuscirà a imbarcarsi. Ben presto scoprirà che la vita del marinaio è tutt’altro che facile: riuscire a diventare un marinaio esperto e rispettato non è cosa che si possa imparare in pochi giorni. Drago decide di farsi chiamare James, perché un nome spiccatamente dalmata non va affatto bene per un uomo di mare! Giacomo Scotti racconta le tante peripezie di James, con piglio ottimista anche quando il fato sembra accanirsi contro il suo personaggio. Porto dopo porto, nave dopo nave, James diventa un uomo, impara a conoscere l’animo umano in quasi tutte le sue sfumature, impara a non andare in bestia, e mantenendo la calma affronta tutte le situazioni, siano esse piacevoli o potenzialmente fatali. James è un uomo retto, onesto e corretto, ma le persone che incontra non sempre sono uguali a lui, così, più di una volta, si ritrova in un mare di guai. Finisce persino in gattabuia per non tradire un compagno, però non dispera, non si lascia abbattere e guarda al futuro con ottimismo. James è un uomo di cui ci si può fidare, uno che sa tenere la bocca chiusa, che sa che cosa è l’onore in un mondo che va sempre più alla deriva. Gli occhi di James si riempiranno delle illusioni della rivoluzione russa, vedranno l’ascesa del fascismo e del nazismo, carpiranno orrori inimmaginabili lungo buona parte del XX secolo, ma sapranno anche accendersi di felicità di fronte all’amicizia, alle donne, ai bambini.

Navi, porti, bordelli. Vita di marinaio. Dall'Adriatico al Sudamerica, edito da Oltre edizioni, è un romanzo che si lascia leggere tutto d’un fiato. L’autore predilige uno stile diretto e mai volgare, anche quando le situazioni in cui James incappa sono non poco drammatiche. Chi ama sognare, chi ha tenuto vivo dentro di sé un cuore bambino non può non leggere Navi, porti, bordelli. Vita di marinaio; chi ha amato Conrad e Salgari oggi non potrà non amare la bella scrittura di Giacomo Scotti.

L’incipit di Navi, porti, bordelli. Vita di marinaio. Dall'Adriatico al Sudamerica

La storia che mi accingo a narrare mi sembra più interessante di un romanzo, ma non è un romanzo. È il racconto dei fatti salienti della vita di un uomo di mare che ne passò di cotte e di crude sia in mare che sulla terraferma. Ma l'eccezionalità del racconto, a parte le numerose avventure, ora divertenti ora drammatiche, sta nel fatto che con esso scorrono tutti gli eventi salienti del secolo scorso. Dalla rivoluzione russa all’avvento del fascismo e del nazismo, dagli anni del proibizionismo alla crisi del ’29, dai drammi delle migrazioni per le Americhe alla guerra nel pacifico e così via, fino al dopoguerra. Il protagonista è un dalmata, anzi lo era, perché dal 10 febbraio 1998 le sue spoglie riposano nel cimitero di Fiume, la città marinara nella quale – dopo una gioventù tutta avventurosa «poté crearsi una famiglia ed ebbe un porto di approdo per oltre mezzo secolo, gli ultimi anni di una lunga e spericolata vita protrattasi per nove decenni».

Giacomo Scotti, è nato nel 1928 a Saviano in provincia di Napoli, ma dal 1947 vive ininterrottamente a Fiume, dove svolge una intensa attività ai vertici dell’Unione Italiana, che riunisce le comunità italiane delle attuali Croazia e Slovenia. Autore di una novantina di libri tra saggi, poesie, racconti e romanzi, merita ricordare soprattutto Goli Otok, ritorno all’Isola Calva (un gulag nell’Adriatico, Lint, Trieste, 1991), che rivelò al mondo un luogo e una pagina tragica del comunismo jugoslavo; Croazia, Operazione Tempesta (Gamberetti Editore, 1996) che racconta in diretta la spietata operazione militare dei croati in Krajina contro i serbi nell’agosto del 1995; Terre di guerre e viaggi di pace (Odradek, 2015), nel quale ripercorre, con lo zaino in spalla, le tappe della sanguinosa guerra che portò alla disgregazione della Jugoslavia. Il suo ultimo libro è Matvejević ed io, due marinai (Infinito,2018) nel quale racconta la vita e l’opera del grande scrittore di origine croato-erzegovese Predrag Matvejevic, di cui fu grande amico e traduttore. Per la Oltre Edizioni ha pubblicato nel 2015 Guerre, uomini e cani nel quale l’autore raccoglie i migliori racconti di carattere autobiografico che hanno segnato la sua vita di novantenne dal cuore di ragazzo.


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NAVI, PORTI, BORDELLI sul sito OLTRE Edizioni


NAVI, PORTI, BORDELLI. Vita di marinaio. Dall'Adriatico al Sudamerica - GIACOMO SCOTTI - Oltre Edizioni - Collana Letture dal mondo - In uscita a giugno 2019 - Pagine 350 - prezzo 18 euro

"Separazioni" di Elena Mearini. I ricordi sono vandali in agguato

"Separazioni" di Elena Mearini


I ricordi sono vandali in agguato


di Iannozzi Giuseppe

http://www.marcosayaedizioni.net/


Separazioni - Elena Mearini - Marco Saya editore

Sostanzialmente la poesia di Elena Mearini guarda al suo vivere quotidiano, al suo microcosmo, consegnandocelo affinché noi lo si possa prendere come pietra di paragone. Elena Mearini è una poetessa che mette sottosopra le certezze che uno ha. Fra dicotomie, giustapposizioni, parole filosofanti e vuoti di parole, la Mearini dimostra d’essere una delle voci più nobili della poesia italiana. Nella prefazione a Separazioni, Sebastiano Mondadori scrive: «La parola spogliata nella sua concretezza (persino le metafore vengono riconvertite a una dolente sconfitta dell'immaginazione) è abbandonata a una solitudine di storie impossibilitate a legarsi in una trama, a concatenarsi in una serie di episodi che diventino memoria, perché ogni accadimento è unico e inviolabile.» Come si è già detto, la Mearini ama giocare con le dicotomie e in esse i versi si spiegano: “Alla strada invidio/ la verticale fissa del lampione./ Vorrei che la mia luce/restasse stabile/anche da spenta.”

Parlando di Strategia dell'addio, scrivevo: «[...] nella poesia della Mearini c’è anche la consapevolezza che superare il lutto portato da un amore ormai finito e consumato non sarà altro che l’inizio del combattimento per riappropriarsi del tempo e del proprio spazio interiore [...]». In Separazioni il lutto è elaborato, non c’è più la necessità di lasciare che il passato s’infiltri nel presente. Tutto è dimenticato, e la speranza che il domani possa essere migliore è solo una ipotesi che, giorno dopo giorno, tende a rarefarsi in maniera inesorabile. La Mearini si lascia tutto alle spalle, il bello e il brutto, e guarda davanti a sé, e ostenta la sicurezza che non a tutti è dato di trovare la felicità. La poesia della Mearini guarda all’amore e alla sua morte, senza nostalgia, senza pretendere di riappropriarsi di ciò che è stato. I versi versati in Separazioni sono anche parole che fanno filosofia: “Quando c’è di mezzo/ un passato balordo,/ non puoi lasciare/ il presente incustodito/ e con la porta aperta./ I ricordi sono vandali in agguato.” Ecco, i ricordi sono dei vandali che non hanno un minimo di creanza, per cui è bene che restino fuori dalla nostra vita. Il consiglio che si è dato Elena Mearini è categorico, non ammette repliche.

Niente sogni, niente ricordi. Per la Mearini non è vero quello che ieri disse il sommo Bardo: «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.» Resta però vero che per Elena Mearini poetare resta una necessità, forse perché le poesie sono nate prima dei poeti. Chi può dirlo!

Elena Mearini è autrice e docente di scrittura, ha pubblicato due raccolte di poesia “Per silenzio e voce” Marco Saya editore e “Strategia dell’addio” Liberaria editore e sei romanzi, gli ultimi “E’ stato breve il nostro lungo viaggio” Cairo editore (finalista premio Scerbanenco 2018 - candidato premio Strega 2018) e “Felice all’infinito”, romanzo per ragazzi edito da Perrone.


Separazioni - Elena Mearini - Marco Saya Edizioni - Anno edizione: 2019 - Pagine: 96 p., Brossura - ISBN: 9788898243747 - € 12,00

"Il palazzo delle lacrime" di Paolo Grugni. Il centro del potere non è il centro della verità

"Il palazzo delle lacrime" di Paolo Grugni


Il centro del potere non è il centro della verità


Iannozzi Giuseppe

Il palazzo delle lacrime - Paolo Grugni - Laurana Editore

Il Palazzo delle lacrime è l'ultimo lavoro di Paolo Grugni, un romanzo forte che mette alle strette un certo comunismo, quello di stampo leninista-stalinista. L'autore fa sua la lezione di John le Carré e Léo Malet, adoperando uno stile diretto e preciso che non lascia spazio a fraintendimenti. Il palazzo delle lacrime è forse il lavoro più maturo e compiuto di Paolo Grugni, scrittore che nel corso della sua carriera, a costo di rendersi antipatico a più di qualcuno, ha sempre combattuto contro la stupidità dilagante.

Il palazzo delle lacrime è ambientato a Berlino, in una città divisa da un muro. La Guerra Fredda impazza, gli anni settanta mietono vittime a iosa: è facile ed è la consuetudine far fuori tutti quei personaggi, umili o no, che sono invisi al comunismo. Berlino Est è abitata da gente che deve stare attenta anche a come respira, però, come ci ricorda George Orwell, «Tutti gli animali sono ugualima alcuni sono più uguali degli altri», ne consegue che chi tiene le redini del potere non disdegna affatto di affogare il muso nel trogolo del capitalismo. A soffrire sono soprattutto quelli che il destino ha voluto incastrati tra le fredde mura di cemento di Berlino Est. Tutti si guardano le spalle, tutti hanno paura: il Partito di Unità Socialista controlla la vita dei cittadini, e non ci pensa su due volte a far fuori, in maniera silenziosa e brutale, chiunque sia sospettato, a torto o a ragione, di attività sovversive.
Martin Krause, agente della Stasi, non regge più il clima di Berlino, ma per il momento deve resistere; ha un caso da risolvere, un gran brutto caso. A Treptower Park una ragazza viene trovata morta. Il suo corpo è stato lavorato per bene, un gran brutto spettacolo. La vittima è una certa Jula Ridel, figlia di una famiglia piuttosto in vista, per cui la Stasi pretende che sia fatta chiarezza, presto. Sin da subito Martin capisce che gli è stata affidata una bomba che potrebbe scoppiargli fra le mani. Condurre le indagini non sarà facile, Krause lo sa bene. La ragazza non è stata violentata, ma le sono state asportate le palpebre: perché? È chiaro che Jula doveva essere implicata in qualcosa di grosso. Martin comincia a sudare freddo. Passano alcuni giorni e un'altra ragazza viene ammazzata. Martin non è un ingenuo e non può non sospettare della Stasi. Il quadro non gli è ancora ben chiaro, però sa che qualcuno all'interno della Stasi le voleva morte. Martin cerca di capire e rischia non poco: indagare sul Partito non è una idea molto furba. Deve guardarsi le spalle, perché sia il Partito che la Stasi lo tengono sott'occhio, Krause ne è certo. Aggirandosi tra spacciatori, drogati, prostitute, agenti corrotti, Martin si avvicina alla verità: gli omicidi hanno un forte legame con le alte sfere della Germania comunista. Krause ha scoperto troppo e subito viene deposto dall'incarico. Martin sa che deve continuare a indagare, oramai non può fermarsi, non può tornare alla vita che faceva prima. La Stasi, poco ma sicuro, prima o poi farà fuori anche lui: ha una sola possibilità per salvarsi la pelle e scoprire l’assassino, entrare in Berlino Ovest, in quella parte della città dove le due ragazze uccise facevano delle puntate grazie a dei permessi non poco strani.

Il palazzo delle lacrime (Laurana editore) è una lettura che colpisce alla bocca dello stomaco, un lavoro che non lascia indifferenti. Paolo Grugni ci consegna un romanzo che qualcuno potrà giudicare scomodo, scomodo perché mette bene in evidenza le tante pecche del comunismo leninista-stalinista senza dimenticare di dire che il capitalismo è anch'esso un male: «Quel muro è un simbolo di disgregazione, di scissione non solo del nostro essere tedeschi, ma della nostra personalità. Una scissione a cui si è guardato da fuori con troppa benevolenza. Il Muro è stato tollerato grazie all'assuefazione e dall'acquiescenza del resto del mondo, soprattutto di quello intellettuale. Ha creato l'illusione di poter vivere in un mondo perfetto, il giardino zoologico dell'Eden, giardino che non solo non si è rivelato tale, ma che ha mostrato al mondo tutte le falle del sistema socialista. [...] Il socialismo, come tutte le ideologie, ha in sé una potente suggestione ipnotica, liturgica, offre una casa dove tutto sembra riacquistare senso. [...] Ma il prezzo di questa casa è molto alta: l'abdicazione alla propria ragione, alla propria sensibilità. Si delega tutto nelle mani dei superiori, accettando in modo ottuso e finalistico che il centro del potere sia anche il centro della verità.» Il palazzo delle lacrime di Paolo Grugni non è un semplice thriller, è anche una salda presa di posizione contro ogni forma di oppressione. Leggere rende l’uomo libero, fa crollare i muri, non avete dunque scuse per dire di no a Il palazzo delle lacrime.

Paolo Grugni (Milano, 1962). Ha esordito con il romanzo Let it be (Mondadori, 2004; Alacràn, 2007, Laurana, 2017). Ha poi pubblicato Mondoserpente (Alacràn, 2006), Aiutami (Barbera, 2008 e in ebook per Laurana), Italian Sharia (Perdisa, 2010), L'odore acido di quei giorni (Laurana, 2011), La geografia delle piogge (Laurana, 2012), L'Antiesorcista (Novecento Editore, 2015), Darkland (Melville, 2015). È autore inoltre della silloge Frammenti di un odioso discorso (in ebook per Laurana, 2017). Vive e lavora a Berlino.

Il Palazzo delle lacrime - Paolo Grugni - Laurana Editore - collana: Rimmel, 46 - pubblicazione: 26/09/2019 - pagine: 300 - ISBN 9788831984379 - €16,90

Fausto Vitaliano. La grammatica della corsa - La vita è solo figura e sfondo - Intervista all'Autore

Fausto Vitaliano. La grammatica della corsa


La vita è solo figura e sfondo


Intervista all'Autore


di Iannozzi Giuseppe

La grammatica della corsa - Fausto Vitaliano - Laurana editore

1. Fausto Vitaliano, "La gramatica della corsa" (Laurana editore) è il tuo nuovo romanzo. Come è nata l’idea di scrivere una storia che parla di un conte, probabilmente suicida, e di un figlio alla ricerca della verità sul conto del padre?

Con questo romanzo ritengo di avere concluso un discorso iniziato con il mio primo libro, “Era solo una promessa” e proseguito con il secondo, “Lorenzo Segreto”. Anche quelli parlavano di padri e figli, di famiglie e radici. Se osservo da una certa distanza le tre storie, mi pare di cogliere un filo che le tiene insieme, un ragionamento che ha a che fare, sì, con la storia recente del nostro Paese, ma anche con la mia piccola storia personale. La storia di un padre che fa fatica a smettere di essere figlio.

2. Ne “La grammatica della corsa” il lettore viene catapultato nell’Italia del nord-est dove i cinesi sono davvero mal visti. Siamo di fronte a un romanzo che fa anche un po’ di politica?

Tutti i libri si occupano di politica, anche quelli che sembrano non farlo. In fondo, come dice Beckett, la vita è solo figura e sfondo. I romanzi parlano della vita e lo sfondo della vita - quello che ci succede intorno - è fatto anche di politica. Perciò, sì, “La grammatica della corsa” è anche un romanzo politico giacché affronta temi come la crisi economica, l’immigrazione, il “rinascimento razzista” che stiamo vivendo, mettendo in scena (non so dire se in maniera riuscita o no) le modalità in cui queste istanze toccano le persone, i miei concittadini, le donne e gli uomini con cui condivido questo tempo.

3. Il personaggio principale de “La grammatica della corsa” è un certo Martti Corvara; suo padre aveva il vizio del gioco, e nel giro di poche mani, nel corso di una notte, perde tutti i suoi averi. Il conte Corvara si butta giù da una diga e il suo corpo è praticamente irriconoscibile. Tutto questo accade quando Martti è poco più di ragazzo. Martti non capisce e fugge dal paese natale. Il padre gli ha lasciato una ben triste eredità, una ferita nell’anima che subito lo conduce sulla strada della depressione. Martti, indubbiamente, è figlio del suo tempo, ma è un eroe o un antieroe?

Martti è un uomo senza qualità, un personaggio di quelli che il cinema americano definiva “born loser”. È un uomo che si trova davanti a problemi ben più grandi di lui (per continuare con le similitudini cinematografiche, mi viene in mente lo James Stewart diretto da Hitchcock). Ma è anche un uomo che a un certo punto della sua vita è costretto ad andare oltre i propri limiti, la propria ignavia, le proprie paure. Deve mettere da parte sé stesso e fare il meglio che può per gli altri. E qualcosa di buono, in effetti, riuscirà a fare.

4. A tratti, “La grammatica della corsa” mi ha ricordato alcuni temi sociali cari a Charles Dickens. Fausto Vitaliano, possiamo dire che il tuo lavoro è di stampo romantico-dickensiano, e se sì, per quali motivi?

Dickens è inarrivabile per quasi tutti, figuriamoci per me… Un punto comunque potrebbe essere il tema del riscatto, ma siamo comunque molto lontani.

5. Dopo circa ventidue anni di assenza, Martti torna a Pressi del Lago, il paese che gli ha dato i natali. L’ormai quarantacinquenne Martti ha alle spalle un passato infelice, fatto perlopiù di sconfitte personali; per tenere a bada la depressione, ogni santo giorno si spara diversi chilometri di corsa. Adesso Martti vuole fare chiarezza, una volta per tutte, è difatti convinto che suo padre abbia solo fatto finta di suicidarsi. A Pressi del Lago incontra i suoi amici, quelli che in gioventù credevano di essere immortali. Senza sorprendersi più di tanto, si rende presto conto che i suoi vecchi compagni sono degli uomini, forse anche capaci di ammazzare pur di ottenere quello che desiderano. E’ dunque vero che il potere logora?

I suoi amici esercitano un potere piuttosto limitato, che si compie in un ambito provinciale. Però, è vero, l’esercizio del comando ha corrotto anche loro, li ha indotti a rinnegare i valori che professavano da ragazzi, rendendoli perfino peggiori dei loro stessi genitori.

6. Ma Martti non deve solo scoprire che cosa realmente accadde a suo padre: una ragazza, Serena, figlia di un suo amico detto il Compagno, è morta a soli vent’anni. Sono state condotte delle indagini, certo che sì, ma superficiali: la morte della ragazza è stata archiviata e in paese il clima che si respira è a dir poco torbido. Sul corpo della ragazza non è stato rinvenuto alcun segno di violenza, ma c’è qualcuno che non crede che Serena sia morta per cause naturali. Fausto Vitaliano, Pressi del Lago è un paese inventato ma è terribilmente reale, è la perfetta fotografia della nostra Italia con i suoi misteri e fantasmi, i suoi scempi, i suoi intrallazzi, etc. etc. “La grammatica della corsa” è dunque un mystery?

Sì, nella storia c’è anche una componente, come suole dirsi, di “detection”. Occorre capire che cosa sia successo a una giovane ragazza trovata senza vita. Se davvero sia morta per cause naturali o se sia stata vittima di un crimine. Benché il romanzo non giri del tutto intorno a questo fatto, non c’è dubbio che siamo davanti a un mistero da risolvere.

7. William Golding scrisse che “l'uomo produce il male come le api producono il miele”. Quando ancora andavano a scuola, Martti e i suoi tre amici furono costretti a leggere Il Signore delle Mosche, che a loro non piacque affatto. Nell’animo di quasi tutti i tuoi personaggi c’è davvero ben poco di buono, però mi par di intuire che tu nutri ancora una certa dose di fiducia nei confronti dell’umanità. È così?

Sinceramente? Molto poca. Resta inteso che dell’umanità faccio parte anch’io. Quindi, in ogni caso, sono parte del problema.

8. Ne “La grammatica della corsa” più o meno tutti hanno una gran fame di soldi. E poi c’è il matto del paese, che forse è l’unico con la testa sul collo! Chi è il giovane matto che dice d’esser stato il fidanzato di Serena?

Si chiama Tommaso, ha solo vent’anni ma anche una lunga storia di dolore e di abbandono alle sue spalle. Ciò nonostante, è un personaggio positivo, è un ragazzo buono e sfortunato. Lui e Adua, la donna che si è presa cura di Casa Corvara per tanti anni, sono i due soli innocenti di questa storia, che contiene varie gradazioni di colpevolezza.

9. Su La Repubblica online (3 maggio 2019), Agnese Ananasso scrive: “POTREBBE sembrare un romanzo sulla corsa, invece è un romanzo 'attraversato' dalla corsa.” Sei d’accordo?

Direi di sì. La  corsa come mezzo per raggiungere un obiettivo definito. Ciascuno dei personaggi ha  un traguardo, un proposito, una meta. Ma sono progetti che prevedono la prepotenza, la prevaricazione. E, in alcuni casi, la violenza.

10. Il romanzo è dedicato a Pietro Cheli, grande critico letterario, giornalista e scrittore, morto a soli 52 anni. Hai avuto la fortuna di conoscerlo personalmente?

Pietro era un mio grande amico. Gli volevo molto bene e lui me ne voleva. Ci siamo sentiti il giorno prima della sua scomparsa. Era un uomo straordinario, per più di una ragione.

11. Fausto Vitaliano, “La grammatica della corsa” è un romanzo maggiormente adatto agli apocalittici o agli integrati?

Le ultime sei pagine farebbero decisamente pensare alla prima categoria.

La grammatica della corsa - Fausto Vitaliano


Spiega Fausto Vitaliano: “Ho raccontato una delle più antiche storie del mondo, la ricerca di un padre scomparso nel nulla. Ma anche quella di un’amicizia perduta, delle persone un tempo care che si sono trasformate fino a non saperle più riconoscere. E, infine, mi sono posto una domanda: se dovessimo scegliere tra ciò che è giusto e ciò che conviene, quale sarebbe la nostra scelta?”

Fausto Vitaliano

Fausto Vitaliano (Olivadi, Catanzaro, 1962) è uno degli sceneggiatori di punta di Disney Italia e in particolare del settimanale "Topolino" edito da Panini Comics. Ha tradotto romanzi per Rizzoli e Feltrinelli e curato alcuni volumi antologici, tra cui quello di Beppe Grillo. Ha pubblicato due saggi per ragazzi, La Repubblica a piccoli passi e La musica a piccoli passi, per Giunti, e ha scritto insieme a Michele Serra il monologo teatrale Tutti i santi giorni, prodotto dal Teatro Filodrammatici di Milano. Per Laurana ha pubblicato: Era solo una promessa, Sex Pistols, la più sincera delle truffe e Lorenzo Segreto.

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La grammatica della corsa  Fausto Vitaliano – Laurana Editore - Collana: Rimmel Narrativa Italiana - Prima edizione: 2019 - ISBN: 9788831984-249 - Pagine: 360 - Prezzo: € 16,90

"E poi succede" di Gianluca Veltri. Favola d'amore a Milano

"E poi succede" di Gianluca Veltri


Favola d'amore a Milano


Iannozzi Giuseppe


e poi succede - Gianluca Veltri

E poi succede è l’ultimo lavoro di Gianluca Veltri, autore già conosciuto al grande pubblico per altri suoi importanti romanzi. E poi succede è un romanzo diverso rispetto alle precedenti prove letterarie di Gianluca Veltri, per la prima volta infatti l’autore dà anima e corpo a una storia d’amore che non si conclude in poche pagine. È sì vero che Veltri aveva già scritto racconti di e sull’amore che sono in Amore & altri scarabocchi (Kipple Officina Libraria, 2007), ma un romanzo, forse, è una prova più impegnativa.

E poi succede ha tutte le caratteristiche per essere una moderna favola d’amore. È ancora possibile vivere una favola, per di più in una città caotica qual è Milano? Secondo l’autore Gianluca Veltri sì, perlomeno questo è il messaggio che si può cogliere in E poi succede, edito da Laurana Editore e portato all'attenzione dei lettori. Oggi Milano è sicuramente diversa rispetto a ieri, ma tra asfalto e cemento resistono ancora angoli dove è possibile incontrarsi, rilassarsi, discutere, bere in compagnia e innamorarsi anche. Ad esempio, il Milano Roastery è un locale ricco di magia dove tutto può accadere, dove le bollicine in un bicchiere di Spritz non sono soltanto delle bollicine. Il Milano Roastery è una location non poco importante per i protagonisti del romanzo di Il Milano Roastery è una location non poco importante per i protagonisti del romanzo di Gianluca Veltri; Astrid è un’educatrice d’infanzia, ama i bambini, ma il grande amore non l’ha ancora incontrato; Marco è un giovane uomo che è riuscito a farsi strada da solo, e pure lui qualcuno che lo ami veramente non ce l’ha. Sia Astrid che Marco vivono storie sbagliate che nel profondo del petto gli lasciano tristezza e solitudine. Astrid vive una storia con un ragazzo che è impegnato da tempo con un’altra donna; Marco sta con una ex modella che non riesce a non essere promiscua. Entrambi hanno deciso che è venuto il momento di non farsi più del male, perché non è proprio possibile vivere con chi non ti vede o ti vede solo per pochi istanti.
Per sapere se fra Astrid e Marco nascerà qualcosa, non avete che da leggere il nuovo lavoro di Gianluca Veltri, un romanzo che si lascia bere tutto d’un fiato, una lettura leggera sì, ma che non manca di farci riflettere, perché l’amore non segue nessuna legge, perché l’amore è anarchico, perché chi ama veramente non cerca di spiegare in maniera razionale ciò che non può morire (a-mors).

L’autore Gianluca Veltri spiega come concilia la sua attività Anadema con la scrittura: “Non è certo facile trovare del tempo in un’agenda fittissima di incontri perché spesso nel mio lavoro non ci sono orari, sia nel mio salone sia nei backstage televisivi o fotografici. Pertanto quando sono nel periodo di scrittura, cerco di applicarmi la sera – ovviamente quando non ho impegni in trasmissioni che si protraggono fino a notte fonda. Di giorno, invece, tra un taglio di capelli e una consulenza colore, ho sempre con me il portatile per ampliare le pagine scritte di notte. Insomma, cerco di fare di necessità virtù. E poi, ho una moglie e due splendidi bimbi a cui tengo immensamente e ai quali non voglio far mancare la mia presenza e quindi… Ogni momento è buono per scrivere”.

Gianluca Veltri nasce a Milano dove tuttora vive. È titolare di Anadema Haircut Milano (#anadema), prestigioso indirizzo dedicato al binomio arte e capelli, e dell’omonima agenzia di truccatori e parrucchieri protagonista indiscussa dello showbiz e del panorama fashion. Ha pubblicato le raccolte di racconti Amore & altri scarabocchi (Kipple officina libraria), Hotel Flora (Morellini), e i romanzi noir L’odore dell’asfalto (Piemme) e La dimora del santo (Piemme).

E poi succede - Gianluca Veltri - Laurana editore - collana Rimmel - pagine: 144 - ISBN 9788831984355 - € 11,50

Rinascite - Lidia Popolano - Intervista all'Autrice

Rinascite - Lidia Popolano


Intervista all'Autrice


di Iannozzi Giuseppe

Un diario, uno zibaldone, una semplice raccolta di racconti? Niente di tutto questo. Rinascite di Lidia Popolano è un lavoro innovativo e coraggioso che rifugge le facili etichette. "Siamo davanti all’emersione di alcuni tratti di personalità, prima silenti, che si esprimono, quasi fossero frammenti di un personal essay non ancora scritto", spiega Lidia Popolano. L'Autrice consegna ai suoi lettori un'opera particolarmente innovativa, originale, levigata sulla pietra del modernismo letterario. Rinascite è da leggere, e una volta che lo avrete letto, quasi sicuramente guarderete al mondo e alla letteratura con occhio diverso, più maturo, più attento a tutto ciò che vi scorre di lato. In sostanza, rinascerete.

Iannozzi Giuseppe


Rinascite - Lidia Popolano - Algra Editore

Dunque, "Rinascite" è il tuo nuovo lavoro, edito da Algra Editore. Perché questo titolo?

Questi scritti appartengono a un periodo artistico in cui ero interessata al meccanismo con cui tutte le sfumature della nostra mente trovano spazio per esprimersi, come fossero delle parti di noi che, dopo un periodo di silenzio, trovino il tempo e il luogo per ri-nascere.

"Rinascite" è una raccolta di racconti molto personali: siamo di fronte a un lavoro diaristico, a un 'personal essay'? E: i racconti sono stati scritti in presa diretta, o sono stati rielaborati?

Siamo davanti all’emersione di alcuni tratti di personalità, prima silenti, che si esprimono, quasi fossero frammenti di un personal essay non ancora scritto. Sono stati scritti come tutto ciò che esce dalla mia penna: prima in presa diretta e poi letti e riletti non per correggerli, ma per apportare delle piccole modifiche per una migliore definizione del tema o del linguaggio.

C'è in "Rinascite", certamente, ricerca di una sperimentazione espressiva. Si dice, ormai da un bel po' di tempo, che tutto è stato scritto, che quello che oggi si scrive è solo un tentativo di aggiungere dettagli (o sfumature) a quanto è già stato messo nero su bianco nei secoli scorsi. Sei d'accordo?

Sono d’accordo sul fatto che molto sia stato espresso, ma è pure vero che lo stile e il tipo di scritto hanno subito consistenti modifiche e altre ne verranno, in relazione all’evoluzione del pensiero.

"Rinascite" aggiunge qualcosa a quanto è già stato oggetto di sperimentazione linguistica ed espressiva?

Da parte di chi?

Penso ad esempio a Raymond Queneau, che ha lavorato molto sul linguaggio. C'è qualche punto di contatto fra la tua scrittura e quella di Queneau?

Credo che Queneau abbia fatto un lavoro di ricerca concettuale a cui non saprei al momento dare un contributo. Il mio contributo è artistico-espressivo, non concettuale. Ho letto Queneau a trent’anni, non posso escludere che abbia lasciato tracce nel mio inconscio, come tanti altri scrittori d’altro canto.

Alcuni tuoi racconti mi hanno ricordato la scrittura "automatica" che tanto andava in voga fra gli scrittori della Beat Generation. Ma, forse, sono fuori strada.

Non saprei scrivere in altro modo... Ho provato a scrivere dei saggi, ma hanno sempre qualcosa di automatico (poetico?) al loro interno.

Dunque, per te scrivere è soprattutto un atto più del cuore che della mente.
Credo che la scrittura per me sia un tentativo di “unione mistica” tra le componenti della mia persona.

Puoi spiegare meglio che cosa intendi con "unione mistica"?
Integrazione e accoglienza in sé (dunque espressione) delle due componenti, che nella vita quotidiana faticano a dialogare, in una terza entità: l’opera artistica.

In "Rinascite" i racconti parlano di te, del "quotidiano" che affronti, che ti scorre di lato. Tu guardi di lato piuttosto che davanti a te. Questa peculiarità è presente in tutto il tuo lavoro. Dico bene?

Sì io credo che la visione laterale sia il modo per non farsi distrarre dal rumore di fondo che fa l’orizzonte. Ed entrare in contatto con il proprio inconscio.

Prima abbiamo accennato alla "scrittura automatica"; e ho dimenticato di chiederti se il gruppo 63 ha avuto qualche influenza sulla tua scrittura, sul tuo modo di guardare alla vita di tutti i giorni per poi raccontarla. Immagino tu sia ben conscia che "Rinascite" è una opera "per tutti e per nessuno!" Nella introduzione a "Rinascite", Davide Grittani dice di te che sei una "distillatrice di versi".

Ammetto di avere letto poco degli autori italiani del novecento, con pochissime eccezioni, avendo amato molto le opere di scrittori europei. Tra queste ci sono Enzo Siciliano e Umberto Eco, oltre a Elsa Morante e pochissimi altri. Credo di potermi definire una grande lettrice, ma non una studiosa di letteratura.
Non so definirmi in base ai miei lettori, mi spiace...
Davide ha avuto un approccio “laterale” con il mio lavoro e gli sono riconoscente.

Mi par di capire che hai preferito approfondire autori non italiani.

Sì, hai capito bene.

Quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzata? Per quali ragioni?

Credo gli autori della fine Ottocento-prima metà del Novecento. Forse li definirei modernisti ma non tutti rientrerebbero in questa definizione.

Pochi nomi potrebbero essere detti "modernisti".

Virginia Woolf, James Joyce, Robert Musil, Marcel Proust, Samuel Beckett, Marguerite Yourcenar, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, George Eliot, Jane Austen.

Però Dostoevskij non riesco a vederlo come un modernista. E neanche Jane Austen. Sono due autori molto diversi fra di loro, ma piuttosto legati alla tradizione letterario del loro tempo.

Ho scritto infatti che non tutti gli scrittori che ho amato rientrano in questa “categoria”. E ci metto anche Thomas Mann.

D'accordo, adesso è più chiaro. Tornando a "Rinascite", perché non consiglieresti di leggere il libro Cuore? E l'insonnia può davvero essere positiva per l'artista, per chi scrive?

Perché presenta delle figure umane troppo paradigmatiche delle sue convinzioni e irrealistiche.

Sono d'accordo con te, Lidia Popolano.

L’insonnia mi serviva per trovare un termine di paragone con l’amore... arriva quando non te l’aspetti e devi convivere con lo stravolgimento che ti causa.

E cosa puoi dirmi in merito al tuo idolo?

Diane Fossey rappresenta ciò che intendo per una persona che ha centrato a fatica il suo obiettivo, il senso della sua vita.

Avresti voluto seguire le sue orme?

Non è che avrei voluto seguire le orme di Fossey, ma ho stimato molto la sua perseveranza nella ricerca originale dei suoi talenti.

Scrivere sottrae o non sottrae tempo alla vita?

Il tempo della scrittura per me è tempo di vita.

Capisco, sono un tutt'uno. Per chi è stato scritto "Rinascite", per che tipo di lettore?

Credo che potrebbe essere un lettore interessato alla stessa ricerca umana, alla ricerca umana in genere.

Ci sono in "Rinascite" ben 56 racconti, alcuni più o meno lunghi, alcuni brevi o brevissimi. La mia impressione è che siano stati scritti in tempi diversi.

Hai individuato delle fasi oppure lo hai pensato per via del numero?

Per via delle fasi.

Hai un po’ colto... la maggior parte è contemporanea in una fase diciamo dal 2014 al 2016, ma ho messo anche dei racconti scritti più recentemente (meno di dieci) che danno un po’ l’idea dell’evoluzione e si collegano idealmente con quelli che ho scritto successivamente e che scrivo ancora.

Immaginavo che fossero stati scritti in tempi diversi. Preferisci la dimensione del racconto o quella più lunga del romanzo?

Le sento entrambe mie e le sto portando avanti entrambe.

Perché fra tanti libri che ogni giorno si stampano, il lettore moderno dovrebbe scegliere di leggere il tuo "Rinascite"?

Ovviamente sottintendi che il libro riesca ad arrivare a una platea consistente di lettori... sennò la domanda non avrebbe senso...

Ovviamente.

Penso che molte persone si potrebbero riconoscere, davvero e ne ho la certezza perché le ho condivise in un portale di scrittori di cui non voglio fare pubblicità, ancora nello stadio immaturo, diciamo, e il commento generale era che ci si poteva riconoscere.

Rinascite - Lidia Popolano (Algra Editore)

«In ogni racconto l’autrice cattura ciò che le sta intorno coi suoi ricettori di sensibilità, lo traduce in sensazioni e lo trascrive in esperienze, piccole e quotidiane interferenze della vita che risiedono negli oggetti di uso comune («Sorridevano la pentola sul fuoco e il vapore che sfuggiva dal coperchio»), nei mezzi di trasporto, nella cattiveria degli uomini, nelle aspettative riposte nei sogni (l’esempio più alto è forse Arrivederci Roma)». (Dalla Prefazione di Davide Grittani)
Lidia Popolano, studiosa di neuroetica, vive a Roma, dedicandosi all’attività creativa. Ha scritto e diretto i monologhi itineranti Di notte per i vicoli di Roma antica e Il Grande Cinema per le strade di Roma patrocinati da Roma Capitale e Fondazione Cinema per Roma (2007-2013). Ha pubblicato per 96, rue-De-La Fontaine, il romanzo Come l’impronta di un quadro (2017), Menzione Speciale della Presidenza, Premio Wilde 2019, e 2° Premio, Concorso Poeta per caso 2018. Ha vinto il Premio Nabokov 2019 con la silloge poetica inedita Abitare mura diroccate.


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Rinascite - Lidia Popolano - Algra Editore - Collana: Scritti - Genere: Narrativa - Numero pagine: 160 - ISBN: 9788893413268 - Prezzo: 14,00 €

Il silenzio del tempo - Daniela Spagnolo. Un romanzo che scuote le nostre coscienze

Il silenzio del tempo - Daniela Spagnolo

Un romanzo che scuote le nostre coscienze


Iannozzi Giuseppe

96 rue de-La-Fontaine Edizioni


Il silenzio del tempo - Daniela Spagnolo - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni

Il silenzio del tempo è il nuovo romanzo di Daniela Spagnolo, un lavoro decisamente pregevole che mischia realtà storiche e fantasia. Il lavoro della Spagnolo si dispiega in un arco temporale compreso tra l’istituzione delle leggi razziali e il nostro presente. Nello stile e nei contenuti i riferimenti letterari, ai quali Daniela Spagnolo guarda, sono tanto classici quanto moderni; pagina dopo pagina è possibile cogliere, con un po’ di attenzione, sottintesi richiami a importanti tematiche trattate da autori quali Giorgio Bassani, Primo Levi, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Giovanni Arpino, Mario Soldati, e non solo. È anche possibile ravvisare nella scrittura della Spagnolo l’influenza di alcuni intellettuali che ieri, per gli argomenti da loro trattati, furono detti scandalosi: André Gide, Radclyffe Hall, Françoise Sagan.

Lo stile adottato da Daniela Spagnolo è ricco di flashback, che, gradatamente, svelano al lettore la complessa ambiguità della psiche dei personaggi da lei inventati. Olimpia e Chiara, nel corso della seconda guerra mondiale, sono grandi amiche, ma appartengono a estrazioni sociali diverse, per cui frequentarsi non è affatto facile; Olimpia Querio sa essere molto generosa con l’amica Chiara, e non di rado, pur non volendolo, urta la sua sensibilità con doni non troppo convenienti. Nell’animo di Olimpia si annida un sentimento che travalica quello della pura e semplice amicizia. Se Chiara sospetta qualcosa, tace, tanto più che in città l’aria che si respira è davvero pesante. Teresa lavora presso i Querio ed è l’unica persona che, bene o male, intuisce quelli che sono i veri sentimenti della signorina Olimpia. Torino diventa presto una città invivibile, e la famiglia di Chiara è costretta a riparare fuori dall’Italia. All’indomani della disfatta del fascismo, Enrico, amico delle due giovani, anche lui è costretto a scappare da Torino: essere il figlio di un fascista non va affatto bene, tanto più che il genitore, nel tentativo di salvarsi la pelle, non ci ha pensato su due volte a tradire il fascio. Enrico capisce da sé che non è proprio il caso di restare, e come tanti altri fugge in America latina. Se ne va con un peso nel cuore, quello di non aver mai detto a Chiara di amarla. Nella villa che fu dei Querio rimane solo Teresa. Gli anni passano inesorabili e Olimpia invecchia insieme ai suoi fantasmi, che non si dimenticano mai di tormentarla al meglio delle loro possibilità. A un certo punto, oramai sull’orlo della follia, si convince che ha bisogno di una dama di compagnia. Già da diverso tempo Villa Querio non è più la sua residenza, adesso vive le sue giornate nella casa della Gran Madre di Dio, oppressa dal rimpianto di non aver mai esplicitato a Chiara i propri sentimenti. Caterina, una giovane disoccupata, legge l’annuncio che la Querio ha fatto pubblicare su un giornale. Caterina assomiglia in maniera impressionante a Chiara. Ecco, adesso tutto si complica e diventa misterioso, come in un romanzo di Carolina Invernizio.

In un centinaio di pagine Daniela Spagnolo mette davvero tanta carne al fuoco, accompagnando il lettore a scoprire una Torino ben diversa da quella che conosciamo. Il silenzio del tempo (96 rue de-La-Fontaine Edizioni) è un romanzo che scuote le nostre coscienze: se è vero che il tempo passa e seppellisce tanti argomenti, è anche e più vero che esso è un grembo che, presto o tardi, si apre sputando fuori scheletri ed embrioni di sofferenza.

Daniela Spagnolo vive a Grugliasco. Nel 2011 ha creato un blog http://danielaspagnolo.blogspot.com/, dove scrive pensieri e riflessioni. Nel 2013, in self publishing, ha pubblicato Fate Moderne e nel 2016, sempre nella stessa forma, La gente perbene e la ragazza del mercato, un mite giallo ambientato nella sua Torino. Il silenzio del Tempo è il suo ultimo lavoro.

Il silenzio del tempo - Daniela Spagnolo - 96 rue de-La-Fontaine Edizioni - Collana: Il lato inesplorato - Pagine: 110 - ISBN: 9788899783976 - € 12,00